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Quanto vale un Perú per Obama

Ci hanno pensato la Borsa e l’ambasciata Usa a Lima a decidere chi-è-chi e che parte scegliere. L’11 maggio, quando i sondaggi indicavano per la prima volta che Keiko Fujimori aveva colmato il gap nei confronti di Ollanta Humala, per «i mercati» fu una festa, con spettacolari rialzi alla Borsa di Lima e a Wall Street. Alla Casa bianca le reazioni furono meno clamorose. Ma dello stesso segno. Gustavo Gorriti, prestigioso giornalista peruviano, non ha dubbi: «L’ambasciata Usa si oppone fortemente alla candidatura di Humala». Neanche Steven Levitski, professore alla Pontificia università di Lima, ne ha: «L’ambasciata Usa vede Keiko come l’opzione meno peggio».

Ufficialmente, questa preferenza si deve ai timori che Humala, con il suo passato da militare golpista metta a rischio la democrazia e con il suo futuro da presidente statalista metta zizzania in quel paradiso per le grandi compagnie minerarie ma non solo, che grazie ad Alan García è diventato il Perù.
A Washington non si chiedono perché mai uno come Vargas Llosa, l’uomo che detesta più di chiunque altro tutto ciò che sa di sinistra, si sia messo alla testa di una crociata prima che per sostenere Humala, per fermare Keiko.
Il problema è un altro. Humala dal 2006 ha preso le distanze da Chávez, ora il suo modello è Lula. Ma il fantasma di Chávez – nonostante da qualche tempo, con la crisi economica in Venezuela, abbia di molto ridotto il suo protagonismo internazionale e si sia lasciato andare a iniziative discutibili (anzi peggio: vergognosa la consegna alla Colombia del giornalista Joquin Pérez Becerra, come «membro delle Farc») che tuttavia dovrebbero piacere a chi lo criticava tanto – continua ad aleggiare sull’America latina e la sua figura ad essere demonizzata dalle élite della regione e dai media che ne sono il portavoce. Chávez è sempre un ottima testa di turco per fare campagna contro qualsiasi candidati sgradito. Anche se è assolutamente irrilevante rispetto alle elezioni in Perù, se non altro per il fatto che quasi tutti i governi dell’America latina sono a vario titolo «alleati di Chávez». E questo è vero non solo per i «radicali» Bolivia o Ecuador, ma anche per i «moderati» Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay che intrattengono costanti e fruttuosi rapporti con il diavolo di Caracas. Eppure anche stavolta, con il pretesto Chávez, la gran parte di tv e giornali peruviani sono scesi in campo per Keiko e contro Ollanta.
Ma perché il democratico Obama, quello che annunciava un «new beginning» nei rapporti Usa-America latina, tifa (e probabilmente lavora) per l’inquietante figlia (ed erede politica confessa) di un mascalzone condannato per violazione dei diritti umani (tipo sterilizzazione forzata delle donne indigene), omicidi, corruzione, malversazioni? Risposta banale ma semplice. E’ per via dell’influenza e del potere, in buona o larga misura evaporati, che gli Usa esercitavano e vogliono ancora esercitare sul «cortile di casa». Per via del fatto che quasi tutti i governi latino-americani sono ormai di sinistra o di centro-sinistra, spingono sulla via dell’integrazione (pur fra contraddizioni), hanno sempre più spesso posizioni comuni sulla maggior parte dei problemi regionali (basti pensare al golpe in Honduras nel 2009, appoggiato sottobanco da Washington) e internazionali (come il Medio Oriente). Posizioni spesso divergenti da Washington.
I soli alleati rimasti in loco sono il Cile, la Colombia (anche se il successore di Uribe, Manuel Santos, fa la fronda con Chávez) e il Perù. Il Perù di Garcia e quello di Keiko ma, con buona probabilità, non quello di Humala. Appunto.
da “il manifesto” del 5 giugno 2011
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Javier Diez Canseco
Miracoli economici, tormenti sociali

Le contraddizioni di un paese con indici esagerati, in alto come in basso. Dal 2000 il pil è triplicato ma non si riesce a tassarlo E tre quarti dei lavoratori sono in nero, e ci restano

