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Napoli, il rompicapo della rappresentanza

 

NAPOLI:

il rompicapo della rappresentanza e i dilemmi della soggettività.

 

 

Intervento alla Terza Assemblea Nazionale della RdC

 

Come i compagni sanno a Napoli è in corso una interessante esperienza sociale e politica che, per comodità di discussione, possiamo ascrivere al più generale dibattito attinente le questioni della rappresentanza politica.

 

In altri momenti, ed anche nei materiali preparatori di questa nostra Assemblea Nazionale a cui rinvio, abbiamo affrontato le problematiche e gli interrogativi di natura teorica che fanno da premessa a questo snodo. Un autentico rompicapo particolarmente in un paese a capitalismo maturo come il nostro, all’indomani di quella che abbiamo comunemente definito la catastrofe politica ed elettorale della “sinistra” non solo nelle urne ma nell’insieme delle dinamiche della società.

 

Mi soffermerò, ora, su questa sperimentazione in corso nell’area metropolitana napoletana la quale – fatto salvo le peculiarità del nostro contesto specifico – potrà costituire un viatico per una prospettazione più ampia a scala nazionale anche in previsione di una precipitazione del quadro istituzionale italiano verso le elezioni politiche e la fase politica post/berlusconiana.

 

Crisi ed evaporazione della sinistra in Campania.

 

L’area metropolitana napoletana è, da sempre, stata attraversata da mobilitazioni e lotte su un ampio arco di questioni attinenti la generalità della contraddizione capitale/lavoro.

 

Dalle abituali vertenze sui temi del reddito/lavoro, alle mobilitazioni contro l’uso antisociale delle periodiche emergenze/rifiuti, dalle lotte per i servizi sociali a quelle più genericamente riconducibili ai fattori della crisi urbana.

 

Ciò che non è mancato, quindi, è stato il conflitto nelle sue varie e contraddittorie modalità e forme di esemplificazione. Ciò che, purtroppo, continua ad essere, drammaticamente, assente è una prima parziale ricomposizione politica di questa ricchezza sociale capace di orientare, verso sintesi politiche e progettuali più avanzate, l’effervescenza che, a vario titolo, si manifesta nella società.

 

Senza assolutizzare sul piano generale ciò che sta accadendo in Campania e senza scambiare le tendenze politiche in atto in questi territori per dati già definitivi ed immanenti sul piano generale, abbiamo iniziato a riflettere e discutere sulle difficoltà interpretative della situazione in campo che abbiamo avvertito nell’ultima fase delle lotte prodottesi nella dimensione metropolitana.

 

Nelle variegate mobilitazioni – sia sociali e sia territoriali – si è registrata l’assenza, il vero e proprio mutismo della “sinistra”. Questa lacuna politica ed organizzativa ha contribuito non poco, accanto ai fattori strutturali di carattere oggettivo riguardanti la composizione di classe, al rifluire e, per taluni aspetti, al depotenziamento politico delle varie vertenze.

 

Una dinamica perversa ma sempre presente che, spesso, ha favorito i dispositivi di sussunzione istituzionale, di compatibilizzazione del conflitto e di disarticolazione dei potenziali fattori di riunificazione delle vertenze e del conflitto.

 

Da questo punto di vista la storia di circa 18 anni di ininterrotta esperienza governativa, dalla Regione Campania a tutti i principali comuni, del bassolinismo (in tutte le sue declinazioni) è stata deleteria per quanti, tra i lavoratori, i precari e i ceti popolari, avevano riposto speranze in questo corso politico ed amministrativo della “sinistra”. Una lunga stagione politica la quale, oltre a mortificare questi soggetti, è stata in grado, unicamente, di relazionarsi, spesso in forme affaristiche e da autentica cricca, con i poteri forti economici e con i grandi centri finanziari e speculativi.

 

 

Prove tecniche di….rappresentanza politica e sociale.

 

A Napoli ed in Campania – ma queste considerazioni potrebbero essere utili per una discussione che abbracciasse l’intero territorio del Meridione d’Italia – le vicende e le dinamiche accennate hanno riprodotto e continuano a riprodurre una lacerazione sociale prima e politica poi che “espelle” dalla dimensione della rappresentanza (intesa nel senso più complessivo e non solo istituzionale) settori della società più ampi che non hanno solo caratteristiche di classe ma anche sociali, politiche, culturali ed etiche.

 

Questo tipo di condizione in cui agiamo politicamente è, da alcuni, anni una situazione inedita.

 

Questo gap che abbiamo colto nelle dinamiche conflittuali napoletane è stato – anche nella discussione che abbiamo sviluppato come Rete dei Comunisti – un motivo in più per accelerare la discussione e il confronto nell’area dei comunisti, tra gli attivisti dei movimenti e tra quanti animano esperienze associative non asservite ai micropoteri clientelari.

 

Gli ultimi cicli di lotte hanno mostrato non solo la rabbia e lo sconcerto di settori sociali, particolarmente quelli popolari e delle periferie urbane, rimasti senza una qualsivoglia “tutela” ma hanno fatto venire allo scoperto un ampia fetta di ex popolo di sinistra deluso dall’azione dei propri partiti di riferimento ed orfano di punti di raccordo culturali, associativi e politici.

