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E venne il giorno del Cordero “politico”

Ma non si tratta di “concorrenza”. Il programma montezemoliano e identico. Quindi si vanno schierando pezzi interi di “classe dirigente”, che vanno componendo un “blocco” in grado di affrontare senza troppi traumni gli scossoni del dopo-Berlusconi, quando il Pdl e il Pd esploderanno, liberando valanghe di “personale politico” in cerca di sistemazione altrove.

Il blocco in costruzione fonda però la sua solidità sull’”assetto proprietario” più che sul consenso popolare. E questo è il suo elemento di rischio: fare politiche antipopolari con il consenso del popolo è davvero difficile. Né si può dire che Montezemolo produca la sensazione del genio che arriva e mette a posto tutto. La sciocchezza populista del “si possono ridurre le province del 90% senza cambiare la Costituzione”, per esempio, se la poteva tranquillamente risparmiare. Attualmente sono 110, certamente troppe; ma il 90% in meno significa che ne resterebbero soltanto 12, meno delle Regioni… Possono insomma essere abolite, ma va cambiata la Costituzione.

La chiave di volta del programma è però il punto 3 (“ Dobbiamo tornare ad essere il paese del lavoro e della produzione. Non possiamo più permetterci di avere un fisco che premia rendite e patrimoni”). Segna una discontinuità secca nel blocco dominante del dopoguerra, una rotture del fronte interno “borghese”. La contraddizione col berlusconismo, sul piano economico-sociale, è tutta qui. Ridimensionare la rendita a favore del profitto, priorità alla produzione rispetto ai patrimoni, fiscalità di vantaggio per i capitali investiti, un livello più elevato di emersione dal “nero”, ecc.

Cambia poco o nulla, invece, per il lavoro. L’eliminazione immediata delle pensioni di anzianità e la sponsorizzazione piena della “proposta Ichino” ­ abolizione dell’art. 18 e licenziabilità per “motivo economico oggettivo” – esattamente come nella lettera del governo al Consiglio europeo – chiarisce al di là di ogni dubbio che quella in corso è una battaglia “dentro” il blocco dominante. E basta.

Il futuro governo dovrà rappresentare al meglio questo blocco di interessi, facendo da aggregatore in mezzo alla frammentazione totale della rappresentanza politica. Un ruolo “oggettivamente centrista” che esclude la praticabilità anche solo ipotetica di qualsiasi “alleanza elettorale” con quanti, della vecchia sinistra ex-parlamentare, ancora ragionano entro i confini del bipolarismo pro o contro Berlusconi.

Resta un’incognita molto pesante in questo “spariglio” interno al blocco dominante. Anche dando per scontata la fine politica del Cavaliere, non altrettanto si può sperare dei suoi “rappresentati” che verranno chiamati a pagare la crisi in prima persona. L’ipotesi che nascano nuovi soggetti politici “populisti” di destra, orientati a legare insieme il “leghismo territoriale” e le paure crescenti di ampie fasce di popolazione impoverita, è tutt’altro che remota.

Variabili che ogni “fronte di classe” in costruzione, a partire dal sindacalismo conflittuale, deve tener presenti per orientare al meglio la propria azione sociale.

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Da Repubblica

“Il tempo è scaduto, Berlusconi lo capisca”

Da maggioranza e opposizione non arrivano risposte adeguate. Il governo è paralizzato da conflitti interni. L’opposizione ha una linea di politica economica confusa e non è in grado di garantire quanto richiesto dall’Europa. Le elezioni non rappresenterebbero dunque una soluzione e paralizzerebbero il paese.
La lettera all’Unione europea è manifestamente insufficiente rispetto alla gravità della situazione. Le tensioni che percorrono l’Italia non consentono di affrontare i problemi con soluzioni parziali, che diano l’impressione di riservare i sacrifici solo a una parte dei cittadini, magari proprio quelli che non votano i partiti di governo. Con questo metodo l’Italia rischierebbe di esplodere. Esiste oggi una ampia condivisione, da parte di cittadini e di esponenti politici moderati e riformisti, sulle misure prioritarie da adottare.
 
