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Stupro, castrazione e regressione

Leggevo, stamane, alcuni passi del libro “Sommario di decomposizione” di Cioran e pensavo al post di Emma Dante, quello sull’evirazione. Nell’ironia la chiaroveggenza, scrive Cioran; nelle frasi assertive, invece, il pensiero retrocede al preistorico, in una condizione dove tutto deve ancora cominciare.

L’accostamento tra i due autori è avvenuto per caso, come se la mia mente cercasse di rinvenire nelle parole un senso nuovo, diverso da quello espresso dagli enunciati; come se il senso volesse disfarsi di se stesso. Ed è da quell’accostamento che è sorto in me il seguente pensiero:

Ogni orrore suscita ripugnanza e propone alla coscienza una reazione violenta, che essa riesce a eludere solo se si è già allontanata, e ben prima dell’evento terribile, dal proprio preistorico, compiendo i passi fruttuosi del “progresso civile”.

Pensiero banale, certo; e forse incapace di cogliere il lato “simbolico” del post sull’evirazione. Ma su di me, complice Cioran, il post di Emma Dante ha avuto l’effetto di scatenare il rimpianto per le parole posate del saggio che distingue tra il livello della civiltà e quello della barbarie.

Colui che parla, scrive ancora Cioran, esibisce il proprio cuore – espone in pubblico il proprio segreto. Sui “social”, questo effetto è amplificato: le nostre parole tradiscono, per così dire, il nostro grado di civiltà. Che cosa sta esprimendo chi invoca l’evirazione?

Intanto, bisogna evidenziare un’ambiguità di fondo presente nel testo di Emma Dante, quella tra il piano “simbolico” e quello che potremmo definire “normativo”. È la stessa autrice ad alimentarla, là dove scrive, rispondendo ad alcuni commenti sul suo profilo, che lei propone «la castrazione solo dopo uno stupro ai soli stupratori», per poi aggiungere: «E comunque la mia è una provocazione letteraria, una visione simbolica, non una proposta di legge».

Facciamo un passo indietro, torniamo alla frase centrale del post di Emma Dante; eccola: «sarebbe un gran rimedio, finalmente, evirare il maschio portatore di fallo fallace a scopo sanitario e ascetico».

Ora, se questa frase è all’interno di un’opera drammaturgica, il suo senso assume un valore simbolico, simile, per esempio, a quello rimandato dall’omicidio dei figli da parte di Medea. Può significare, quindi, qualcosa che non ha a che fare immediatamente con la cronaca giudiziaria o con il senso letterale: Medea non corrisponde alla donna che getta il proprio figlio nel cassonetto o alla madre di Cogne, bensì a qualcosa di più profondo.

Se, invece, scrivo quella frase su un “social” e in riferimento a un atto di cronaca barbaro come lo stupro di gruppo, il suo senso travalica il “mito” e diviene, immediatamente, una invocazione di vendetta crudele. Richiama qualcosa di nefasto, che assume subito un valore normativo, anche al di là delle intenzioni dell’autrice.

In sostanza, la frase perde ogni spessore mitico, ossia quella capacità che ha il teatro di farsi “archeologo dell’essere”, per entrare in una dimensione dannatamente autoritaria, non più conoscitiva ma, appunto, normativa: l’evirazione nominata è l’evirazione auspicata, dunque procedura da ottenere tramite un intervento di qualcuno che può decretarla.

E torniamo dunque al pensiero nato in me dall’accostamento tra le parole di Cioran e quelle di Emma Dante. È la possibilità di “restare umani” che mantiene il giusto discrimine tra giustizia e vendetta; essa ci impedisce di diventare, di fronte a un atto barbaro, barbari a nostra volta.

Quando, di fronte allo stupro, si invoca la castrazione, diamo sfogo alle nostre pulsioni più primitive, aderendo a una sorta di disciplina dell’orrore. Siamo davvero in quella condizione suggerita da Cioran, dove tutto deve ancora cominciare: è come se vivessimo ancora dentro una caverna e nell’assoluta inconsapevolezza del progresso umano in ordine, per esempio, alle modalità della pena di fronte a un crimine orrendo.

Le nostre conquiste sociali, frutto di processi complicati e conflittuali, ci hanno portato al concetto di pena “rieducativa”, dove al reo è concesso, insieme, il tempo di vita da pagare per il suo crimine, ossia la sottrazione di libertà, e l’occasione per “redimersi”. L’evirazione violerebbe questo che è un importante principio di civiltà – oltre che non servire a impedire il compimento di futuri stupri. Un atto barbaro, più simile a una vendetta crudele che a un atto di giustizia.

Oltre il mito teatrale, dunque, il pensiero di punire lo stupratore con l’evirazione è ripugnante – politicamente e culturalmente ripugnante.

* da Facebook

L’immagine, dal titolo “Beim Dengeln” (Battere la falce, 1903-1908), fa parte di una serie di pitture realizzate dalla pittrice Käthe Kollwitz dedicata alla “guerra dei contadini” tedeschi. Vi è raffigurata un’anziana madre intenta ad affilare la falce, strumento con cui vuole vendicare lo stupro subito dalla figlia.

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1 Commento


  • Alessio

    Colpisce leggere su Contropiano un riferimento a Cioran (voglio dire, il “nichilista” di “storia e utopia”). A parte ciò, di che ci si sorprende? Il femminismo ha ottenuto l’emancipazione della donna sì, ma finanziata dal maschio con un costo elevatissimo pari al 93% dei morti sul lavoro. Hanno ottenuto l’aborto e non sono naziste se eliminano sistematicamente i feti indegni di diventare vita (80% di aborti per diagnosi di feto con sindrome down, genocidio). Possono avanzare ipotesi come la riduzione al 25% del totale dei maschi da usare come eiaculatori in nome del progressismo. Possono rigurgiyare tutto il loro odio misandrico tramite qualsiasi medium senza pagare pegno…
    E vi sorprendente della castrazione del maschio mostro?

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