La legge elettorale passata definitivamente in Parlamento (Atto Camera 2822), non è solo un indecente marchingegno incostituzionale della destra, pieno di trucchi, per restare al potere e consolidare il risultato che nel 2022 ha regalato a una minoranza, la maggioranza parlamentare; ma con l’inserimento dell’indicazione sulla scheda del nome del candidato a Presidente del Consiglio, realizza anche il trucco con il quale questo Governo ha voluto aggirare il premierato, divenuto non più presentabile, dopo la sonora sconfitta del Referendum sulla Giustizia.
Quella vittoria democratica ha, infatti, dimostrato che cinque milioni di elettori – tra cui molti giovani e molti astensionisti – non condividono la progressiva demolizione della Carta del 48 ed il superamento della nostra democrazia costituzionale!
Con questa legge, invece, si fa rientrare dalla finestra ciò che gli elettori avevano fatto uscire dalla porta, togliendo un’importante prerogativa al Presidente della Repubblica, cioè il potere di nominare il Presidente del Consiglio.
Una delegittimazione funzionale al disegno mai abbandonato del superamento della Costituzione, poiché obbliga il Capo dello Stato a nominare a Capo del Governo la persona designata nelle schede e introduce così subdolamente, con legge ordinaria il premierato, in palese violazione del disposto costituzionale.
Si porta, in tal modo, a compimento un disegno politico gravemente eversivo del nostro sistema democratico costituzionale, poiché si incide sulla forma stessa del Governo parlamentare: ciò costituisce, in effetti, l’ennesimo tassello di un processo che sta cambiando la Costituzione con leggi ordinarie, tessera dopo tessera, per comporre pian piano il mosaico disegnato da Gelli e dai nemici della nostra Legge fondamentale, ritenuta troppo democratica, in quanto nata dalla Resistenza e dalla lotta partigiana antifascista.
La posta in gioco, allora, non consiste solo nel consolidare il potere di un Premier che è anche “padrone” del Parlamento, ma comporta la probabilità che, in caso di vittoria, la coalizione di destra, grazie alla maggioranza data dal premio, possa eleggersi da sola il nuovo Capo dello Stato, senza alcun confronto con l’opposizione; è, dunque, un meccanismo creato per dare a chi vince un numero di deputati molto vicino ai tre quinti della Camera, percentuale che consente la totale autonomia in tutte le scelte determinanti per gli assetti istituzionali, a partire dalla elezione di un esponente di questa pericolosa destra a Capo dello Stato – cioè di una personalità proveniente dalla storia del MSI e della Repubblica di Salò (alleata dei nazisti e nemica della Costituzione democratica) – fino agli effetti collaterali sulle nomine negli Organi di garanzia, come i cinque giudici della Consulta, i componenti laici del CSM, le Autority e la RAI, che realizzerebbe quel sovvertimento definitivo e profondo della Costituzione stessa, su cui hanno puntato le forze reazionarie fin dal 1948!
E’ un fatto che la Meloni abbia più volte parlato della necessità di una “profonda revisione del sistema, volta alla riedificazione…dell’architettura costituzionale della Repubblica”; e gli stessi tentativi delle riforme dell’AD, del premierato e della Giustizia, non sono state solo il patto a fondamento della coalizione delle tre forze di Governo, ma hanno costituito altrettanti tentativi di predisporre i necessari passaggi per quel cambiamento dell’architettura costituzionale più volte auspicato!
Con la legge elettorale si cerca ora di recuperare in altro modo il disegno eversivo, occupando i vertici dello Stato, impadronendosi delle cariche di Presidente del Consiglio e di Presidente della Repubblica. Si vuole perfino evitare il rischio pareggio, con un premio di maggioranza che fa sì che chi arriva primo, per un solo voto, vince e governa, o meglio detiene il potere indisturbato per cinque anni; con un Premier investito dal voto popolare, un Parlamento con una maggioranza blindata attorno al Premier, un Esecutivo che già oggi domina sul Legislativo, ed un potere Giudiziario più volte messo sotto attacco e, fortunatamente, difeso dai cittadini con la recente vittoria referendaria.
Con il meccanismo della redistribuzione dei seggi che dà il 55% alla coalizione che ottiene il 42% dei voti, si sovrarappresenta chi vince e si sottorappresenta chi perde, mentre sul piano del principio stesso della rappresentanza questa legge contiene un ulteriore vulnus su due versanti: il numero abnorme delle firme da raccogliere sbarra di fatto il passo alle nuove forze politiche, espressione autentica di alternativa e di opposizione al sistema dominante e consolida la mancanza della libertà di scelta degli elettori, poiché i capilista bloccati e le pochissime preferenze, limitate ai nomi indicati dai partiti, annullano il principio costituzionale della libertà e dell’uguaglianza del voto. Un voto, con questa legge, può valere il doppio o il triplo di un altro e può valere perfino zero!
Ma ancora più grave è la negazione sostanziale dei diritti delle donne che non vengono, di fatto, tutelati da un meccanismo che non osserva la parità di genere, né l’alternanza e, quindi, la rappresentanza stessa delle donne.
