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Dai BRICS un segnale forte a sostegno di Cuba

La XVIII Cumbre dei BRICS a Nuova Delhi consegna un risultato politico di grande importanza: nella Dichiarazione finale il gruppo esprime la propria “profonda preoccupazione per la situazione di Cuba, denuncia l’inasprimento delle misure del blocco statunitense e ne chiede la fine“.

Non è una formula diplomatica qualsiasi. È un segnale che assume un valore particolare perché arriva da un’organizzazione che rappresenta una parte crescente del mondo e che sempre più chiaramente si propone come spazio politico ed economico del Sud globale.

Per Cuba questo pronunciamento ha un significato concreto e simbolico insieme. Con il blocco economico, commerciale e finanziario, gli Stati Uniti continuano a esercitare una pressione che colpisce l’intera popolazione cubana e che, secondo quanto denunciato dal ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla a Nuova Delhi, si è ulteriormente aggravata attraverso il cosiddetto cerchio energetico.

Non siamo di fronte soltanto a una controversia commerciale. Quando vengono ostacolate le forniture di energia, di alimenti, di medicinali e di dispositivi sanitari, il bersaglio non è un governo astrattamente considerato, ma sono le condizioni materiali di vita di milioni di persone.

La denuncia cubana parla esplicitamente di “castigo colectivo” e di un “genocidio silencioso que cobra vidas”. Sono parole pesanti, che devono indurre la comunità internazionale a interrogarsi sulla legittimità di una politica che pretende di ottenere un cambiamento politico attraverso la sofferenza economica e sociale di un intero popolo.

Il dato politicamente più rilevante è che questa denuncia non è rimasta isolata. La Dichiarazione di Nuova Delhi ribadisce la necessità di porre fine alle misure economiche, commerciali e finanziarie contro Cuba. I BRICS riconoscono dunque che le cosiddette misure coercitive unilaterali rappresentano un problema per l’intero sistema internazionale e non possono diventare uno strumento ordinario della politica estera delle grandi potenze.

Cuba non è una minaccia. Il blocco è una minaccia alla possibilità di un popolo di vivere, commerciare e svilupparsi liberamente

È questo il punto politico che dobbiamo cogliere. La questione cubana è infatti parte di una trasformazione molto più ampia degli equilibri mondiali. I BRICS non sono più soltanto il raggruppamento delle principali economie emergenti che avevamo conosciuto agli inizi del secolo. La loro espansione e il loro crescente protagonismo esprimono la domanda di rappresentanza politica, economica e culturale di Paesi che per troppo tempo sono stati relegati a periferie produttive di un sistema dominato da altri.

Il richiamo della Dichiarazione di Nuova Delhi allo “spirito di Bandung” è particolarmente significativo. Bandung, nel 1955, rappresentò il tentativo dei popoli asiatici e africani di sottrarsi alla logica della Guerra fredda e di affermare il diritto a una propria soggettività internazionale. Oggi il contesto è diverso, ma quella esigenza di autonomia torna con una forza nuova.

Non siamo più nel mondo bipolare della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma non siamo nemmeno nel mondo unipolare che sembrava essersi consolidato dopo la fine della Guerra fredda. Sta emergendo un sistema multipolare nel quale grandi realtà del Sud globale dispongono di risorse economiche, demografiche, tecnologiche e politiche tali da rivendicare un ruolo autonomo.

Ed è proprio qui che Cuba assume un valore emblematico

La piccola isola socialista dei Caraibi è da decenni sottoposta a una pressione economica che avrebbe dovuto piegarne la volontà politica. Non è accaduto. Cuba continua a difendere la propria sovranità e, contemporaneamente, si propone come Paese di pace e come possibile membro pieno dei BRICS.

L’intervento di Bruno Rodríguez Parrilla a Nuova Delhi ha indicato con chiarezza la direzione: Cuba vuole contribuire al rafforzamento dei BRICS e considera questo spazio uno strumento fondamentale per costruire un ordine internazionale multilaterale, equo e democratico, fondato sull’uguaglianza sovrana degli Stati e sul diritto internazionale.

Questa prospettiva coincide con una delle questioni decisive poste oggi dai BRICS: la necessità di superare la dipendenza da un sistema finanziario internazionale costruito intorno al predominio del dollaro e alle decisioni di istituzioni nelle quali il potere non è distribuito in modo realmente democratico.

La proposta di aumentare l’uso delle valute nazionali negli scambi, l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e il rafforzamento del Nuovo Banco di Sviluppo dei BRICS possono rappresentare strumenti importanti per ridurre la vulnerabilità dei Paesi sottoposti a sanzioni e pressioni economiche.

Non si tratta di costruire un altro blocco contrapposto all’Occidente. Si tratta di rendere possibile un sistema internazionale nel quale nessuna potenza possa utilizzare unilateralmente la propria forza finanziaria per imporre agli altri popoli le proprie scelte politiche.

La stessa partita riguarda la tecnologia. La cooperazione dei BRICS sull’intelligenza artificiale, sulla digitalizzazione, sulla ricerca scientifica e sulla formazione non è una questione soltanto economica. È una questione di sovranità.

