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“Le narrazioni tossiche da smentire”. Una testimonianza dal Donbass

Abbiamo rivolto delle domande ad alcuni compagni della rete nazionale Noi Saremo Tutto che sono in Donbass ormai da più di un mese per sviluppare il progetto di documentazione e solidarietà “Non un passo indietro”. 

Siete da diverse settimane in Donbass in attesa dell’arrivo delle delegazioni internazionali che compongono la Carovana Antifascista. Quale bilancio potete tracciare della vostra presenza in quel territorio? 

Abbiamo conosciuto in prima persona le situazioni di diversi centri abitati della Repubblica Popolare di Lugansk, sia a ridosso che lontano dal fronte: non sono pochi i miliziani che abbiamo incontrato, in particolare quelli della Brigata Prizrak che risponde agli ordini di Alexey Mozgovoi. Durante queste settimane abbiamo inviato frequenti resoconti su ciò che abbiamo visto e raccolto materiale per realizzare un documentario ed un’altra pubblicazione sull’argomento (successiva a “Ucraina: golpe, guerra e resistenza”, edita da Red Star Press), oltre ad aver fatto non pochi collegamenti in diretta – o in differita quando non era tecnicamente possibile fare altrimenti – nel corso di iniziative pubbliche e trasmissioni radiofoniche.

Pensiamo di aver fatto il possibile mettendo a disposizione materiali, riflessioni ed approfondimenti: il nostro auspicio è che questi possano essere utili e fatti propri soprattutto da chi non ha partecipato a questa esperienza. Non è certo un segreto che la solidarietà con il Donbass, ma più in generale l’informazione su ciò che avviene in Novorossjia, vengano talvolta inquinati da gruppi fascisti e leghisti.

Questa esperienza ci ha dato senz’altro maggiori elementi di comprensione, rispetto ad un quadrante politico-culturale davvero poco battuto dopo la dissoluzione dell’URSS, elementi che ci auguriamo essere stati in grado di trasmettere.

La mancanza di comprensione dei fenomeni sociali e politici di queste latitudini inficia quella dell’imperialismo odierno e quella degli scenari che abbiamo davanti.

La seconda Carovana Antifascista della Banda Bassotti allargherà questo solco, stimolando il dibattito politico che si potrà costruire tra i partecipanti e le organizzazioni progressiste della Novorossjia. Il Forum internazionale che si terrà a Lugansk sarà un’occasione forse irripetibile.

Ma la questione politica fondamentale, per tutti, riguarderà lo sbocco politico complessivo da dare a questo lavoro. Per essere chiari, ciò che sarà dirimente sarà come continuare l’attività in Italia, e più in generale nei paesi da cui arriveranno i partecipanti alla Carovana, e come costruire la solidarietà con la resistenza del Donbass, e più in generale di opposizione alla guerra ed in particolare al ruolo della NATO. Questo non sarà un compito facile, ma è assolutamente ineludibile, se non si vuole rischiare di essere “estemporanei” o che i nostri sforzi, come quelli della Carovana, siano il classico lavoro di Sisifo in cui il masso fin qui faticosamente fatto rotolare in salita, torni inesorabilmente a valle. 

Avete avuto la possibilità di conoscere la situazione da molto vicino e a lungo, quali sono i leitmotiv caratteristici della narrazione dei media mainstream che vi sentite di smentire a partire dalla vostra esperienza diretta?

La prima è senz’altro quella dell’invasione russa. Ci sono volontari provenienti dalla Russia, come da tutti i Paesi dell’ex Unione Sovietica, e quelli che tra questi sono militari professionisti, sono tutti veterani in pensione e non percepiscono alcun tipo di emolumento. Non parliamo poi dell’apparato tecnologico-militare che hanno in mano le milizie, largamente conquistato e strappato al nemico e per niente paragonabile a quello a disposizione di uno dei più potenti eserciti del mondo come quello della Federazione Russa.

E’ centrale la presenza di un settore sociale che, per analogia con quanto abbiamo fatto analizzando la composizione di classe delle società a capitalismo avanzato, potremmo considerare “l’eccedenza postsovietica”. Come dimostrano la storia ed il presente dei conflitti sociali e nel mondo, e conferma la Novorossija, le classi subalterne sono e sono sempre state la prima linea all’assalto del cielo.