 

L’autorevolezza acquisita da alcuni luoghi di discussione, come le varie Assise, il crescente ascolto del blog di Beppe Grillo e l’affermarsi della figura di Padre Alex Zanotelli, ben oltre l’area cattolica e pacifista, sono alcune delle conseguenze dovute allo smottamento ed al crollo rovinoso del Laboratorio Campano, ossia della lunga alleanza organica, con l’apporto integrale del Prc, che per oltre 18 anni ha amministrato l’intera regione.

 

La bancarotta della “sinistra” è attualmente lo specchio e l’essenza di questa contraddizione reale che si riverbera immediatamente nelle mobilitazioni sociali che, periodicamente o addirittura endemicamente, si sviluppano nei nostri territori.

 

Tali mobilitazioni, nonostante la dimensione ampia e conflittuale che assumono, non riescono ad esprimere un punto di vista indipendente oltre la contingenza specifica (settoriale o territoriale) su cui sono impegnate. Queste difficoltà hanno generato, da tempo, una cesura oggettiva tra la “dimensione sociale” e la “dimensione politica” dello scontro provocando una sorta di delega indiretta a quei partiti, o, anche, ad alcuni personaggi che, di volta in volta, agevolati dalla crisi di rappresentanza, assurgono a funzione di rappresentanti dei movimenti e/o delle lotte.

 

Nella storia delle lotte a Napoli e nell’intero Sud questa situazione si è spesso riprodotta evidenziando uno scarto enorme tra il protagonismo sociale delle piazze, i risultati materiali raggiunti dalle vertenze e le auspicate ricadute politiche ed organizzative successive. Certo ogni fase delle lotte è ascritta in una congiuntura politica diversa dalle altre per cui il tema della rappresentanza è stato inteso e vissuto in forme diversificate nel corso dei decenni ma le riflessioni prima esposte stanno diventando una costante all’indomani di ogni tipo di mobilitazione.

 

Stavolta, però, a fronte dell’ampia portata delle questioni che, comunque, riverbereranno anche dentro la campagna elettorale, l’interrogativo si è riproposto in forma lacerante per quanti tra i militanti, e gli attivisti sociali, non intendono disperdere l’afflato delle mobilitazioni ed intendono, con tutte le approssimazioni necessarie e le cautele teoriche e politiche del caso, intraprendere un percorso di costruzione di una credibile alternativa alle varie versioni della governance partenopea.

 

Con questa premessa fondamentale abbiamo, unitamente ai compagni di Sinistra Critica, di Comunisti/Sinistra Popolare ed assieme ad alcuni attivisti sociali, un percorso, che data circa sei mesi, e che ha portato alla costruzione, tra l’altro, della Lista Elettorale, per le elezioni amministrative al Comune di Napoli, denominata Napoli non si piega.

 

Abbiamo concepito e praticato questo percorso come un work in progress fatto di Appello pubblico, assemblee tematizzate su questioni specifiche, incontri in alcuni quartieri fino alla decisione di dare vita ad una Lista autonoma per le prossime elezioni.

 

Questa nostra azione non è stata lineare anzi si è dovuta cimentare polemicamente con quanti, nonostante le tragiche esperienze che stanno alle nostre spalle sia sul piano locale che su quello nazionale, non hanno ancora maturato quell’indispensabile e prioritario profilo politico indipendente.

 

Infatti è nel rapporto con la candidatura di De Magistris, la quale al di là del formalismo di facciata è una operazione che punta, comunque, al secondo turno elettorale, all’unità programmatica con il PD, e i centristi in nome del pericolo delle destre e del berlusconismo che abbiamo aperto una battaglia politica pubblica in città per evitare – di nuovo – una stanca riproposizione della logica del meno peggio e della riduzione del danno.

 

Una deriva la quale, in Campania e non solo, è stata la stura pratica che ha agevolato lo sfondamento sociale e politico delle destre anche tra i settori popolari che avevano riposto aspettative nella lunga fase del bassolinismo.

 

Ma la scommessa vera di questa intrapresa – a cui come RdC stiamo offrendo il massimo possibile di sostegno – è la capacità di intrecciare il versante della battaglia politica con quello della partecipazione, in sinergia con altri compagni e movimenti di lotta, alla costruzione organizzata del conflitto in città.

 

Vogliamo, fin da subito, evitare che gli inevitabili scarsi risultati, della nostra incursione elettorale, possano diventare, anche inconsapevolmente, l’unico metro di riferimento dell’iniziativa della soggettività comunista. Per noi il conflitto e la sua organizzazione metropolitana restano le dimensioni reali e prioritarie per ogni cambiamento e trasformazione sociale.

 

E’ questa la porta stretta, oltre i tempi e le modalità del periodo elettorale, da attraversare per ritrovare e riqualificare una funzione espansiva dei comunisti ed evitare sia le suggestioni elettoraliste e sia il settarismo dogmatico e sloganistico.

 

I mesi dinnanzi a noi e gli snodi che saremo costretti ad affrontare verificheranno questa scommessa e la consequenzialità del nostro agire militante.

 

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