I profili di incostituzionalità sono, dunque, evidenti in almeno quattro casi, che vengono contestati da diversi costituzionalisti e sono: l’indicazione del Premier; il premio abnorme di maggioranza; il listino bloccato e, soprattutto, l’eliminazione dell’elezione su base regionale per il Senato.
Il premio di maggioranza attribuito per il Senato alla coalizione vincente su scala nazionale anche nelle Regioni in cui perde, contrasta con l’art 57 della Costituzione, che prevede l’elezione su base regionale; Il premio abnorme di governabilità pari a 70 deputati e 35 senatori in più, designati dalla coalizione, cancella gravemente il rapporto tra rappresentatività parlamentare e risultato elettorale previsto dall’art. 48 della Costituzione; il listino bloccato garantisce il posto solo ai propri fidi, per compensare la cancellazione dei collegi uninominali e priva l’elettore del diritto di scegliere l’eletto; l’indicazione del candidato a Presidente del Consiglio, come già detto, vìola le prerogative del Presidente della Repubblica e va contro l’art 92 della Costituzione.
Questa ennesima legge elettorale (la nona dal 1946!) nasce, quindi, per realizzare l’occupazione sistematica delle posizioni apicali della Repubblica, che verranno affidate a una cultura “nostalgica”, fondata sui valori della destra, del capitalismo neo colonialista, del dominio belligerante sui popoli non “allineati”, della guerra contro chiunque non si sottometta agli USA, alla NATO e a Israele, dell’economia di guerra che sovrasta i bisogni dei cittadini e lo Stato sociale, del nazionalismo e, perfino, del razzismo.
Una deriva autoritaria che si sta già da tempo manifestando nella sequela di leggi, leggine e decreti che soffocano il dissenso, aboliscono il diritto di opinione e di critica, imbavagliano le poche voci libere della stampa, dei social e dei mezzi di informazione e tendono a reprimere in ogni modo la protesta che, viceversa, è destinata a crescere sempre più forte.
E’ necessaria, dunque, contro questa pericolosa deriva, una mobilitazione di tutte le forze democratiche, alle quali l’unificazione del Movimento comunista può e deve conferire la radicalità e la spinta sociale e di popolo necessaria e indispensabile a proporre un’alternativa politica, economica e sociale alla distruzione definitiva della nostra democrazia.
Una mobilitazione di popolo che possa surrogare quella reale opposizione che, purtroppo attualmente non c’è in Parlamento, né si è vista anche contro questa drammatica negazione del diritto alla partecipazione elettorale democratica, rappresentata da questa legge e dal numero abnorme delle firme previste.
Una mobilitazione popolare democratica, necessaria perché è assai probabile che né la Consulta né, tantomeno, il Presidente “firma tutto” (custodi della Costituzione) saranno in grado di bloccare questa deriva: la Corte costituzionale non ha il tempo materiale di intervenire prima del voto e se pure intervenisse dopo, con una sentenza di incostituzionalità, difficilmente il Capo dello Stato, per la sua nota “cautela”, ricorrerebbe allo scioglimento anticipato delle Camere, non essendoci precedenti in tal senso.
Anche se lo scioglimento anticipato sarebbe teoricamente possibile, poiché una pronuncia della Corte sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale, anche dopo la sua entrata in vigore, sancirebbe quella “manifesta incostituzionalità” richiesta per un intervento del Presidente della Repubblica.
Non appare neanche praticabile, considerata la recente giurisprudenza della Consulta sul premio di maggioranza, un Referendum ex art 75 per superare tale obbrobrio legislativo; quindi il contesto e i tempi ci dicono che la battaglia contro la riforma elettorale è primariamente politica, non giuridica!
Una battaglia politica che rafforzi anche la partecipazione democratica e la messa in sicurezza della Costituzione, pensando, per esempio, ad un accesso preventivo alla Corte costituzionale per determinate leggi, come la stessa legge elettorale; oppure ad un ampliamento del ricorso ai referendum ex art. 75 e 138; una battaglia contro il mantra della stabilità e della governabilità perseguite con meccanismi truffaldini, basati su correzioni maggioritarie, che consegnano una ampia maggioranza di seggi a chi ha un ridotto consenso reale nel Paese.
Per perseguire la stabilità e la governabilità che l’assetto sociale del nostro Paese può realisticamente consentire, occorre tornare invece al proporzionale puro, il sistema elettorale più democratico possibile (una testa, un voto), che fa valere parimenti i voti degli elettori, che consente il radicamento territoriale dei candidati, che riflette il consenso effettivo di ciascuna forza politica e favorisce il recupero di rappresentatività delle Assemblee elettive.
Una battaglia politica per riportare il Paese ad una pratica democratica e a Governi popolari in grado di dare risposte urgenti a questa devastata società; una battaglia forte, determinata e radicale nelle piazze e nelle strade, di cui il Movimento comunista unito, prima di ogni altro, può e deve farsi carico.
Nei prossimi giorni, nei prossimi mesi e finché occorrerà, il Coordinamento per l’unità dei Comunisti farà questa battaglia con chi condivide la drammaticità della situazione e l’urgenza di una lotta di popolo unitaria e radicale.
* Coordinamento per l’Unità dei Comunisti
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