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Fukushima, la nuova Chernobyl

Il vice direttore generalel’Agenzia per la sicurezza nucleare giapponese, Hidehiko Nishiyama, ha minimizzato i potenziali effetti dell’acqua di mare radioattiva “dal momento che la popolazione locale è stata evacuata ed è stata bloccata l’attività di pesca nella zona”. Masataka Shimizu, presidente dalla Tepco, la società che gestisce l’impianto nucleare di Fukushima, ch no appariva in pubblico dal 13 marzo, è stato ricoverato in ospedale ieri sera. Lo hanno reso noto oggi i media giapponesi, il giornale Nikkei e l’agenzia Kyodo, precisando che Shimuzu soffre di pressione arteriosa troppo elevata.

Il governo giapponese, su iniziativa del ministero dell’Industria, ha intanto disposto il controllo urgente di tutti i reattori nucleari del Paese per garantire che non si ripetano scenari come quelli che hanno portato al danneggiamento e alla «criticità» della centrale nucleare di Fukushima.

Il ministro dell’Economia, Commercio e Industria, Banri Kaieda, ha inviato una lettera in tal senso ai vertici delle 9 società elettriche regionali nipponiche e a due operatori che gestiscono altri impianti nucleari. Il Giappone ha 54/55 reattori, tutti situati lungo la costa e disseminati su un arcipelago a fortissimo rischio sismico.

Riportiamo inoltre due articoli da “il manifesto” del 30 marzo 2011

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L’ANALISI

Plutonio e contaminazioni, il silenzio degli scienziati
Giorgio Ferrari*
Una piccola Chernobyl già c’è stata. Gli indizi principali che portano a questa conclusione sono due: la presenza di acqua altamente contaminata (100.000 volte sopra gli standard) nell’unità 2 e la rilevazione di Plutonio in un area distante dai reattori.
Contaminazione dell’acqua L’altissimo livello di contaminazione dell’acqua non può che far pensare che questa provenga direttamente dall’interno del vessel (cioè a contatto del combustibile danneggiato). Conseguentemente è possibile fare due ipotesi:
1) è sopravvenuta una rottura nel circuito principale di alimento dell’acqua di raffreddamento del nocciolo e/o lo stesso vessel di acciaio che contiene il nocciolo ha subito una fessurazione;
2) dato che la vasca di soppressione del reattore n.2 era andata distrutta, la Tepco ha tentato di raffreddarne il nocciolo inviando il vapore prodotto nel vessel direttamente al condensatore della turbina, ma ciò ha provocato il danneggiamento del condensatore con conseguente fuoriuscita dell’acqua contaminata e ciò ne spiegherebbe la presenza nell’edificio turbina.
Presenza di Plutonio
Le prime rilevazioni di Plutonio al suolo sono state fatte il 21 e 22 marzo a distanze comprese tra 500 e 1000 metri dalla unità 1 (presa a riferimento). La considerevole distanza unita al fatto che il Plutonio è un elemento pesante che si trova in forma di particelle solide (quindi non si libera come gas) non può che far pensare a una esplosione violenta che ha coinvolto il combustibile. Escludendo che una tale esplosione sia avvenuta in uno dei noccioli delle unità 1, 2 e 3, perché altrimenti ciò avrebbe significato la distruzione del vessel e del contenitore di calcestruzzo, non resta che individuare l’origine della diffusione del Plutonio nelle due esplosioni (15 marzo unità 4 e 21 marzo unità 3) che hanno coinvolto le piscine del combustibile irraggiato dell’unità 3 e 4 che contenevano rispettivamente 50 e 135 tonnellate circa di combustibile Mox cioè al Plutonio. È sconcertante che su questi due episodi cali il silenzio dei tecnici e degli «scienziati»: date le dimensioni delle piscine e pur tenendo conto della diversa quantità di combustibile presente, la piscina del reattore 4 non avrebbe potuto svuotarsi, solo per effetto del calore, prima di 10-12 giorni e quella del reattore 3 avrebbe richiesto qualche mese. Quindi non può che essersi verificata una perdita (conseguente al terremoto) nella struttura delle due piscine. Ma non c’è nessuno che voglia prendere in considerazione questa ipotesi.
Le responsabilità dell’Aiea
In questo contesto emergono enormi responsabilità della Aiea, delle autorità giapponesi e degli altri paesi nuclearizzati. Yukiya Amano, capo dell’Aiea e giapponese, ha derubricato il ruolo del massimo organo di controllo internazionale a una sorta di ufficio stampa della Tepco, minimizzando la gravità dell’incidente che, a distanza di tre settimane, è ben lungi dal risolversi. I governi e le autorità di sicurezza dei paesi nuclearizzati nascondono ai propri cittadini ogni informazione in proposito, comprese quelle riguardanti la nube radioattiva nonostante sia stata rilevata contaminazione significativa in Cina, Korea e Stati Uniti. La Nisa (Agenzia per la sicurezza giapponese) non ha autorità alcuna sulla gestione dell’incidente quasi quanta mostra di averne il premier Naoto Kan sulla Tepco che con il suo operato ha aggravato le già tragiche conseguenze del disastro di Fukushima: ha disinformato sulle reali condizioni degli impianti dopo il terremoto; ha occultato i risultati delle misurazioni per giorni (il Plutonio e prima ancora il Bario, Cobalto, Tellurio, Tecnezio sono stati rilevati tra il 15 e il 21 marzo, ma se ne è data notizia solo il 28 marzo); ha impiegato operai delle ditte appaltatrici senza le dovute tutele (come i tre contaminati dall’acqua radioattiva che avevano ai piedi buste di plastica); ha pompato acqua di mare nei reattori inducendo una corrosione accelerata delle guaine a causa della presenza di cloruro di sodio; ha praticato (probabilmente) lo stoccaggio addensato del combustibile in piscina senza le dovute precauzioni richieste dalla presenza di Plutonio.
Il silenzio che la lobby nucleare sta calando su Fukushima è intollerabile. Occorre denunciare l’operato della Aiea e delle altre autorità di sicurezza, incalzare le istituzioni politiche a prendere provvedimenti seri per una revisione generale nell’impiego dell’energia nucleare. Il primo atto concreto da richiedere in sede di Comunità europea è la messa al bando del combustibile Mox e quindi delle tecniche di ritrattamento volte a recuperare il Plutonio che, per chi l’avesse dimenticato, contribuiscono in modo determinante alla proliferazione degli armamenti nucleari.
*Fisico, esperto di combustibile nucleare