Chi controlla i dati, le infrastrutture digitali, i sistemi computazionali, gli standard tecnologici e gli strumenti attraverso i quali viene prodotta la conoscenza dispone infatti di un potere enorme. Per questo il Sud globale deve costruire anche una propria sovranità cognitiva, evitando di assumere come universali categorie elaborate altrove.

In questa prospettiva, la solidarietà a Cuba è parte di una battaglia più generale contro la subalternità.

Cuba chiede di poter vivere senza il blocco. I Paesi del Sud globale chiedono di poter commerciare senza ricatti. Le economie emergenti chiedono istituzioni finanziarie più democratiche. I BRICS chiedono maggiore rappresentanza e un sistema internazionale realmente multipolare.

Sono tutte facce della stessa trasformazione

Per questo considero importante il pronunciamento di Nuova Delhi. Non perché una dichiarazione diplomatica possa, da sola, cancellare decenni di aggressione economica contro Cuba, ma perché indica che il consenso internazionale intorno alla logica del blocco si sta incrinando e che una parte crescente del mondo non accetta più l’idea che una grande potenza possa decidere unilateralmente il destino di una piccola nazione.

Cuba non è sola. Lo dimostra la solidarietà dei popoli e lo dimostra sempre più anche il confronto politico dentro i BRICS.

La costruzione del multipolarismo passa anche da qui: dalla difesa concreta del diritto di ogni popolo a scegliere il proprio modello politico, economico e sociale senza essere sottoposto a punizioni collettive.

E allora il messaggio che arriva da Nuova Delhi è chiaro: il futuro non può essere quello della forza contro i deboli, delle sanzioni contro i popoli e del dominio finanziario di pochi. Il futuro deve essere quello della cooperazione, della solidarietà tra Sud globale, della sovranità degli Stati e di un multilateralismo finalmente democratico.

In questo processo Cuba rappresenta una questione centrale. La fine del blocco non è soltanto una richiesta cubana: è una battaglia per il diritto internazionale e per un mondo nel quale la sovranità dei popoli non sia subordinata agli interessi delle potenze imperialiste.

Come ha ricordato Bruno Rodríguez Parrilla, “Cuba no es una amenaza; el bloqueo sí”. È una frase che sintetizza una verità politica elementare: nessun popolo dovrebbe essere affamato, isolato o privato delle proprie possibilità di sviluppo per costringerlo a cambiare il sistema politico che ha scelto.

La solidarietà dei BRICS a Cuba va dunque letta come un passo nella direzione di un nuovo equilibrio mondiale. Un equilibrio nel quale non siano più pochi centri di potere a stabilire unilateralmente ciò che è consentito al resto del pianeta, ma siano i popoli, attraverso la cooperazione e il multilateralismo, a costruire un ordine internazionale fondato sulla pace, sulla giustizia e sulla sovranità.

La solidarietà deve diventare cooperazione concreta

I BRICS hanno compiuto un passo politico importante. La Dichiarazione di Nuova Delhi rompe il silenzio sul bloqueo contro Cuba e denuncia con chiarezza le misure coercitive degli Stati Uniti. Ma oggi non bastano più le dichiarazioni. La solidarietà ha un valore morale e politico immenso, tuttavia un popolo non vive di comunicati: vive di energia, di medicinali, di alimenti, di investimenti e di commercio.

Se davvero i BRICS vogliono rappresentare l’alternativa al dominio unipolare, devono avere il coraggio di tradurre le parole in fatti. Russia, Cina, India e gli altri Paesi membri dispongono delle risorse energetiche, finanziarie e logistiche necessarie per aiutare concretamente Cuba. Non manca il petrolio, non mancano le navi: ciò che ancora manca è una volontà politica sufficientemente forte da rompere, anche sul piano materiale, il ricatto delle sanzioni secondarie imposte da Washington.

Detto con franchezza, finora ho visto molte promesse e pochi cambiamenti concreti.

Ma sarebbe un errore aspettare soltanto ciò che può arrivare dall’esterno. Da molti anni sostengo che Cuba deve imparare, una volta per tutte, che deve salvarsi anzitutto con le proprie forze. La solidarietà internazionale è indispensabile, ma non può sostituire la capacità di mobilitare le energie interne del Paese.

Le 176 misure della riforma economica devono uscire dai documenti e diventare una pratica quotidiana di trasformazione. Occorre accelerare il decentramento economico e produttivo, rafforzare le economie locali, sviluppare una pianificazione realmente decentralizzata, sostenere chi produce, esportare di più e dipendere sempre meno dalle importazioni.

Bisogna liberare la creatività del lavoro, della produzione, della distribuzione e consolidare forme di economia solidale fondate sull’autodeterminazione, sull’autoproduzione e sulla partecipazione delle comunità.

Le trasformazioni necessarie, inoltre, non riguardano soltanto l’economia. Servono innovazione istituzionale, maggiore protagonismo dei territori, partecipazione popolare e una nuova cultura della responsabilità collettiva. È così che il socialismo cubano potrà affrontare la guerra economica senza rinunciare ai propri principi di giustizia sociale.

I BRICS possono essere un alleato decisivo. Ma il futuro di Cuba dipenderà soprattutto dalla capacità dei cubani di trasformare questa fase difficile in un’opportunità storica di rinnovamento, con coraggio, sovranità e fiducia nelle proprie immense risorse umane.

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