Dodici ore di detenzione, trascorse in isolamento durante la notte, senza accuse formali né apparenti motivazioni di legge. Si è concluso così, nella notte di venerdì scorso, il rientro negli Stati Uniti di Chris Smalls, il carismatico sindacalista dei lavoratori di Amazon.
Smalls è stato bloccato dagli agenti della dogana e della polizia di frontiera statunitense (CBP) al valico tra Ciudad Juárez e la texana El Paso. Con lui sono stati fermati anche due attivisti messicani, la cui identità è stata mantenuta riservata per motivi di sicurezza personale.
Il gruppo stava rientrando negli Stati Uniti dopo aver preso parte a un importante vertice globale per la pace organizzato dalla rete non governativa Global Exchange, che ha riunito oltre 300 rappresentanti della società civile, esponenti delle comunità indigene e leader sindacali provenienti da entrambi i lati del confine.
A denunciare pubblicamente l’accaduto è stato uno dei partecipanti alla delegazione, presente con Smalls a Ciudad Juárez, che ha sollevato pesanti interrogativi sulla gestione del valico e sul trattamento riservato al leader sindacale.
E non è la prima volta che Smalls finisce nel mirino delle autorità o dei giganti dell’industria per il suo lavoro sindacale o per la solidarietà internazionale mostrata al popolo palestinese e a quello cubano. La vicenda riaccende l’allarme sul clima politico negli Stati Uniti e sull’inasprimento dei controlli di sicurezza voluto dall’amministrazione Trump.
Dopo il rilascio, la solidarietà a Smalls si è diffusa rapidamente sui social e nelle reti sindacali internazionali, trasformando un fermo di frontiera nell’ennesimo capitolo dello scontro tra attivismo politico e sociale e apparati padronali di controllo e repressione.
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