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Il suicidio dell’Europa è in “vetrina”

Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro.

Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di umiliazione sociale, finisce per incazzarsi.

Foot Locker, saccheggiata a Milano, offre un’altra esemplificazione di questa oscenità. Un’impresa coinvolta in Germania in controversie sulla rappresentanza sindacale, alla quale KnowTheChain assegnava nel 2023 appena 2 punti su 100 per le misure documentate contro il rischio di lavoro forzato nella filiera. Intanto la scarpa, feticcio dell’identificazione giovanile, occulta nella propria desiderabilità pubblicitaria i rapporti sociali della produzione.

Marx avrebbe parecchio da scrivere su questa forma contemporanea di alienazione. E poi Rolex, il lusso parigino, l’ostentazione di una ricchezza la cui inaccessibilità costituisce precisamente il fondamento del prestigio. L’universalismo borghese è approdato al diritto universale di contemplare ciò che soltanto pochi possono possedere.

Le periferie, educate al desiderio illimitato e condannate all’indigenza, penetrano nei luoghi della propria esclusione. Il saccheggio realizza per un istante l’appropriazione della merce attraverso la soppressione della mediazione monetaria.

Una negazione ancora prigioniera del feticismo che pretende di infrangere, certo, e proprio per questo filosoficamente interessante. La merce continua a governare il desiderio persino quando viene sottratta al mercato.

Il nichilismo del capitale ha prodotto i suoi figli che adesso chiama barbari.

Meglio una vetrina infranta o i sogni infranti? L’Europa ce lo disse 25 anni fa piantando a uno di noi una pallottola in testa.

La vetrina infranta rappresenta allora, sul piano simbolico, la sospensione violenta di questa interdizione. L’oggetto esposto diventa raggiungibile per un istante, mentre il suo valore di scambio perde la funzione di mediazione obbligatoria.

Una consumazione paradossale del feticismo mercantile, naturalmente, perché il desiderio del saccheggiatore rimane prigioniero della medesima organizzazione libidica che lo ha escluso. Il capitale sopravvive persino nella pulsione che sembra negarlo. Ci vorranno dieci generazioni per ripulirci e così la distruzione della merce può così riprodurre la sovranità della merce sulla coscienza.

L’individuo contemporaneo è chiamato a sopravvivere nel presente mediante la subordinazione del proprio avvenire. Lavora per pagare una stanza dalla quale rischia continuamente di essere espulso, mentre l’incremento della produttività contribuisce all’accumulazione di patrimoni sempre più sottratti alla reciprocità sociale.

Avete mai davvero pensato alla formazione psichica di un adolescente costretto a elaborare la propria identità entro questa economia dell’umiliazione?

Frequenta una scuola impoverita, ascolta insegnanti che faticano ad arrivare alla fine del mese, e osserva i genitori consumarsi nella ricerca di una stabilità economica ormai improbabile. Poco dopo, sul telefono, arriva Musk con il progetto di un’automobile volante.

La distanza fra le possibilità tecniche dell’umanità e l’impotenza materiale dell’individuo ha raggiunto proporzioni grottesche, impensabili. Il progresso sopravvive come incremento della potenza privata, ma l’esistenza comune sperimenta una regressione delle proprie possibilità.

Vivere in mezzo alla miseria e alla complicità genocida e chiedere “moderazione”. Il doppio vincolo della nostra classe dirigente

Sempre lo stesso adolescente assiste quotidianamente alla devastazione di Gaza e alle immagini dei bambini estratti dalle macerie. La guerra russo-ucraina gli restituisce la prospettiva della mobilitazione militare, gli uomini fermati per essere arruolati in modo brutale, come carne al macello e vive con angoscia l’eventualità di una nuova coscrizione europea. Dall’America arrivano le operazioni dell’ICE contro i migranti.

L’accumulazione incessante di immagini della sopraffazione modifica la relazione fra percezione e giudizio morale. L’assuefazione alla catastrofe convive con una crescente saturazione affettiva, mentre le istituzioni che amministrano la violenza legittima chiedono ai giovani un’impeccabile disciplina pacifica.

Occorrerebbe interrogarsi sulla schizofrenia etica di una civiltà che esibisce quotidianamente la potenza distruttiva dei propri apparati militari e considera scandalosa la comparsa della distruttività nella condotta dei suoi esclusi. La condanna della violenza diventa intellettualmente inconsistente quando prescinde dall’economia generale della violenza nella quale siamo immersi.

L’Europa tollera apertamente “cosucce” come l’espropriazione del tempo di vita, la totale precarizzazione dell’esistenza e la subordinazione della politica e del Welfare agli automatismi finanziari. Poi arriva una vetrina rotta e la questione morale improvvisamente diventa centrale. Beh, delle due l’una.

Sarebbe altrettanto puerile, da parte nostra, attribuire alla rivolta una coscienza rivoluzionaria che fatica a manifestarsi. Il socialismo presupponeva la possibilità di ricomporre politicamente le forze sociali antagoniste e di trasformare l’esperienza comune dello sfruttamento in una volontà storica. La decomposizione delle appartenenze collettive ha sottratto alla collera contemporanea una parte considerevole degli strumenti attraverso i quali avrebbe potuto elaborarsi.

La distruttività delle piazze può essere interpretata come un’abreazione collettiva, una scarica dell’affetto socialmente represso che investe gli oggetti disponibili e talvolta aggredisce persino il patrimonio comune, come nel caso del municipio incendiato a Limoges. L’espropriazione del futuro che altre forme ha per esprimersi? Ha solo un’aggressività priva di un progetto riconoscibile. Almeno per adesso.

Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che questa negatività contiene. Qui vediamo in gioco una soggettività lungamente educata alla propria irrilevanza e ammaestrata con sussidi e social, interrompere l’obbedienza e sperimentare nuovamente una capacità di intervento materiale.

Stanno imparando a disimparare la cieca obbedienza. Vi pare poco?

L’atto distruttivo, lo sappiamo, può esaurirsi in un godimento effimero, compromettendo perfino le possibilità di una successiva emancipazione, è come un’ubriacatura molesta con i rimpianti del giorno dopo. La sua comparsa, però, testimonia comunque il fallimento della pacificazione attraverso l’impotenza.

Il nichilismo europeo, protratto fino all’esaurimento della speranza, ha cominciato a produrre una ribellione che gli restituisce la propria violenza originaria. Questi ragazzi sono lo specchio dell’Europa, del suicidio dell’Europa in un potlatch universale.

Lo stupore degli editorialisti davanti all’uscita dall’ipnosi. Platone e le ombre

“L’Europa” avrebbe voluto generazioni disposte ad accettare l’impossibilità del futuro, disciplinate dalla paura dell’esclusione e abbastanza sedate da trovare consolazione nel consumo virtuale di ciò che rimane loro materialmente precluso.

Adesso scopre, con sommo stupore di tutti gli editorialisti dei giornali europei, che la rassegnazione può interrompersi e che il malessere psichico nascosto da milioni di pillole di antidepressivi, può acquisire una manifestazione collettiva, e reagisce invocando quella civiltà di cui ha progressivamente liquidato il contenuto sociale.

Nelle vetrine di Parigi erano esposti oggetti destinati a durare generazioni e a tramandarsi. Ai ragazzi che le hanno attraversate era stata sottratta persino la possibilità di programmare il dopodomani. Riflettiamo un secondo prima di sparare giudizi a casaccio?

* dal suo Substack

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