Un recente articolo sul Fatto Quotidiano (link più in basso) riporta i risultati di uno studio commissionato dal Parlamento Europeo secondo cui “i PFAS sono insostituibili per l’industria delle armi e dei microprocessori“.
In estrema sintesi, i PFAS sono una famiglia di composti inquinanti noti da anni per la loro persistenza e accumulo nell’ambiente. Sono ritenuti potenziali responsabili (o responsabili, a seconda della sostanza) dalla comunità scientifica internazionale di aumentare il rischio di effetti tossici e/o cancerogeni negli organismi viventi. Anche se conosciuti e studiati da anni, vengono annoverati tra i cosiddetti “inquinanti emergenti” nelle recenti normative ambientali europee.
Sino ad oggi le Commissioni europee competenti si sono adoperate per tentare limitarne l’immissione nell’ambiente e la produzione alla fonte, in linea con le vigenti normative, appunto.
La recente Direttiva 2024/3019/UE (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202403019), che dovrebbe essere recepita dalla normativa italiana, prevede l’obbligo di introdurre impianti di trattamento avanzati per abbattere la concentrazione degli inquinanti emergenti nelle acque reflue, tra cui i PFAS, al fine di rispettare i limiti restrittivi imposti dalla normativa stessa.
Nonostante la stessa Direttiva individui i soggetti che dovrebbero farsi carico della maggior parte dei costi dei trattamenti per abbattere gli inquinanti emergenti (al momento industrie farmaceutiche e cosmetiche), resta molto discussa la modalità di finanziamento di queste misure. Il principio “chi inquina paga” infatti è facile a dirsi, ma difficilmente concretizzabile, perché va a toccare un po’ troppo da vicino gli interessi di grandi gruppi industriali, che a pagare non ci pensano proprio. Ma questo è un altro paio di maniche.
Analogamente, per le acque destinate al consumo umano (potabili) il D. Lgs. 18/2023, che ha recepito la Direttiva UE 2020/2184, ha introdotto l’obbligo del monitoraggio dei PFAS nelle acque dal 2026, imponendo limiti restrittivi per la presenza di queste sostanze nell’ acqua potabile (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/03/06/23G00025/sg).
Si potrebbe concludere quindi che la comunità scientifica e le Commissioni del Parlamento europeo abbiano lavorato sodo a livello di Comunità Europea per mettere un argine all’inquinamento delle acque e dell’ambiente, tutelando al contempo la salute degli organismi viventi.
Invece no. L’UE dà e l’UE toglie.
Tutto bene fino quando si discute la norma, la si redige, la si studia perché si ritiene doveroso proteggere l’ambiente e la salute, ma quando intervengono interessi superiori, molto superiori, come ad esempio la folle corsa al riarmo e alla guerra, ormai unico volano della valorizzazione capitale, questo non vale più.
E le normative rimarranno lì, al dimenticate e inapplicate. Definitivamente carta straccia.
La plastica dimostrazione di questo processo è il citato articolo di Nicola Barzi sul Fatto Quotidiano di sabato scorso: https://www.facebook.com/share/p/1BchS6oqJH/.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
