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Cambiamenti climatici. Per l’Onu i punti di non ritorno sono troppo vicini

Il nuovo rapporto dell’IPCC, il gruppo intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici contiene rilevazioni decisamente allarmanti.

L’agenzia AFP è riuscita a dare un’occhiata all’anteprima del rapporto composto da oltre 4.000 pagine e che dovrebbe uscire soltanto nel febbraio del 2022, ma i principali risultati sono già consolidati.

L’IPCC infatti costruisce la sintesi più completa e avanzata possibile della scienza climatica, con una ponderazione delle previsioni più attendibili, da cui emergono gli scenari di riferimento.

Per questa ragione il contenuto del rapporto IPCC presenta toni e suona allarmi ancora più drammatici di quanto fatto finora. Per essere un documento scientifico utilizza un linguaggio anche molto crudo, diretto, e ripulito da ambiguità.

Il cambiamento climatico è già qui, avverte l’IPCC. E ci stiamo facendo male da soli, trasformando i nostri alleati naturali più preziosi in potenziali nemici. Come? Diminuendo la capacità di foreste, oceani e altri ecosistemi di assorbire CO2 e quindi tamponare l’impatto del cambiamento climatico.

Nel resoconto del rapporto l’agenzia AFP evidenzia quattro questioni urgenti.

Il primo punto è che il cambiamento climatico è già qui. L’IPCC calcola che le temperature globali siano cresciute finora di 1,1°C sui livelli preindustriali. Si tratta, sottolinea, di un valore che innesca già un climate change con effetti molto importanti sulle nostre vite.

La conclusione da trarne è che le soglie individuate dall’accordo di Parigi non sono più valide: non bastano a tenerci al riparo. In ogni caso, l’IPCC sottolinea che il riscaldamento globale prolungato anche oltre gli 1,5 gradi Celsius potrebbe produrre “conseguenze progressivamente gravi, lunghe secoli e, in alcuni casi, irreversibili”.

Anche a questa soglia di riscaldamento globale, molte specie sono condannate all’estinzione e diversi ecosistemi sono profondamente degradati. Le condizioni climatiche corrono più veloci, troppo veloci, rispetto alla capacità di animali, piante e ecosistemi di adattarsi al cambiamento climatico.

Il secondo punto del rapporto è proprio sull’adattamento: non stiamo facendo abbastanza. “Gli attuali livelli di adattamento saranno inadeguati per rispondere ai futuri rischi climatici”, avverte l’IPCC. Non siamo pronti ad affrontare nemmeno gli scenari che contengono il global warming a 2°C entro il 2050.

Tutto ciò punta chiaramente in una direzione: l’aumento delle diseguaglianze. Decine di milioni di persone in più soffriranno la fame, 130 milioni finiranno in povertà estrema. Centinaia di milioni di persone dovranno affrontare inondazioni nelle città costiere, ondate di caldo intollerabili, scarsità d’acqua.

Il terzo punto del rapporto dell’IPCC riguarda i cosiddetti tipping points, cioè i punti di non ritorno climatici. Per l’organismo dell’Onu la scienza su questo è sufficientemente concorde: sono un pericolo reale.

Perché esiste il pericolo che un cambiamento climatico inneschi impatti multipli e a cascata, come in un effetto domino che destabilizza una catena di ecosistemi. Il rapporto cita lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e Antartide, il degrado dell’Amazzonia e lo scioglimento del permafrost siberiano.

Per alcune regioni, in un futuro più immediato di quanto ci si aspettava finora, gli eventi climatici estremi possono colpire in rapida sequenza, dando forma a una sorta di tempesta perfetta. Brasile orientale, Sud-est asiatico, Mediterraneo, Cina centrale e quasi tutte le zone costiere potrebbero trovarsi di fronte, contemporaneamente, a siccità, ondate di calore, cicloni, incendi, inondazioni.

L’umanità non sta agendo nel verso giusto, e la probabilità di innescare i punti di non ritorno viene acutizzata da fenomeni profondamente influenzati dall’uomo come “perdita di habitat e di resilienza, sfruttamento eccessivo, estrazione di acqua, inquinamento, specie non autoctone invasive e dispersione di parassiti e malattie”.

Il quarto punto del rapporto IPCC sul cambiamento climatico è che serve un cambiamento radicale e realmente trasformativo. Le priorità devono essere in grado di evitare che gli scenari peggiori si concretizzino e prepararsi per quegli impatti del climate change che ormai non possiamo più essere evitati.

Sul che fare il rapporto nomina alcuni punti: conservazione e ripristino dei cosiddetti ecosistemi blue carbon (foreste di alghe e mangrovie); mangiare meno carne e prodotti animali; abitudini di consumo più orientate a diete a base vegetale sono in grado di tagliare le emissioni legate al cibo anche del 70% entro il 2050.

Abbiamo bisogno di un cambiamento trasformativo che operi su processi e comportamenti a tutti i livelli: individuo, comunità, imprese, istituzioni e governi”, conclude il rapporto IPCC.

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