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Il British Museum cancella la Palestina su pressione sionista

Il British Museum ha mentito pubblicamente per coprire un’operazione di revisionismo storico, risultato di una forte pressione sionista. È questa la pesante conclusione a cui giunge un’inchiesta della testata giornalistica Middle East Eye, basata su documenti interni ed email ottenute tramite una una semplice richiesta di accesso agli atti.

Insomma, dalla famosa istituzione museale non hanno nemmeno cercato di nascondere bene la vicenda, convinti che sarebbero bastate delle dichiarazioni pubbliche piuttosto fuorvianti. Al centro dello scandalo c’è la progressiva eliminazione dei termini “Palestina“, “palestinese” e “occupazione israelita” dai pannelli informativi e dalle didascalie del museo, modificando la descrizione di reperti archeologici risalenti anche a migliaia di anni fa.

Nel febbraio del 2026, quando erano emersi i primi sospetti sulle modifiche, la direzione del British Museum aveva risposto ai dubbi affermando che i cambiamenti rientravano in un “normale aggiornamento curatoriale” che seguiva a delle indagini effettuate sui fruitori del museo. L’obiettivo sarebbe stato quello di “garantire che il significato inteso sia chiaro al nostro pubblico“.

I documenti analizzati da Middle East Eye dimostrano, però, che non c’è stato alcun test effettuato col pubblico del museo. Gli unici ascoltati dal British sarebbero, in realtà, organizzazioni sioniste filo-israeliane, che per mesi hanno esercitato significative pressioni sull’istituzione culturale per la rimozione della storia palestinese.

Facendo leva su sensibilità geopolitiche emerse dal 7 ottobre 2023, dalle fonti raccolte si nota una sostanziale efficacia dell’azione sionista. Ad esempio, una didascalia che faceva riferimento a storici regnanti di “discendenza palestinese” è stata modificata in di “origine cananea” in meno di cinque ore dal ricevimento della segnalazione.

I riferimenti alla “Palestina moderna” sono stati sistematicamente sostituiti con la dicitura “Gaza e Cisgiordania“, in modo tale da negare l’esistenza di una realtà palestinese unitaria. Infine, anche la dicitura “occupazione israelita“, presente in una mostra dedicata ai fatti del popolo fenicio, oltre 2 mila anni fa, è stata cancellata perché secondo i lobbisti sionisti avrebbero potuto alimentare antisemitismo.

Il British Museum ha respinto categoricamente le accuse, ma la risposta a Middle East Eye rimane su affermazioni generali, rifiutandosi di rispondere nel merito alle domande dettagliate della testata. L’ambasciatore palestinese nel Regno Unito, Husam Zumlot, ha accusato apertamente il museo di “lasciarsi usare per servire fini politici“.

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