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La «pressione sulle frontiere» per rivendicare il diritto al ritorno

 
RAMALLAH

Israele ha schierato nelle ultime ore rinforzi di polizia ed esercito ai principali posti di blocco con la Cisgiordania e la Striscia di Gaza e lungo i confini e le linee di armistizio con Libano, Siria e Giordania. L’intento è impedire la «pressione alle frontiere» annunciata per oggi, anniversario della «Naksa» – la sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni (1967) e la conseguente occupazione militare israeliana – da molte migliaia di palestinesi (non solo i profughi) e di attivisti arabi. Come per lo scorso 15 maggio, lo slogan delle manifestazioni è il «diritto al ritorno», ossia del rientro dei profughi a case e villaggi originari (ora in territorio israeliano) da dove nel 1948 circa 750mila palestinesi furono espulsi o fuggirono (oggi i rifugiati palestinesi e i loro discendenti sono 5 milioni, tra quelli che vivono in campi nei paesi arabi e quelli che sono a Gaza e in Cisgiordania). Il premier israeliano Netanyahu a metà settimana ha avvertito, con parole di fuoco, che non sarà tollerato alcun tentativo di penetrazione da parte dei manifestanti, e Tel Aviv ha fatto arrivare ai governi di Libano, Siria e Giordania, ma anche all’Autorità nazionale palestinese, messaggi di ammonimento.
La tensione è molto forte e le minacce di pesanti ritorsioni hanno avuto impatto a Beirut, dove le autorità militari hanno vietato la marcia dei palestinesi lungo il confine. A profughi e attivisti libanesi oggi non sarà permesso attraversare l’area sud del fiume Litani e, stando alle ultime notizie, i promotori potrebbero ripiegare su un sit-in di fronte all’ex prigione di Khiam (usata dagli israeliani durante l’occupazione del Libano del sud tra il 1978 e il 2000) o nella città portuale di Sidone.
Incerta è anche una nuova manifestazione a ridosso dei reticolati sulle Alture del Golan (siriane ma occupate da Israele), come quella dello scorso 15 maggio che vide migliaia di palestinesi passare sul versante controllato da Israele nei pressi del villaggio druso di Majdal Shams (i morti furono quattro, di cui tre del campo palestinese di Yarmouk, a Damasco). In azione per impedire la «pressione» sul confine israeliano entreranno con ogni probabilità anche le forze di sicurezza giordane.
Fare previsioni è azzardato ma ieri sera appariva chiaro che le manifestazioni più imponenti si svolgeranno ai valichi tra Israele e i Territori occupati, in particolare a nord e a sud di Gerusalemme. «Il nostro scopo è manifestare tutti insieme davanti al più disumano posto di blocco di tutta la Cisgiordania e di cercare di oltrepassarlo per dirigerci verso Gerusalemme», spiega Majd Hamid, 23 anni, di Ramallah, tra i principali attivisti palestinesi: «Cristiani e musulmani si raduneranno a Qalandyia e pregheranno insieme per poi dare inizio a una marcia pacifica verso Gerusalemme». A Gaza migliaia di profughi convergeranno sul valico di Erez.
Per i palestinesi, specie quelli più giovani, le manifestazioni di oggi sono il naturale sviluppo del movimento del «15 marzo» per l’unità nazionale, la rifondazione dell’Olp e per una alternativa politica alle soluzioni proposte da Fatah e Hamas. Come nelle rivolte arabe di questi mesi, la voce di questo movimento palestinese è soprattutto il web (in particolare la pagina Facebook «Sawt al-Manara»), dove si trovano le principali attività dei gruppi di giovani e continui aggiornamenti su attività svolte e previste.
Elemento che coagula le componenti politiche palestinesi, e le generazioni, resta l’attuazione del diritto al ritorno per i profughi, che Israele respinge seccamente e considera «una minaccia alla sua esistenza» in quanto Stato ebraico. «Sappiamo che il 5 giugno non torneremo nelle nostre case – dice Khalil, 23enne, del campo profughi di Dehisha (Betlemme) – ma è l’inizio della lotta. Dobbiamo dimostrare che i palestinesi che si battono per la liberazione non sono solo i quattro milioni e mezzo di profughi. Sono quattordici milioni nel mondo intero».
da “il manifesto” del 5 giugno 2011

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