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Elkartasun Hatsa: la sfida degli esiliati baschi

Elkartasun Hatsa, “soffio di solidarietà”. Era da tempo che se ne parlava nelle riunioni della sinistra indipendentista, e qualcosa era trapelato anche verso la stampa spagnola, che infatti non ha mancato di stravolgere e strumentalizzare tutto parlando di una nuova ‘strategia dell’ETA’ diretta a far tornare in patria alcuni dei suoi militanti e dei suoi dirigenti con la ‘scusa’ della nuova situazione generata dal disarmo di un’organizzazione descritta come allo sbando, in via di disgregazione.

Ma ciò che è avvenuto sabato durante una iniziativa politica realizzata davanti a molte migliaia di persone arrivate nella città di Biarritz – nel lato francese – da tutta Euskal Herria ha il sapore dell’evento storico. E si percepiva, dall’emozione che ha segnato gli interventi di coloro che per sfuggire alla repressione, al carcere e alla persecuzione hanno trascorso all’estero, in situazioni anche molto difficili, anche venti o trent’anni della propria vita. La stessa emozione che si percepiva sui volti del ‘pubblico’, finalmente in grado di parlare con amici, parenti e compagni di lotta dopo tanti anni di separazione forzata.

A decine, nei giorni scorsi, erano arrivati nelle province basche del nord da alcuni paesi europei ma soprattutto dall’America Latina e anche dall’Africa. Per dire che intendono essere agenti attivi del processo negoziale in corso dopo la tregua definitiva dell’Eta – ammesso che il governo spagnolo si prenda la briga di aprirlo veramente, il negoziato – e che quindi pretendono di partecipare alla vita politica nel Paese basco, non accettando più l’esclusione e l’esilio. Anche a rischio di subire conseguenze penali. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di ex militanti politici o dell’organizzazione armata i cui reati sono ampiamente caduti in prescrizione, ma non è detto che Madrid rispetti le sue stesse leggi in materia, visto che non rispetta quelle sulla tortura, o sulla dispersione dei prigionieri politici, o sul diritto dei prigionieri gravemente malati di poter scontare la pena ai domiciliari e non in una cella che in alcuni casi rappresenta una condanna a morte.

L’eclatante gesto degli esiliati – che hanno annunciato il loro ritorno alle loro case nelle varie località basche spagnole – rappresenta una sfida aperta nei confronti dello Stato Spagnolo e dei suoi apparati, ma anche di quei settori della società basca che dalla perpetuazione artificiale del conflitto sperano di trarre vantaggio in campo politico o economico, timorosi di ogni cambiamento nello status quo. Nei loro interventi i rappresentanti dei rifugiati hanno chiarito che non torneranno alle loro case per restare in silenzio, ma si uniranno alla battaglia contro le leggi d’emergenza, lo stato d’assedio perenne, la sospensione dei diritti. E che si impegneranno per una battaglia di memoria e verità sulla guerra sporca contro l’indipendentismo basco costata enormi sofferenze soprattutto ai rifugiati, oggetto di attentati, tortura, rapimenti e sparizioni. Affinché questa pluridecennale sospensione della democrazia reale oltre che formale possa essere realmente superata e risolta in maniera condivisa e duratura. A partire dal riconoscimento, ad esempio, che il cosiddetto processo di transizione dal franchismo alla democrazia è stato incompleto e che, piuttosto che soddisfare gli aneliti di libertà e democrazia del popolo basco, ha rinnovato e creato nuovi meccanismi di oppressione e persecuzione politica.
Una partecipazione attiva, quella degli appartenenti al collettivo degli esiliati politici baschi, iniziata già prima dell’atto politico di massa nel centro congressi Halle d’Iraty di Biarritz, visto che nelle ore precedenti alcuni loro portavoce si erano già riuniti con rappresentanti di organizzazioni sociali, politiche e sindacali di tutte le tendenze del Paese Basco francese per chiarire i contenuti della loro ‘road map’. Ai propri interlocutori gli ex esiliati hanno chiarito che intendono battersi per ottenere la fine dei processi basati sulle dichiarazioni estorte sotto tortura, oppure per la fine delle estradizioni da un paese all’altro concesse esclusivamente in virtù di una patente di democrazia che la Spagna è assai lungi dal poter rivendicare. E naturalmente affinché coloro che per motivi politici sono stati deportati o confinati dalla Spagna in diversi paesi del mondo – a Madrid era la stagione dei primi governi socialisti – ottengono finalmente riconosciuto il proprio diritto alla libertà di movimento.

L’iniziativa di sabato 15 giugno – data scelta in quanto Giornata Internazionale del Rifugiato Politico – dovrebbe funzionare da apripista anche per un numero più consistente di esiliati e rifugiati che per la legge spagnola sono ancora perseguibili per la loro militanza nei decenni passati. Si vedrà dalla reazione di Madrid se il ritorno a casa di centinaia di persone allontanate dalla propria terra sarà questione di pochi mesi oppure no. Ancora una volta a muovere le sue carte è stata la sinistra indipendentista, conscia del rischio che i suoi membri si assumono. A sondare la risposta dei governi di Francia e Spagna sarà un gruppo di contatto designato dal collettivo degli esiliati. Quattordici in tutto: Tomás Linaza (Capo Verde), Alfontso Etxegarai (Sao Tomé), Raquel García (Bruxelles), Josu Lariz (Uruguay), Josu Txutxo Abrisketa (Cuba), appena rientrati da un lunghissimo esilio, e poi Eloi Uriarte, Lurdes Mendinueta, Jokin Aranalde, Jon Irazola, Oxel Azkarate, Jon Garmendia, Xabier Miguel Ezkerra, Xabier Arin e Idoia Espías, residenti da qualche tempo nelle province basche del nord.

Il video dell’intera iniziativa di sabato scorso a Biarritz: http://www.youtube.com/watch?v=6HvUmBaNeaM

 

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