 

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Lettere dall’inferno, «ma è il nostro dovere»
Scilla Alecci
Sono lettere dall’inferno quelle scritte da un’impiegata della Tepco, isolata all’interno della centrale di Fukushima, che insieme a molti altri compagni al fronte sta cercando di contenere l’emergenza nucleare.
Si rivolge a un collega che lavora nel quartier generale di Tokyo: «È inutile piangere. Se siamo all’inferno, ora, l’unica cosa che possiamo fare è strisciare risalendo verso il Cielo», si legge nella mail pubblicata sul Wall street journal che ha scelto, per ovvie ragioni, di omettere il nome della donna.
Lei, come la maggior parte dei suoi colleghi dentro la centrale, sono vittime dello tsunami: se anche uscissero ora, non avrebbero una casa a cui far ritorno: «Come la mia città anche i miei genitori sono stati travolti dallo tsunami e ancora non so dove siano… Sono impegnata in una operazione così difficile in queste condizioni mentali. Non ce la faccio più».
Nonostante tutti lì dentro siano allo stremo delle forze e nessuno sia in grado di dire quando finirà quest’emergenza, la donna rassicura il collega, porteranno avanti la causa Tepco fino alla fine. «Prima di pensare a noi stessi come vittime, stiamo tutti lavorando duro per compiere il nostro dovere come impiegati della Tokyo Electric Power».
In lacrime, il destinatario delle mail le chiede, come un commilitone, di resistere nonostante sia difficile in questo clima di ostilità contro la loro azienda. «Vi rispettiamo tutti qui e preghiamo per voi che state combattendo in prima linea circondati da nemici».
I nemici, naturalmente, sarebbero tutti quelli che ora puntano il dito contro la compagnia elettrica accusata, tra le altre cose, di non aver rinnovato gli impianti di sicurezza in passato.
I due compagni d’armi della Tepco si sostengono a vicenda sebbene la situazione di stress psicologico e fisico all’interno della centrale stia diventando insostenibile e il fattore imprevedibilità – come continua a ripetere il premier Naoto Kan – pesi come un macigno.
«Sembra una zona di guerra», racconta l’impiegata mentre dalle trincee del fumante impianto numero uno chiede ai suoi colleghi al sicuro di non abbandonarli. «Combatteremo fino alla fine. Per favore, fate il tifo per noi!».

 

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