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Catalogna, l’incognita Madrid alla vigilia del referendum per l’indipendenza

Dopo una lunghissima attesa, domani 9 novembre, si celebrerà la prima consultazione regionale sul futuro politico e nazionale della Catalogna. Anche se puramente informale, senza alcuna reale conseguenza legale, i cittadini residenti in Catalogna saranno chiamati a rispondere ad una doppia domanda: “vuoi che la Catalogna diventi uno stato? In caso affermativo, vuoi che sia uno stato indipendente?”.

La formulazione dei quesiti venne decisa tempo addietro dai partiti della cosiddetta “area soberanista” (che quindi vogliono la sovranitá della Catalogna), composta da CiU (Convergençia i Unió, partito di centro destra, attualmente al governo), ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, partito socialdemocratico indipendentista), ICV (Iniciativa per Catalunya Verd, partito ecologista di sinistra) e CUP (Candidatura d’Unitat Popular, partito assembleario indipendentista, anticapitalista e femminista). Queste forze politiche avevano partecipato ad una lunga campagna politica per poter arrivare ad un referendum consultivo il quale, anche se non previsto nella legislazione spagnola in quanto tale, potesse, de facto, diventare un referendum sull’indipendenza catalana.

La consultazione elettorale di domani avverrà dopo un lungo e complesso percorso, bloccato non solo dalle divergenze interne dei partiti che hanno partecipato al processo sovranista, ma anche e soprattutto dai divieti del governo centrale di Madrid, il quale, tramite il Tribunale Costituzionale, ha presentato due successivi ricorsi giudiziari reclamando l’incostituzionalità di qualunque consultazione popolare sull’indipendenza.

In questi ricorsi si è mostrato più che altro la volontà politica del governo e i legami con la magistratura (le sentenze di incostituzionalità sono state presentate poche ore dopo la consegna del ricorso da parte del governo, come se giá fossero state preparate).

La stessa volontà politica espressa da Sanchez-Camacho del PPC (il Partito Popolare Catalano, la dependance catalana del governo spagnolo), secondo il quale “non votare è un trionfo della democrazia” (!).

Ma questi continui blocchi ed ostaboli sembrano aver generato un effetto contrario, mobilitando ulteriormente la società catalana, amplificando soprattutto la spinta da parte della ANC (Assemblea Nacional Catalana).

É importante dire che se da una parte c’è l’entusiasmo per molti che possono votare, e son tornati in Catalogna per poterlo fare da altri territori dello Stato Spagnolo o addirittura dall’estero, c’è ancora all’orizzonte una grande incognita, legata ancora alla possibilità che la consultazione abbia luogo o meno.

Infatti, se il governo chiederà ai Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, di compiere le funzioni di polizia giudiziaria, gli agenti dovrebbero teoricamente poter requisire le urne, e bloccare ogni forma di votazione, non permettendo la consultazione in sé oppure la raccolta e il conteggio dei voti da parte dei promotori dell’iniziativa.

Rimane quindi, a poche ore dall’apertura dei seggi di quello che di fatto è un referendum simbolico e autogestito ma dal forte significato, una grande aspettativa e un grande interrogativo non solo sul risultato di domani ma anche sullo svolgimento stesso di un momento di democrazia che il popolo catalano reclama a gran voce.

Victor Serri (da Barcellona)

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