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Il paradosso di un’Italia in siccità colpita dalle alluvioni

Quando nell’ultimo mese e poco più, dopo un lungo periodo di mancanza di piogge, l’acqua ha cominciato a cadere senza sosta sulla penisola, non si sono fatti attendere i commenti ironici di chi ha considerato questo clima tropicale come una soluzione alla siccità. Ebbene, non è così, e il problema è un po’ più complesso.

Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portata via 17 persone: non c’è nulla da ridere.

Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.

Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.

Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’istituto per la protezione e la ricerca ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.

In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-80, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.

Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.

Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.

Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.

Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.

Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.

Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.

C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.

La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.

 

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