Macklemore, famoso rapper statunitense, è stato ufficialmente estromesso dalle date statunitensi del The Loop Tour di Ed Sheeran. A decretare il bando del rapper sono state le pressioni congiunte di organizzazioni filo-israeliane e dei proprietari dei grandi stadi americani, culminate nella minaccia di bloccare l’intera tournée da centinaia di migliaia di spettatori.
La rottura ha avuto origine durante i concerti del 4 e 5 settembre al MetLife Stadium nel New Jersey. Invitato ad aprire gli show di Sheeran in dieci tappe negli Stati Uniti, Macklemore ha trasformato il proprio set in una piattaforma di denuncia contro il genocidio dei palestinesi.
L’Israeli-American Council (IAC) ha lanciato quasi istantaneamente una raccolta firme per chiederne la cacciata immediata. Anche figure di spicco del pop come la cantante Pink e l’artista britannico Boy George hanno criticato Macklemore. Il miliardario Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e dello stadio Gillette Stadium di Foxborough, in Massachusetts, dove il tour avrebbe dovuto fare tappa a fine settembre, ha bandito ufficialmente il rapper dalla propria struttura, accusandolo persino di antisemitismo.
Secondo quanto denunciato da Macklemore, Kraft avrebbe fatto fronte comune con i gestori delle altre grandi arene in cui sarebbe andato a cantare, ponendo un aut-aut perentorio: se Macklemore rimane in cartellone, i concerti non si terranno. A confermare la rimozione è stato il Messina Touring Group, la società promotrice degli spettacoli americani di Ed Sheeran.
Macklemore ha deciso di pubblicare un lungo messaggio su Instagram, dove ripercorre gli eventi e le difficili conversazioni con l’amico Sheeran. Ci è sembrato utile tradurlo e pubblicarlo qui sotto, innanzitutto perché il rapper, evidentemente lontano dalle manie di grandezza di altri colleghi, ha voluto ridimensionare la portata del proprio caso personale, rifiutando ogni vittimismo.
E poi, perché con le sue parole Macklemore ha mostrato come la musica di oggi sia un’industria dove gli spazi di espressione sono rigidamente controllati, richiamando la necessità di una rottura culturale significativa. Il primo passo è quello di decidere da che parte stare, mentre l’amico Sheeran ha sempre fatto della sua “neutralità” un punto fermo della sua figura pubblica. Ovviamente, solo quando questo conveniva…
“Non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso – ha scritto sui social – Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo“. O se sei nel mezzo, detto con Lenin, sei la barricata da scavalcare.
*****
Non so bene da dove cominciare. Quindi parlerò con il cuore e dirò la verità. Ed Sheeran e il suo team hanno preso la decisione di rimuovermi dal The Loop Tour. Ma prima di addentrarmi nella questione, voglio dire una cosa che dovrebbe essere ovvia. In questo momento penso che sia importante: io non sono una vittima.
Ed Sheeran non è una vittima. Pink non è una vittima. Abbiamo carriere, denaro, opportunità, sicurezza e un pubblico in tutto il mondo. Qualunque siano le conseguenze che ciascuno di noi deve affrontare per ciò che dice, noi possiamo tornare a casa dalle nostre famiglie.
Le vittime sono il popolo palestinese. Gli uomini, le donne e i bambini che sono stati uccisi, affamati, sfollati e costretti a vivere attraverso una violenza inimmaginabile. Più di 20.000 bambini sono stati uccisi solo a Gaza. Ci sono persone che vengono uccise oggi, e persone che verranno uccise domani. Voglio assicurarmi che, nel raccontare questa storia, non perdiamo di vista questo.
Ed è un mio amico. Lo conosco da 13 anni. Abbiamo condiviso notti fino a tardi, sessioni in studio e palcoscenici. Ha una magia contagiosa che ho imparato ad amare. Lo considero un fratello. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo avuto conversazioni difficili. Quel tipo di discorsi radicati nell’affetto e nel rispetto reciproco che però finiscono comunque in un punto di disaccordo fondamentale.
Nulla di ciò che scrivo qui è dettato dal rancore o dal desiderio di infangare la sua persona. Ma, come ho detto a Ed più volte al telefono, la nostra amicizia non può cancellare la mia responsabilità di dire la verità su ciò che è successo. Lunedì scorso, nel bel mezzo dell’attenzione mediatica attorno a Pink e a ciò che avevo detto al MetLife, Ed mi ha detto che Robert Kraft lo ha chiamato. Questo mese avevamo in programma di esibirci al Gillette Stadium, di proprietà del Kraft Group.
