Menu

“Alla linea”. Pagine di esistenza in fabbrica

Leggere, in questi giorni, questo romanzo autobiografico ha la sua importanza. Prima di tutto, anche se in ritardo, diamo il valore che si merita ad un bellissimo libro ed al suo autore, Joseph Ponthus, purtroppo deceduto a soli 43 anni nel 2021.

Oltre a questo, la cronaca di queste settimane, rende il libro di stringente attualità. La Francia e lo sfruttamento capitalista. A scanso di equivoci, non ci troviamo di fronte ad libro che narra delle lotte che si innescano all’interno del conflitto capitale/lavoro; né della partecipazione ad esse di Joseph.

Nonostante ciò, lo sfruttamento del lavoro precario, del lavoro interinale, emerge con forza, come del resto la questione, che potrebbe essere ritenuta prettamente ideologica ed invece è ad alto tasso di concretezza, del tempo, la cognizione del tempo, il tempo vita ed il tempo lavoro, la notte al lavoro, che diviene un incubo, invece che poter star bene da altre parti. Il lavoro, di merda o meno, come alienazione subìta.

La fabbrica, e non solo lei, che consuma e non fa riposare, che impone il ritmo della propria vita e di conseguenza delle proprie scelte, che scandisce i giorni della settimana non facendoti mai staccare completamente, con il lunedì in agguato;  il “ non se ne può più” che da osservazione/riflessione diviene constatazione e slogan liberatorio, visto che hai a che fare con lo sfinimento, sei sopraffatto dalla fatica, sei schiantato dalla stanchezza e dormiresti in piedi.; perché la fabbrica sconvolge fisico e cervello.

Di fronte a tutto questo non resta che cantare che non solo aiuta a stare allegri, ma di sicuro aiuta a pensare ad altro, rende sopportabile l’inferno dei tempi moderni; ed il sognare, quando ciò riesce, è un qualcosa che aiuta: il sognare un mondo senza fabbrica Alla LINEA, perché è la linea che fa continuare la produzione, nonostante che la produzione non sia elemento di riferimento, e  quella linea  va interrotta.

Un interinale che scopre cosa sia  la riappropriazione operaia, che non è rubare, almeno per la legalità operaia, non certo per i codici della legislazione capitalista.

A questa presa d’atto, si accompagna la contestazione della gerarchia aziendale, perché non sono i capi che mancano ma ben altro ad esempio i soldi, motivo fondamentale per cui vai a lavorare in fabbrica. Ponthus può anche cambiare lavoro, come infatti è accaduto passando dai bastoncini di pesce ai “ piatti pronti “ ma i gesti meccanici, quelli restano tali.

Ponthus descrivendo la vita di fabbrica non poteva non parlarci degli infortuni sul lavoro, delle malattie professionali; della paura, in quanto precario/interinale, di perdere il lavoro, paura che silenzia ogni velleità protestataria.

Il tutto, anche se poteva svolgersi in qualsiasi parte del mondo capitalista, si svolge in Francia, con le lotte contro la costruzione del grande aeroporto, contro la CPE, la precarietà istituzionalizzata tramite legge che vide milioni di francesi scendere in piazza per contestarla e farla ritirare …. ed il lavoro ti obbliga a non essere parte della protesta ma essere parte del famoso, e sempre presente, esercito di riserva.

Possiamo scommettere che Ponthus ci avrebbe parlato delle lotte che avvengono in Francia, dell’autorganizzazione e dei metodi di lotta di cui si stanno dotando milioni di francesi, a partire dagli spazzini che stanno praticando quello che in Italia è stato definito lo sciopero a singhiozzo e/o a scacchiera con il massimo danno al padrone ed il minimo per i lavoratori, perché all’orizzonte si intravede qualcosa che ci fa capire che dopo tutto si può fare; che i benefici, collettivi, si possono anche ottenere, ma niente ci viene regalato, si ottiene qualcosa attraverso la lotta, una dura lotta imposta dai rapporti di forza che possono divenire favorevoli propiro dalla determinazione messa in campo.

Anche in Italia abbiamo avuto a che fare con scrittori che si sono misurati con il dare voce alla “ questione operaia”.

Ma su tutti, il modo di scrivere di Ponthus, mi porta alla mente Nanni Balestrini con l’assenza di punteggiatura. Nanni Balestrini che a proposito di conflittualità operaia ci ha lasciato, a futura memoria, “ VOGLIAMO TUTTO “, che definire il primo libro vero, pubblicato in Italia sugli operai non credo sia sbagliato affatto. Il rifiuto del lavoro ripetitivo e l’intravedere all’orizzonte che qualcosa è ottenibile.

Oggi un libro come questo è inserito nella cosiddetta produzione letteraria “working class“. Ma mi voglio concedere l’essere bastion contrario di fronte ai tanti nomi che vengono usati, o abusati, io definirei questo romanzo come appartenente alla classe proletaria, come l’operaio non è operatore di produzione; né il capo è il referente; né, appunto, lo spazzino operatore ecologico.

 * Carmilla online

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *