Ragionando sull’intervento di Mauro Piras, membro della commissione ministeriale per la stesura delle nuove Indicazioni nazionali per la filosofia (articolo non a caso pubblicato dal Foglio), credo che l’approccio proposto destoricizzante voglia portare la didattica della filosofia verso un fronte metodologico di semplificazione e di decontestualizzazione delle idee e del loro divenire processuale logico ed socioeconomico.
Se i problemi sono a-temporali sappiamo cosa accade… avete presente l’eterno presente? E l’idea che nulla del reale possa essere trasformato? Il doppio binario complementare delle Indicazioni nazionali è formalmente equilibrato, ma nella pratica scolastica concreta il tempo è una variabile decisiva che ormai ci è stata alienata.
Se le ore effettive di filosofia si riducono per effetto di educazione civica, FSL, progetti, orientamento e quant’altro, il percorso storico-diacronico diventa semplicemente impraticabile soprattutto se devo andare da Talete a Nietzsche per chiudere l’Ottocento in quarta superiore come le nuove Indicazioni nazionali prescrivono.
Allora l’approccio per problemi, meglio adattabile alla frammentazione temporale, ci porterà al vero risultato finale sotteso a questa riforma implicita (soprattutto se la quadriennalizzazione arriverà a essere proposta anche ai licei). Il risultato pratico sarà la sostituzione, anche senza che venga dichiarata, di un metodo con un altro.
È una riforma implicita perché si lascia de jure il vecchio impianto con la doppia scelta, ma si creano de facto le condizioni strutturali perché venga abbandonato spontaneamente l’approccio che necessita di più tempo e più sedimentazione.
Chi avanza una critica ovviamente viene accusato di essere contro l’innovazione o di difendere corporativamente l’approccio gentiliano. Oh! Guardate che anche per i marxisti lo storicismo è una griglia di lettura della realtà!
Ma possiamo mai abbandonare questa lettura, così, senza capire che cosa stanno facendo alla didattica della filosofia? Il presente non è naturale, ma costruito e quindi modificabile. Se non lo mostriamo con un approccio storicista cosa stiamo trasmettendo? La filosofia per problemi decontestualizzata è utile a naturalizzare i problemi, li presenta come eterni interrogativi dell’umanità quando sono nodi che si sono storicamente determinati.
Ancora una volta, è chiaro a tutti che questo metodo “non imposto” è esattamente quello che Gramsci chiamava egemonia? Solo che ancora una volta è egemonia per via pedagogica. Non ti impongo una visione del mondo con la forza, ma trasformando il tuo contesto ti porto a scegliere di formare soggetti che non abbiano gli strumenti concettuali per pensare storicamente la propria condizione incarnata.
All’inizio, leggendo i contenuti delle nuove Indicazioni nazionali di storia, ho pensato che peggio di quello non poteva esserci. E invece il paragrafo sulla filosofia è veramente molto più pericoloso.
Il dibattito sull’insegnamento della filosofia è forse ancora più importante. Le idee non galleggiano nel vuoto. La perdita del divenire delle idee nella cornice storica, economica e sociale in cui emergono, porta con sé il rischio di rendere le categorie filosofiche astratte. Piras minimizza l’assenza di Marx e Spinoza (ohibò però possiamo parlare delle autrici donne, eh che bel pinkwashing), ma quelle assenze non sono neutre.
Capire come mai le donne prendono la parola solo nel Novecento, come si fa senza approccio storico-diacronico? Una didattica per problemi in cui si induce a selezionare certi problemi “eterni” e a escluderne altri (libero arbitrio e mente-corpo sì, invece alienazione e lotta di classe no) è espressione di una ideologia che, mentre proclama e urla ai quattro venti la neutralità metodologica del “siete liberi di scegliere tra i due metodi, fate un po’ come cacchio vi pare“, sta rendendo la filosofia strumento di dibattito (o debate) fine a se stessa.
Altro che carrellata di opinioni e di filosofi, avremo la filosofia in pillole o per talk show.
E quindi trovo la difesa di Piras fragilissima. Fare meno, fare meglio, lo condividiamo tutti, così come tornare ai testi filosofici e starci più tempo. Fare in modo diverso tra indirizzi di studio è abominevole. Fare da Talete a Nietzsche in due anni è ridicolo. Non mettere a tema la questione del tempo-scuola sottratto è surreale. La messa al bando dello storicismo è drammatica al pari della critica acefala alla lezione frontale.
Spesso chiedo agli studenti “ma come mai Platone si è scervellato su sto problema della giustizia? Ma perché proprio Cartesio all’improvviso c’ha sto pallino del metodo? Ma chi gliel’ha fatta fare a Kant dopo tre faticose Critiche di arrovellarsi sul problema politico della pace?“.
La filosofia non è un prurito intellettuale di qualche genio vissuto anni fa, la filosofia riflette sul proprio tempo storico a partire da questioni che nascono in un dato tempo e in un preciso spazio geografico. Storia e filosofia sono legate non perché Gentile era gentiliano, sono legate perché la filosofia non è come un uovo che cade dal cielo e da lì abbiamo il primo problema o grattacapo che dir si voglia.
La filosofia nasce dalla storia del mondo e alla storia torna nella ricerca di una risemantizzazione del mondo. E non come esercizio retorico, ma possibilmente nella speranza di capirci qualcosa davvero per trasformare la realtà e darsi nuovi problemi.
* da Facebook
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
