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L’Isis dilaga in Siria e Iraq, ma per Washington va bene così

Fino a qualche tempo fa sembrava – almeno così raccontava la propaganda mainstream – che gli attacchi della cosiddetta coalizione internazionale contro lo Stato Islamico capitanata da Washington avesse inferto pesanti sconfitte ai jihadisti, obbligandoli a indietreggiare sia in Iraq sia in Siria. Il Pentagono aveva addirittura diffuso la notizia che alla fine del 2014 all’Is sarebbe stato strappato il 25% del territorio conquistato dal ‘Califfato’ fino a quel momento.
Ma nelle ultime settimane pare proprio che non sia affatto così e che anzi dopo una breve pausa le bande dello Stato Islamico e altre organizzazioni fondamentaliste in rapporto di competizione-collaborazione stiano dilagando in entrambi i territori. Da una parte la presa di Palmira e Tadmur e l’inizio di una forte pressione militare contro Latakia sulla costa siriana da un lato e la capitale Damasco, dall’altra la conquista di Ramadi e di altre città della provincia di al Anbar in Iraq, per non parlare della conquista dell’ultimo posto di frontiera tra i due stati da parte dello Stato Islamico che sembra essersi ripreso nettamente. Sono state molte nell’ultimo mese le sconfitte inferte dai fondamentalisti all’esercito iracheno e a quello siriano, e gli unici in grado di frenare l’avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico sono stati la guerriglia curda nel nord della Siria ed i miliziani di Hezbollah più a sud. Di fatto oggi a cavallo dei due stati dinaminati dalla violenta destabilizzazione delle petromonarchie e della Turchia – con la ‘distrazione’ e la esplicita tolleranza da parte di Ue e Usa – la porzione di territorio controllata dallo Stato Islamico ammonta a circa 300 mila chilometri quadrati, vale a dire quanto l’intera penisola italiana. Per non parlare dei territori controllati in Siria da altri gruppi fondamentalisti come al Nusra o dai cosiddetti ‘ribelli moderati’ che spesso sono in realtà gruppi salafiti sotto il controllo di Ankara o Riad.

