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Quell’assenza di Obama alla marcia di Parigi

L’hanno notata in molti, l’hanno sottolineata pubblicamente in pochi. Ma l’assenza del presidente Obama, o di qualche alto esponente dell’amministrazione statunitense, nello “spezzone” dei capi di stato alla marcia di Parigi dopo le stragi, è un segnale pesante, per certi versi storico.

Gli Usa, domenica a Parigi erano rappresentati dal ministro della giustizia Eric Holder, ma solo perchè nella stessa giornata aveva partecipato a una riunione sulla sicurezza con i ministri dell’interno di 11 paesi europei tra cui l’Italia. Mentre a Parigi solo oggi arriverà il segretario di stato Kerry per discutere il vertice sulla “sicurezza globale” previsto per il prossimo 18 febbraio a Washington. Una settimana dopo i fatti.

Difficile poi non collegare l’assenza delle autorità statunitensi nella “condivisione del dolore e dell’emergenza del partner francese” con l’editoriale scritto a caldo del Financial Times, firmato dal suo ex direttore, il quale con un cinismo molto molto anglosassone scriveva, mentre il sangue scorreva a Parigi, che il settimanale Charlie Hebdo aveva peccato di “stupidità editoriale” attaccando l’Islam. “Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione”, si legge su uno dei giornali simbolo del capitalismo anglosassone. “Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, è solo per dire che sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocano i musulmani”.

Due segnali dal sapore inequivocabile: “adesso sono affari vostri, cavatevela da soli se ne siete capaci”. Una rivalsa neanche troppo nascosta dell’intero establishment Usa verso le ambizioni “indipendenti” dell’Unione Europea, e della grandeur francese innanzitutto. Ed anche verso l’atteggiamento oscillante della Francia e della Ue in una “guerra globale al terrorismo” che gli Stati Uniti perseguono sistematicamente come strumento per mantenere intatto il proprio ruolo di primus inter pares nello schieramento occidentale.

Un indicatore palese a conferma della competizione tra alleati – che si affianca alla tradizionale concertazione atlantica – che sta raggiungendo nuove soglie di tensione, niente affatto attutite dalle finora comuni convergenze contro la Russia in Europa e contro l’Isis in Medio Oriente. Sullo sfondo, una crisi economica che sta riproducendo tentativi di soluzione “duali” e divaricanti tra Stati Uniti ed Unione Europea che possono ripercuotersi anche sulle trattative per il Ttip, da molti ritenute salvifiche e costituenti.

Gli Usa continuano a cercare con ogni mezzo di condizionare i processi politici dell’Unione Europea. Spezzandone ad esempio le relazioni economiche e politiche con la Russia (rilevanti per entrambi), perseguendo la destabilizzazione “creativa” nel cortile di casa mediterraneo europeo, alimentando una tensione sempre più alta e foriera di conflitti destabilizzanti in un arco di crisi che va dall’Ucraina all’Algeria, a ridosso o ben dentro gli interessi strategici europei.

L’avvio dello “sganciamento” della Francia dalla campagna bellicista e di sostegno ai gruppi jihadisti sul teatro di crisi siriano (che ha visto la decapitazione dei vertici dell’intelligence francese nei mesi scorsi), l’aumento dell’interventismo militare francese in Africa e il tentativo di capitalizzare ai propri interessi le primavere arabe… sono tutte scelte che marcano ed evidenziano la divaricazioni di interessi tra Stati Uniti ed Unione Europea.

Quest’ultima, con le stragi di Parigi, sembra aver trovato il suo evento costituente per perseguire come potenza globale i propri interessi strategici, e non potrà che farlo anche in competizione con gli Stati Uniti, là dove la concertazione non appare più adeguata.

L’assenza di Obama o di Biden o di Kerry alla marcia di Parigi sono state un’assenza troppo vistosa per essere ignorate. Ma sono anche il segno dei tempi. Tempi di guerra.

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