Ed mi ha riferito che Kraft ha dichiarato che non mi sarebbe stato permesso di esibirmi nel suo stadio. Ed mi ha anche detto che Kraft aveva mobilitato alcuni degli altri proprietari di stadi e che, collettivamente, gli avevano dato un ultimatum: se Macklemore rimane nel tour, non ti sarà permesso di suonare nelle nostre strutture.
Ed si è trovato in una posizione davvero difficile. Lo sapeva. La sua solita posizione apolitica veniva messa in discussione come mai prima d’ora. Mi ha detto che le parole “Free Palestine” e l’immagine della bandiera palestinese ferivano molte delle persone con cui aveva parlato.
Gli ho risposto che se quelle parole risultavano più offensive di decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi da Israele, allora c’era una divergenza fondamentale tra la posizione di quelle persone e la mia. Ma lui non è riuscito a superare la sua facciata pubblica del “Io non prendo posizione“.
E capisco perché le persone non lo facciano. Prendere una posizione può costare caro. Soldi, contratti con i brand, sponsorizzazioni, festival, esibizioni private, relazioni e opportunità. Ho perso tutte queste cose. Ma non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso. Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo.
Ciò che ho detto al MetLife lo vado dicendo sui palchi di tutto il mondo da quasi tre anni. Perché allora è un problema adesso? Perché ora sto condividendo il palco con uno degli artisti più grandi del mondo, in alcuni dei più grandi stadi d’America. A un certo livello di visibilità, dire “Free Palestine” diventa un rischio troppo alto.
Se avessi continuato a fare i concerti, dicendo “Free Palestine“, con Ed che implicitamente lo appoggiava, con il pubblico che si faceva sentire e mostrava un innegabile sostegno per la liberazione palestinese, quale artista si sarebbe fatto avanti dopo? Il palcoscenico diventa resistenza. Forse è per questo che questa volta è diventato così importante ridurmi al silenzio.
E uno dei modi più efficaci per imporre quel silenzio è stato strumentalizzare l’accusa di antisemitismo. L’antisemitismo esiste davvero. Ed è esattamente per questo che il termine ha un peso troppo grande per essere usato come scudo contro le critiche allo Stato di Israele. Quando criticare Israele, opporsi al sionismo o dire “Free Palestine” viene confuso con l’odio verso gli ebrei, non si protegge il popolo ebraico. Si protegge Israele dalle proprie responsabilità.
Spero che questa non sia la fine del mio rapporto con Ed. Tredici anni di amicizia non spariscono a causa di un disaccordo doloroso. Spero che entrambi continueremo ad ascoltare, a documentarci su ciò che sta accadendo in Palestina e a fare i conti con ciò che la neutralità significa in un momento come questo. La mia porta sarà sempre aperta per portare avanti quella conversazione.
Quando mio fratello Omar stava inserendo i sottotitoli al video che ho pubblicato dal MetLife, l’ho ringraziato. Mi ha detto che c’è una frase in arabo: لا شكر على واجب “La shukra ala wajeb“: “Non si ringrazia per un dovere“. Mi è rimasto impresso. Perché è questo ciò che è diventato, per me e per milioni di altre persone nel mondo. Un dovere. Non qualcosa che merita elogi o gratitudine. Non un atto di coraggio. Semplicemente umano.
Chi sta vincendo sul web, chi viene cancellato, chi suona negli stadi e chi no: tutto questo diventa infinitamente piccolo rispetto a ciò di cui siamo effettivamente testimoni a Gaza e in Cisgiordania. Un intero popolo che viene sfollato, affamato e ucciso mentre il mondo dibatte su quali parole ci sia concesso usare per descriverlo, su come quelle parole ci facciano sentire e se il nostro disagio valga più delle persone che stanno subendo un genocidio.
Non avevo bisogno di 10 concerti con Ed. Ne avevo bisogno di 2. Due occasioni per stare davanti a 90.000 persone e pronunciare le parole che, in qualche modo, sono diventate troppo pericolose da dire. “Free Palestine“. Ma se quelle parole mi sono costate il palco, riportando al contempo la discussione sulla Palestina, allora questo è stato il tour di maggior successo a cui io abbia mai preso parte.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