Eppure, di fronte a questo scenario disastroso, l’amministrazione statunitense canta vittoria e pretende di descrivere la situazione in maniera ottimistica. Secondo il vice segretario di stato americano Antony Blinken, l’Iraq e i suoi ‘alleati’ starebbero portando avanti una ‘strategia vincente’ per combattere lo Stato Islamico. Nel corso di un incontro a Parigi tra i rappresentanti di venti paesi (incredibilmente Russia, Iran e Siria non erano stati invitati) Blinken ha difeso la strategia di Washington, affermando che i raid aerei e il sostegno alle forze irachene sono il modo migliore per contrastare la minaccia dell’Isis.
Ma il governo di Baghdad ha reagito in modo stizzito alla propaganda statunitense accusando Washington e gli altri ‘alleati’ di non fornire affatto a Baghdad il supporto militare necessario a sconfiggere le sanguinarie milizie dell’Is. Il primo ministro iracheno Haider al Abadi aveva in precedenza definito l’avanzata dell’Isis un “fallimento” del mondo ma poi, nel corso di una conferenza stampa con Blinken e il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, il capo del governo iracheno ha affermato di aver ricevuto nuove promesse e impegni di ulteriore aiuto da parte degli alleati. Promesse, come quelle già fatte in passato e spesso rimaste lettera morta. Erano stati i guerriglieri curdi a segnalare alla stampa internazionale infervorata dall’impegno militare Usa in Siria e Iraq che i bombardamenti effettuati dall’aviazione di Washington e dai caccia degli altri paesi – tra cui quelli che continuano di fatto a sostenere i jihadisti – spesso andavano a vuoto, o sganciavano bombe su obiettivi civili invece che sulle postazioni militari dello Stato Islamico. E lo stesso avevano fatto i comandi militari iracheni che spesso si sono lamentati dello scarso impegno del pure ingente meccanismo militare schierato in alcune regioni del paese da parte degli Stati Uniti. Se non fosse per le milizie cristiane e curde dell’Iraq del Nord e per quelle sciite affluite da sud la porzione di territorio controllata ora dall’Is in Iraq sarebbe assai più consistente. Washington e la maggior parte dei suoi ‘alleati’ tentennano per vari motivi. Intanto perché non hanno intenzione di schierare sul terreno propri uomini (misura invocata dal repubblicano McCain) che potrebbero tornare a casa nei sacchi neri e far diventare l’intervento militare in Iraq e Siria troppo dispendioso politicamente di fronte alle proprie opinioni pubbliche. Ma anche perché – e non è un segreto – anche nel caso in cui non sussista un esplicito appoggio ai jihadisti come nel caso della Turchia o delle petromonarchie – europei e statunitensi vedono di buon occhio un Medio Oriente balcanizzato. L’unica maniera per sconfiggere veramente lo Stato Islamico e le altre formazioni terroristiche sunnite sarebbe quella di sostenere il governo siriano – che invece si continua a voler rovesciare – le milizie libanesi di Hezbollah, e soprattutto la proiezione regionale di Teheran, oltre che la lotta delle milizie curde legate al Pkk. Un passo che l’amministrazione Obama e i governi dell’Unione Europea impegnati nell’area non vogliono e non possono fare perché colliderebbe con i propri interessi strategici. Una svolta che i governi di Turchia, Arabia Saudita e Israele contrastano invece apertamente, per motivi diversi ma complementari.
Lo scarso impegno dimostrato da Washington – e ancora di più da parte del Polo Islamico – nei confronti delle organizzazioni fondamentaliste combattenti in Medio Oriente, a detta di alcuni analisti, potrebbe nascondere una strategia ancora più inquietante.
“Forse anche gli stessi strateghi americani si stanno arrendendo all’idea di costituire un nuovo stato sunnita in Mesopotamia con pezzi di Siria e Iraq per soddisfare il desiderio di rivincita di Riad, per placare i suoi timori rivolti al contentimento dell’Iran ma anche per venire incontro alle ambizioni della Turchia di Erdogan, bastione della Nato, che vorrebbe estendere la sua influenza sulla provincia industriale di Aleppo e sui curdi. L’America di Obama, non troppo diversamente da quella dei repubblicani, non si vuole sbilanciare: non intende compromettere le vecchie alleanze con la dinastia degli Al Saud, potenza finanziaria e ricco mercato di export di armi, e allo stempo persegue un accordo con Teheran sul nucleare. È in questa incapacità di scegliere che il Califfato si consolida: presto forse dovremo chiamarlo con un altro nome, più adatto ai sensibili palati delle democrazie occidentali” scriveva nei giorni scorsi Alberto Negri su Il Sole 24 Ore. Una analisi che prefigura la possibilità che Washington stia in qualche modo lavorando per riciclare le frange più pragmatiche del jihadismo sunnita per trasformarlo in una nuova classe di governo – non opposta agli interessi occidentali – a capo di una sorta di stato sunnita a cavallo di Siria e Iraq che più o meno potrebbe corrispondere ai territori attualmente controllati dallo Stato Islamico.
Anche l’altra organizzazione jihadista attiva nell’area, al Nusra (tuttora facente capo ad Al Qaeda), sembra aver colto le opportunità che la situazione sul campo e lo svincolamento delle petromonarchie arabe dall’influenza di Washington mette a disposizione.
“Assad sta per cadere, saremo noi a governare la Siria e non attaccheremo l’Occidente” ha affermato qualche giorno fa il leader della branca siriana di Al Qaeda, Abu Mohammed al-Golani. La ‘mano tesa’ all’occidente da parte del luogotenente di Al Zawahiri è stata il fulcro della lunga intervista rilasciata dall’inquietante personaggio alla tv qatariota Al Jazeera. “La nostra unica missione è abbattere il regime e sconfiggerne gli agenti a cominciare da Hezbollah” ha esordito al-Golani, assicurando che “Damasco sta per cadere” sotto i colpi del cosiddetto “Esercito della Conquista”, come si fa chiamare la nuova coalizione di forze islamiste di cui al-Nusra fa parte e che nelle scorse settimane ha preso il controllo della strategica provincia di Idlib a metà strada fra Damasco e la costa. Scrive il corrispondente della Stampa Maurizio Molinari: “Il primo messaggio pacificatore è proprio destinato agli alawiti: “Non sono il nostro obiettivo, l’ultima battaglia non sarà a Qardaha, il villaggio alawita degli Assad, ma a Damasco, combatteremo solo chi ci spara”. Gli alawiti sono un’etnia considerata eretica nell’Islam al punto che il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi si propone di sterminarla come gli sciiti ma al-Golani vuole sottolineare il distacco dallo Stato Islamico (Isis): “La nostra guerra non è una vendetta contro gli alawiti, dopo la vittoria fonderemo uno Stato islamico solo dopo aver consultato tutti i gruppi siriani”. Torna così la differenza strategica fra Al Qaeda e Isis, che risale a quando Osama Bin Laden si opponeva nel 2005 alle stragi di sciiti in Iraq da parte di Abu Musab al-Zarqawi, a cui al-Baghdadi si ispira. L’Al Qaeda delle origini, guidata da Al-Zawahiri dalle centrali pakistane, si era opposta con le armi a Isis in Siria proprio con Al-Nusra sin dal 2012, accettando la cooperazione nel 2014 solo in risposta ai bombardamenti della coalizione guidata dagli Usa, ma ora torna a sfidare il Califfo. E’ lo scenario di una faida ideologica jihadista che si riflette nella gara per prendere Damasco: al-Nusra marcia da Nord, forte del patto inter-islamico che include gruppi sostenuti da Ankara e Riad, mentre Isis si avvicina da Est dove le sue avanguardie sono ad appena 70 km dalla capitale”.
In realtà il rapporto tra Al Qaeda e Stato Islamico in Siria è altalenante e ambiguo, di competizione-concertazione, a seconda delle fasi e dei territori, ma il centro del ragionamento di Molinari riguarda l’offerta di al Golani all’occidente. Una sorta di patto di non aggressione reciproco in nome dei comuni interessi – destituire Assad e indebolire l’influenza dell’asse sciita – che permetta ai jihadisti di governare i territori che controllano in cambio della promessa di non attaccare gli interessi statunitensi ed europei. “Al-Nusra non ha piani nè ordini per attaccare l’Occidente – spiega il leader di Al Nusra – è Al-Zawahiri a darci le direttive e non abbiamo ricevuto chiare richieste di adoperare la Siria come piattaforma per attacchi contro gli Usa e l’Europa perché non vogliamo sabotare la missione di abbattere il regime”. Scrive Molinari: “Affinché il messaggio arrivi a Washington, al-Golani aggiunge che “il gruppo Khorasan non esiste”. Per l’intelligence Usa è “impegnato a progettare attentati imminenti in Occidente” ma al-Golani lo definisce “una fabbricazione” da parte di chi “vuole spingere gli Usa a colpirci per salvare Assad”. “Forse Al Qaeda ha piani contro gli Usa ma non qui in Siria” aggiunge. (…) L’impressione è che al-Nusra voglia inserirsi nella realpolitik del Medio Oriente. Se Washington è disposta ad allearsi de facto con Teheran per sconfiggere il Califfo in Iraq, ora al-Nusra gli offre un patto simile in Siria”. 

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1 Commento


  • uitko

    grazie, articolo notevole

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