1. Prima di chiedere ulteriori sacrifici ai cittadini, la politica e le istituzioni devono mettere mano ai loro stessi costi, partendo dal numero dei parlamentari, dall’abolizione delle province e degli altri enti inutili. Non ci vuole una legge costituzionale per abolire il novanta per cento delle provincie. E poi varando una “patrimoniale sullo Stato”, una vendita massiccia di cespiti pubblici che vada ben oltre quanto attualmente prospettato dal governo.
2. Lavoro. Non possiamo chiedere più flessibilità in uscita senza affrontare il problema del precariato permanente e la riforma degli ammortizzatori

 

sociali. La proposta Ichino è del tutto condivisibile e attuabile, ma va presa nella sua interezza. Bisogna abolire i contratti a termine (mantenendo solo quelli fisiologici e stagionali), sostituendoli con un contratto unico, che consenta il licenziamento per motivi economici o organizzativi, ma che protegga il lavoratore dalle discriminazioni, gli eviti di dover rincorrere rinnovi periodici e lo supporti in caso di perdita del lavoro. I lavoratori che attualmente godono di un contratto a tempo indeterminato, protetto dall’art.18, continuerebbero a beneficiare di una protezione più ampia rispetto ai giovani lavoratori, ma in cambio dovrebbero andare in pensione più tardi, contribuendo così a finanziare i nuovi ammortizzatori sociali.
3. Dobbiamo tornare ad essere il paese del lavoro e della produzione. Non possiamo più permetterci di avere un fisco che premia rendite e patrimoni. Non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche di efficienza dell’economia. Se la crescita scompare anche il valore dei patrimoni diminuisce. Occorre reperire risorse da destinare all’abbattimento delle aliquote su lavoratori e imprese. Con l’introduzione di una imposta permanente sulle grandi fortune e l’abolizione degli incentivi alle imprese si potrebbe tagliare in maniera radicale l’Irap. Mentre, vincolando per legge i proventi della lotta all’evasione alla diminuzione dell’Irpef, ad iniziare dai redditi medi e bassi, si creerebbero le condizioni per un positivo conflitto di interessi tra chi paga e chi evade. Un ulteriore ritocco all’Iva può essere valutato, ma solo a patto che vada automaticamente a diminuire la pressione fiscale sulle persone. Tutta la manovra sul fisco deve essere sottoposta al vincolo di destinazione. La sfiducia dei contribuenti, che non sanno più dove vanno a finire i loro soldi, si combatte evitando discrezionalità nell’uso delle risorse che provengono dalle loro tasche.
4. Bisogna intervenire subito sulle pensioni, abolendo quelle di anzianità e passando ad un sistema interamente contributivo. Una parte consistente dei proventi generati andranno utilizzati per investire in un welfare dedicato ai giovani e alle donne.
5. Per esperienza diretta so quanto rapidamente la liberalizzazione di un settore può dare impulso a investimenti e occupazione e quanto però siano forti le resistenze della politica per mantenerne il controllo. La lista dei settori da liberalizzare è lunghissima. E’ fondamentale che insieme ai provvedimenti di apertura alla concorrenza si rafforzino i poteri dell’Antitrust per dare agli investitori la garanzia del rispetto delle regole.
Questi cinque provvedimenti, se attuati simultaneamente e accompagnati da un grande piano di rilancio dell’immagine internazionale dell’Italia, rappresenterebbero un valido argine alla speculazione, ridarebbero una prospettiva di crescita al paese e opererebbero nella direzione di una maggiore equità sociale.

Sappiamo però che nessuno dei due schieramenti porterà avanti questa agenda. Al contrario di quanto avviene nelle democrazie avanzate, dove l’obiettivo è la conquista dell’elettorato moderato, in Italia la preoccupazione dei partiti è quella di compattare la parte più populista dell’elettorato, appellandosi ad un “serrate i ranghi” permanente. Oggi, per fortuna, molte persone non si riconoscono più in questa logica. Dentro la destra e la sinistra stanno emergendo forze che spingono per un rinnovamento vero del proprio schieramento. Compito di tutta la classe dirigente è quello di mettere da parte ogni ambizione personale per dare un contributo affinché queste forze vengano valorizzate e trovino un terreno di incontro.
Questo è quello che dobbiamo fare oggi in vista di un prossimo futuro. Ma l’urgenza della situazione richiede soluzioni immediate. Non abbiamo tempo di attendere la naturale evoluzione del quadro politico. Il Presidente del Consiglio deve rendersi conto che l’unica strada per salvare il paese passa oggi attraverso un governo di salute pubblica. In passato, in situazioni non più gravi di questa e con un’opposizione ideologicamente più radicale, i leader del partito di maggioranza relativa trovarono il coraggio per aprire una stagione di ampia collaborazione, nella consapevolezza che ci sono momenti in cui ridare coesione al paese viene prima di ogni altra considerazione. Se Berlusconi continuerà ad anteporre le proprie ambizioni al bene dell’Italia, e se la sua maggioranza lo asseconderà in questa pericolosa scelta, si concluderà nel peggiore dei modi un percorso politico che ha ombre e luci, ma che non merita di affondare nello spirito del “dopo di me il diluvio”.
 

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