A partire da ieri, 27 settembre, entrano in vigore in Italia i cambiamenti che la UE ha deciso di introdurre per i prodotti sugli scaffali dei supermercati e anche sulle pagine dell’e-commerce. Si tratta di una stretta sull’utilizzo di alcune formule (“green“, “ecologico”, “amico dell’ambiente”, “climate friendly“) che non possono più essere usate come slogan promozionali, ma dovranno essere sostanziate secondo regole precise.
Si sta parlando della direttiva UE 2024/825 (Empowering Consumers for the Green Transition), che è stata recepita in Italia attraverso il decreto legislativo n. 30 del 20 febbraio 2026, e le cui disposizioni sono state integrate direttamente nel Codice del consumo. L’obiettivo di Bruxelles è quello di dare una definizione di greenwashing che possa rendersi operativa sul mercato.
Il greenwashing è indicato dai vertici europei come l’insieme delle “pratiche commerciali suscettibili di indurre in errore in merito alle caratteristiche ambientali e di sostenibilità dei prodotti“, e imporrà alle imprese un aggiornamento radicale delle pratiche di packaging, così come delle campagne pubblicitarie, siti web e cataloghi allegati.
Tra le principali novità figura il divieto esplicito di presentare un bene come a impatto zero o positivo per il clima qualora tale risultato sia ottenuto unicamente tramite meccanismi di compensazione delle emissioni di gas serra. Piantare alberi o finanziare crediti di carbonio non potrà più essere equiparato all’effettiva riduzione dell’impronta emissiva del ciclo produttivo, detto in maniera più semplice.
La legge sbarra la strada anche a un altro espediente diffuso: attribuire all’intero articolo un beneficio ecologico che riguarda soltanto un singolo componente, un imballaggio o una fase limitata del ciclo di produzione del bene. Chi promette traguardi futuri di sostenibilità, inoltre, dovrà esibire impegni circostanziati, realistici e accompagnati da un piano operativo di attuazione verificabile nel tempo.
Inoltre, i produttori saranno tenuti a fornire indicazioni chiare su durabilità, disponibilità effettiva dei pezzi di ricambio, costi e limitazioni per accedere alle riparazioni, e altre garanzie. Il provvedimento punta a mettere ordine nella giungla delle circa 230 etichette presenti nella UE che si definiscono “green“, pur senza reali criteri di controllo.
Il monitoraggio effettuato dagli uffici della Commissione Europea ha infatti segnalato che il 53,3% dei claim ambientali è vago se non del tutto infondato e ingannevole. Per fare un esempio, nel febbraio 2025 l’antitrust italiana ha inflitto una sanzione di 8 milioni di euro a tre società del gruppo GLS per messaggi ambigui relativi proprio alla tutela ambientale. Le nuove regole del Codice del consumo prevedono sanzioni amministrative che possono raggiungere i 10 milioni di euro.
Concludendo la disamina di questa iniziativa europea, verrebbe da dire che Bruxelles lavori davvero per la sostenibilità. Ma, tirando le somme, si tratta di misure legate più alla dimensione pubblicitaria, che a una vera e propria spinta verso la transizione ecologica. In un certo modo, si potrebbe dire che la direttiva europea stessa è una forma di greenwashing della svolta bellicista unioneuropeista.
Il Green Deal, che già era stato pensato per iniettare denaro nelle filiere in affanno e rafforzare la presenza europea in un settore ad alta competitività come quello delle tecnologie verdi, è scomparso dalle priorità continentali. L’esplosione delle contraddizioni con il conflitto in Ucraina e il genocidio dei palestinesi ha convinto le classi dirigenti europee che la via per assumere un ruolo nell’arena globale è quello di armarsi e tentare di imporre la propria proiezione strategica.
Negli ultimi anni, sono state diverse le occasioni in cui Bruxelles ha fatto un passo indietro sugli impegni necessari a una reale transizione verde, ed ha anzi allargato le maglie delle regolamentazione che voleva imporre alla produzione. E anzi, ha proprio rimodellato la retorica green affinché sostenesse il riarmo, nonostante l’evidente incompatibilità.
L’organizzazione britannica Scientists for Global Responsibility ha calcolato che l’aumento della spesa militare previsto dai paesi NATO porterà altre 1.132 milioni di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera, rispetto alle previsioni precedenti. Parliamo di un aumento di emissioni pari a tutte quelle del Brasile, la quinta nazione al mondo per produzione di gas climalteranti.
Uno studio del 2024 ha calcolato che, sommando le stime sul danno economico causato da ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo annuo del riarmo atlantico andrebbe da 116 a 264 miliardi di dollari. Senza considerare, ovviamente, le masse di persone costrette a scappare dalla propria terra per l’aumentare dei conflitti e i problemi che i vari armamenti creeranno, soprattutto a lungo termine, sulla salute delle popolazioni coinvolte.
Alla fine dello scorso anno, la UE aveva messo in chiaro che le velleità guerrafondaie vengono prima della salvezza delle condizioni di abitabilità dell’intero pianera, quando è stata impedita la messa al bando dei PFAS, una famiglia di composti inquinanti che sono però considerati insostituibili nelle filiere belliche.
Insomma, la lotta di Bruxelles al greenwashing… è solo greenwashing, mentre ipoteca il futuro delle nostre terre per cercare di garantire alle grandi multinazionali continentali un posto al sole nella competizione interimperialistica.
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