 

LIMA
Il Perù è un miracolo straordinariamente peculiare. Pur essendo la star della crescita economica in America latina, veleggia al penultimo posto della regione quanto a qualità dell’istruzione, con appena il 3% del pil assegnato a questa voce strategica per lo sviluppo e l’eguaglianza delle opportunità fra i cittadini. Dal 2000 il pil è triplicato ma abbiamo uno dei peggiori indici in materia di sanità pubblica e una spesa per abitante che tocca i 187 dollari l’anno (il 10% di quanto spende l’Argentina per abitante), una somma che non arriva a offrire assistenza medica neanche alla metà della popolazione. Abbiamo moltiplicato le nostre esportazioni i cui prezzi sono schizzati alle stelle, però il totale degli introiti fiscali che il governo centrale riesce a incassare si aggira intorno al 14% del pil (contro il 34% del Brasile, il 32% dell’Argentina, il 22% della Bolivia), consentiamo che giganti delle telecomunicazioni come la spagnola Telefónica paghino allo Stato la miseria di 2000 milioni di soles in tributi (più o meno 500 milioni di euro) e che ricchissime imprese minerarie non paghino niente.
Siamo molto cresciuti, però il 72% dei peruviani in età di lavoro, vive nell’economia informale. Il restante 28% di lavoratori formali, lavora per la maggior parte in un regime di contratti a tempo. E non basta: l’86% delle famiglie peruviane fruisce di un introito famigliare (e quindi non del solo capofamiglia) di 1000 soles al mese (più o meno 250 euro), che non bastano neppure per coprire il paniere dei generi di prima necessità. Gli indici di povertà, l’incapacità di assorbire mano d’opera e la mancanza di un lavoro decente fanno paura. Un miracolo economico o un miracolo sociale il fatto che una simile pentola a pressione non sia scoppiata?
Le opzioni di un cambiamento, di una crescita che si faccia sentire anche nel portafoglio e nella qualità della vita della maggioranza della popolazione – alla base della proposta di Gana Perú e di Ollanta Humala – in questo quadro sono perfettamente comprensibili. Certo, è ovvio che, stando così le cose, quelli che godono di enormi privilegi o quelli che fanno parte del piccolo circolo sui cui sgocciola qualche briciola di questo modello di crescita escludente, difendano con le unghie e con i denti le condizioni di cui fruiscono. Da lì parte la campagna di demolizione e l’allineamento con la guerra sporca dei media che, in fin dei conti, vivono della pubblicità o più semplicemente sono parte degli stessi gruppi di potere.
Però le peculiarità della politica sono davvero straordinarie: per condurre il paese come garante degli interessi dei più ricchi e dei poteri forti viene presentata una giovane candidata che non ha mai lavorato in vita sua, cresciuta all’ombra di un regime corrotto e criminale. Una irresponsabilità straordinaria. Un personaggio così fragile, affamato di potere e totalmente succube di un padre amorale e crudele – al punto di offrirgli come agnello sacrificale la sua stessa madre, vilipesa, umiliata e maltrattata in ogni modo agli inizi degli anni ’90 – non promette nulla di buono per il paese. E’ solo il burattino di Alberto Fujimori, il burattinaio che dirige la campagna della figlia dal carcere, con la complicità del presidente García.
Però non basta: cosa c’è dietro quei settori più poveri che scommettono sul continuismo, che rimpiangono il padre dispotico e corrotto ma tuttavia garante di un ordine già sperimentato e basato sul suo clientelismo pragmatico? E’ il perverso legame che unisce il padrone allo schiavo, la dipendenza generata dalla carenza assoluta e dall’insicurezza sulla propria sopravvivenza provocate da questo sistema; il clientelismo che tiene l’oppresso incatenato al suo oppressore. Sono le leggi dell’inferno, il pragmatismo «realista» degli oppressi e violentati, l’asfissia della speranza che un altro mondo sia possibile. Sono le ferite più profonde inferte da un sistema perverso che ci vorrà tempo a rimarginare. Però questa è la strada da intraprendere.
*Sociologo e giornalista, eletto al parlamento peruviano nella lista Gana Perú

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