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Turchia: tra illusioni elettorali e repressione

Continuano le mobilitazioni in Turchia contro alcuni dei più contestati progetti del governo Erdogan, in particolare contro la devastazione della foresta che circonda l’Università Tecnica di Ankara per far posto ad una discutibile autostrada. Ma certamente la partecipazione alle manifestazioni e alle proteste è crollata dopo i veri e propri moti popolari che hanno sconvolto il paese dalla fine di maggio a tutta l’estate e anche oltre. Ad incidere è stata la brutalità della repressione: moltissimi i morti e i feriti anche gravi provocati dall’intervento delle forze dell’ordine mentre le persone arrestate o denunciate sono state migliaia.

Ma ha pesato anche la mancanza di un punto di riferimento unitario che andasse oltre le singole rivendicazioni e la difficoltà di saldare in un unico movimento le rivendicazioni dei settori democratici e progressisti delle classi medie con quelle dei settori popolari e delle consistenti minoranze etniche e religiose.

A questa mancanza di collante politico cerca di rimediare un gruppo di artisti, attivisti e intellettuali che all’inizio di ottobre ha dato vita formalmente ad una nuova forza politica, ribattezzata Gezi Partisi, cioè il partito di Gezi. Un nuovo esperimento politico, che nel simbolo riporta un albero il cui tronco è rappresentato da una figura umana che allarga le braccia, e che si richiama direttamente all’esperienza del movimento che a partire dalla difesa del piccolo parco di Istanbul si è scontrato con il regime dell’Akp chiedendo maggiore democrazia e maggiori diritti.
Animatore e fondatore del Gezi Partisi è il chitarrista Resit Cem Koksal, ma il GZP afferma di non avere una struttura tradizionale a piramide bensì una conformazione a rete basata sul dibattito e lo scambio tra diverse anime che si esprimono attraverso dei portavoce. Il programma politico del GZP ricalca in buona parte la piattaforma che ha guidato il magmatico movimento nato dalla mobilitazione a difesa del Gezi Park e che si è allargato a tutta la Turchia: una riforma della Costituzione che aumenti il grado di libertà, partecipazione democratica, la difesa dei diritti umani e politici finora assai compressi dal regime dell’Akp; una critica di fondo a un modello di sviluppo basato sulla cementificazione, le grandi opere, la speculazione edilizia che premiano soltanto ristrette elite a svantaggio della maggioranza della popolazione e dell’ambiente. “Sappiamo che non possiamo avere una costituzione democratica senza lottare” affermano i promotori del nuovo partito che si rivolgono attraverso i social network in particolare ai settori che hanno animato il movimento di protesta nei mesi scorsi: intellettuali, artisti, professionisti, giovani delle classi medie.

La nuova forza politica è stata legalizzata nei giorni scorsi dal Ministero dell’Interno, ed il primo scoglio sembra essere stato superato. Ma la strada per il Gezi Partisi sembra tutta in salita, e per diversi motivi. Perché non mancano a sinistra partiti – marxisti, socialisti, ecologisti – già critici o frontalmente all’opposizione rispetto non solo al regime dell’Akp, ma anche ad un modello di “democrazia autoritaria” ereditata dai regimi precedenti, quelli laicisti dominati dall’ideologia ipernazionalistica di Mustafa Kemal Ataturk. Ma soprattutto per il nuovo progetto politico sarà difficile superare le rigide barriere che il sistema elettorale, mediatico e istituzionale frappongono alla libera espressione del pensiero e delle opinioni politiche. Il primo appuntamento per testare le potenzialità del GZP dovrebbero essere le elezioni amministrative previste tra pochi mesi, nel 2014.

 

Intanto Erdogan sembra andare diritto per la sua strada, promuovendo le grandi opere dal cui destino dipende il sostegno di alcune importanti lobby interne e internazionali. E il ‘sultano’ non manca di perseguire all’estero un aumento dell’egemonia della nuova potenza regionale incrinata nelle ultime settimane dai madornali errori commessi nel quadrante siriano, dove è ormai evidente a tutti che il sostegno accordato dall’Akp ai ribelli anche jihadisti si sta ritorcendo contro Ankara.
Prosegue anche la scientifica campagna di criminalizzazione di tutte le forme di dissenso politico, sociale e culturale. Negli ultimi mesi migliaia di attivisti sindacali, giornalisti, esponenti politici e militanti delle organizzazioni di estrema sinistra sono stati arrestati, denunciati e in alcuni casi già processati. L’ultima tranche di questa infinita repressione riguarda alcuni dirigenti e membri del TKP, il Partito Comunista Turco, accusati dal Procuratore capo di Istanbul di svolgere attività di tipo terroristico. Il 23 ottobre scorso due militanti del TKP sono stati già ospiti del tribunale per dichiarare in merito alle gravi accuse loro rivolte: “commettere crimini per conto di una organizzazione terroristica, pur non essendone membro”, “distruzione di proprietà pubblica e privata “, “resistenza a pubblico ufficiale” e ” partecipazione ad un corteo illegale”. Le prove della partecipazione dei due attivisti – i primi di un consistente numero di persone denunciate – ad attività illecite, che poi sarebbero le manifestazioni dei mesi scorsi all’interno delle mobilitazioni contro la repressione e a difesa del Gezi Park o prima ancora contro lo schieramento dei missili Nato contro la Siria, sarebbero un computer ed una maschera antigas, sequestrati all’interno di una residenza studentesca perquisita dalla polizia dove però i due non avrebbero mai abitato.
Notizia di questi giorni è anche che per l’ennesima volta i gestori di Facebook, obbedendo alle ‘richieste’ del regime turco, hanno chiuso la pagina della sezione di Istanbul del partito curdo per la Pace e la Democrazia (BDP) dopo che lo stesso era avvenuto con altri tre profili di una forza politica che raccoglie milioni di voti, è presente nel parlamento di Ankara ed ha centinaia di sindaci e consiglieri locali. Il mese scorso i dirigenti del Bdp hanno sollecitato e ottenuto un incontro con i gestori locali di Facebook per denunciare l’intollerabile censura nei confronti di una pagina chiusa a causa di contenuti definiti “pornografici”, di un’altra – con 180mila followers – oscurata per aver “violato le regole di Facebook” e di una terza rimossa senza neanche una spiegazione. Ma l’incontro non è servito a nulla, visto che la censura è scattata di nuovo.

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