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Tispras-Merkel, per una soluzione che non c’è

Il “problema greco” è diventato irrisolvibile per tutti. Sia per l’Unione Europea, fautrice di una politica di strangolamento “pedagogico”, sia ovviamente per il governo ellenico (qualunque fosse uscito dalla elezioni del 25 gennaio).

Stasera Alexis Tsipras sarà a Berlino per incontrare Angela Merkel e con singolare tempismo il Financial Times pubblica una lettera inviata dallo stesso Tsipras, una settimana fa (prima del vertice europeo che solo all’ultimo moinuto ha trovato due miliardi da prestare ad Atene), dai toni drammatici ma anche assolutamente veritieri.

“O l’Europa ci da assistenza finanziaria nel breve termine o per la Grecia sarà impossibile fare fronte ai propri debiti senza far saltare già a fine mese il pagamento di salari e pensioni”. Cosa che naturalmente il governo di sinistra non può permettere (e resta da capire in quale modo affronterà il problema, se la Troika resta sulle attuali posizioni) e quindi chiede alla sua interlocutrice di “non permettere che una piccola questione di cassa e una sorta di inerzia istituzionale in seno all’Eurozona si trasformino in un grande problema per la Grecia e per l’Europa”. Del resto sarebbe inutile discutere con gli altri partner se la Germania non cambia posizione…

La drammaticità della situazione è confermata da molti fatti concreti. In Grecia le farmacie sono di nuovo a corto di medicinali di base, perché i rivenditori all’ingrosso sembrano aver adottato una stretta sulle forniture che ha provocato scarsità degli antidolorifici più diffusi e di farmaci anti-infiammatori, come pure di antibiotici, insulina e vaccini.

La stretta in cui si trova Atene è sintetizzata nela lettera di Tsipras in poche parole: “Dato che la Grecia non ha accesso ai mercati finanziari e in vista delle scadenze sul fronte del debito in primavera e in estate, deve essere chiaro che le restrizioni della Bce, combinate con un ritardo nell’erogazione degli aiuti, renderanno impossibile per qualunque governo greco onorare i suoi debiti”. Per poterlo fare dovrebbe eliminare del tutto la spesa sociale; ma sarebbe anche questa una soluzione tampone, visto che alle prossime scadenze si riproporrebbe il problema con in più l’impossibilità di tagliare altro.

Come spiega Tsipras, il pagamento dei debiti senza ricevere assistenza finanziaria “condurrebbe a un forte deterioramento della già depressa economia sociale della Grecia. Una prospettiva che io non posso consentire”. Tanto più che la fuga di capitali partita con l’inizio della “cura della Troika”, nel 2010, ammonta a oltre 90 miliardi di euro. Il che ha svuotato le casse anche delle banche private elleniche, costrette a ricorrere ai prestiti della Bce per 160 miliardi, riducendo contemporaneamente i prestiti a faliglie e imprese per quasi 100 miliardi. In queste condizioni – blocco della spesa pubblica e dei crediti finanziari – nessuna economia potrebbe sopravvivere.

L’unica cosa logica sarebbe la ristrutturazione del debito (un taglio drastico, di oltre il 50%), quasi interamente a carico degli altri paesi europei (grazie alle scelte della Germania, nel 2010, che per salvare le proprie banche e quelle francesi ha fatto trasformare un debito veroso privati in debito verso gli Stati con la politica degli “aiuti”, moltiplicando peraltro le cifre da restituire con gli interessi). Come ricorda sempre il ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, questo è il modo “normale con cui gli avvocati della City affrontano crisi finanziarie negli istituti privati”. Ma è anche la via assolutamente esclusa dalla Troika, che pretende ancora di usare la crisi per imporre “riforrme strutturali” utilissime per le multinazionali ma omicide per tutti i paesi che le vanno adottando (e in Italia stiamo cominciando ad accorgercene).

Lo ricorda, nella lettera, Tsipras indica come cause, esplicitamente, i limiti posti dalla Bce emissione di nuovi titoli di stato greci a breve termine, mentre tutte le “istituzioni” dell’Eurozona rifiutano di versare rate degli aiuti se prima Atene non vara un nuovo pacchetto di riforme economiche “gradito” dalla Troika.

Basta vedere come, ancora ieri, il ministro dell’economia spagnolo, Luis De Guindos, che sente il pericolo delle elezioni di novembre, si avventava contro Atene: “Vedremo se la lista delle riforme presentata è abbastanza completa o no. Ma non ci sarà alcun esborso prima che il governo greco non avrà provato di aver realmente varato e attuato queste riforme”. Per essere ancora più chiari, “privatizzazioni, non misure unilaterali”, come le leggi “umanitarie” della scorsa settimana. Natural born killer, eccoli qua…

A noi, da fuori, sembra evidente che comunque la rigiri, se si resta all’interno delle “regole” disegnate dai trattati dell’Unione Europea, per Atene non c’è soluzione. In assenza di un “piano B”, inevitabilmente incentrato sull’uscita dall’eurozona, assisteremo a convulsioni continue, momenti di crisi e “accordi” precari raggiunti in maratone notturne, con formule “elastiche”, quindi altamente interpretabili in modo anche opposto, mentre i leader si dicono – su entrambi i fronti – vittoriosi.

Per la Grecia tutto ciò si traduce in una serie di “momenti di respiro” alternati ad altri di procurata asfissia. E l’unica speranza che può coltivare il governo Tsipras è che alle prossime elezioni, in Spagna e Irlanda, prevalgano nettamente le forze della sinistra anti-austerity (rispettivamente Podemos e Sinn Fein), in modo da poter giocare su rapporti di forza meno sfavorevoli. Ma anche questo, a ben vedere, sarebbe solo un rinvio, non la soluzione.

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