La seconda narrazione tossica è quella dello scontro etnico-linguistico. Ci sono ucraini che combattono da una parte come dall’altra, così come i russi: vale lo stesso per chi proviene dalle altre ex repubbliche sovietiche. Men che meno regge l’interpretazione di uno scontro religioso, o tutto teso alla difesa dell’Ortodossia: per quanto il riferimento al cristianesimo sia importante per alcune componenti, vi sono musulmani che combattono con la resistenza novorussa, così come ci sono battaglioni di jihadisti a fianco delle truppe di Kiev. Abbiamo anche incontrato miliziani di origine ebraica e buddisti.

La terza narrazione tossica è sul presunto sciovinismo gran-russo che sembra soffocare tutto, mentre è proprio la sua negazione che rende possibile l’esistenza di milizie multinazionali.

La responsabilità dei pesanti danni procurati a ciò che era la parte orientale dell’Ucraina e alle sua popolazione è da mettere interamente sul conto dei golpisti di Kiev e dei battaglioni punitivi.

Le milizie sono soprattutto espressione della popolazione “locale” e della composizione sociale che caratterizza questo quadrante: sono parte integrante della società e, dove l’organizzazione sociale funziona meglio, sono il segno visibile di un potere che viene dal basso. 

Come vive la popolazione del Donbass? Quali sono i principali problemi che deve affrontare? 

L’attività economica dei centri a ridosso del fronte è in ginocchio: questo ha fatto impennare la disoccupazione. La vita è generalmente difficile e sono stati colpiti i centri della vita sociale sia direttamente che indirettamente (scuole, ospedali, mercati). Alcune città, a causa dei danneggiamenti e della chiusura degli esercizi commerciali, hanno un aspetto spettrale, mentre altre funzionano un po’ meglio.  Può mancare acqua corrente ed elettricità, e la benzina ha un prezzo proibitivo: i rifornimenti, non solo di carburante, sono difficoltosi anche per lo stato del manto stradale e delle altre infrastrutture (ferrovie, ponti, linee elettriche). Al confine con la Russia, unica fonte d’ossigeno per molti, in macchina si attende circa dieci-dodici ore in entrambi i sensi di attraversamento: solo un poco di meno se si è in autobus.

Nonostante questo, senza nascondere i problemi, c’è una forte determinazione popolare per cercare di voltare pagina: lo abbiamo visto oltre che in molti piccoli gesti quotidiani, ad esempio, nell’entusiasmo percepibile nel corso delle celebrazioni del Primo Maggio a Lugansk, per quanto nella stessa Lugansk viga tuttora il coprifuoco notturno. Tutti gli esercizi commerciali non rimangono aperti oltre le nove di sera mentre altri sono ancora fuori servizio, e altri ancora ridotti a cumuli di macerie e rottami. 

Avete potuto approfondire durante queste settimane di permanenza a Lugansk numerosi aspetti del conflitto. Qual è il rapporto, per quello che avete potuto vedere, tra la società e coloro che sono impegnati sul fronte militare? Qual è la condizione delle realtà politiche e delle soggettività sociali comuniste, di sinistra e antifasciste in un contesto comunque dominato da un forte sentimento patriottico pan russo di segno generalmente progressista?

In parte abbiamo già risposto: diciamo che vediamo da un lato la situazione attuale necessariamente concentrata sulle questioni militari in cui si consolida questo “fronte patriottico” trasversale. Per quanto concerne il piano politico, è sempre presente il rischio di riprodurre gli aspetti meno virtuosi dell’Unione Sovietica, come l’eccessiva burocratizzazione e la mancanza di un assetto politico in grado di sviluppare l’iniziativa dal basso. Alcuni elementi d’analisi a tale proposito abbiamo cercato di sintetizzarli in un recente resoconto presente sul nostro sito: Se ci sarà una guerra. Alcune note sull’internazionalismo a qualche chilometro dal fronte. Altri avremo modo di produrli, a mente fredda, dopo il nostro ritorno in Italia.

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