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Nagorno-Karabakh: di nuovo scontri tra Armenia e Azerbaijan

Dopo le scaramucce dell’ultimo periodo del 2014 sembra riattizzarsi, nel Caucaso, il fuoco che non ha mai smesso di covare per la disputa tra Armenia e Azerbajdžan sulla regione del Nagorno-Karabakh.
Erevan ha minacciato di puntare artiglierie e razzi sui militari azerbajdžani, dopo che Stepanakert ha denunciato che le truppe di Baku, per la prima volta dopo 20 anni, venerdì avrebbero fatto uso di artiglierie di calibro superiore ai 120 mm nella zona contesa. Il Ministero della difesa armeno ha dichiarato che “allo scopo di contrastare le attività nemiche rivolte contro il processo negoziale, d’ora in avanti le forze armate armene faranno ricorso ad adeguati mezzi di artiglieria e missili, mantenendo sotto fuoco costante le posizioni tenute dalle forze armate azere, i loro spostamenti e i loro mezzi”. Il Ministero della difesa armeno fa appello anche al “Gruppo di Minsk” dell’Osce (da non confondere del Gruppo di contatto che si riunisce a Minsk sulla questione del Donbass) e alle organizzazioni internazionali, ribadendo che “l’uso delle artiglierie da parte azera lungo la linea di contatto crea una situazione nuova e costituisce un ulteriore passo verso le ostilità su larga scala”.

Da parte delle autorità del Nagorno-Karabakh si sottolinea che le forze armate dell’Azerbajdžan, per la prima volta dal 1994, dal momento cioè in cui fu sottoscritto l’accordo sul cessate il fuoco nella zona del conflitto armeno-azerbajdžano, hanno fatto uso di artiglierie di grosso calibro. Ciò sarebbe avvenuto, secondo le dichiarazioni del Ministero della difesa di Stepanakert riportate da “Interfax”, nella notte del 25 e nella mattinata del 26 settembre: “il nemico ha esploso oltre mille colpi con armi di diverso calibro, tra cui mortai da 60, 82 e 120 mm, lanciagranate anticarro a tiro multiplo e automatici. Le forze armate dell’Azerbajdžan hanno aperto il fuoco anche con lanciarazzi TR-107 di produzione turca e, per la prima volta dalla firma sul cessate il fuoco, anche con obici da 122 mm”. In seguito al fuoco azero nella notte di venerdì, Erevan ha dato notizia della morte di quattro soldati e del ferimento di altri 16 fra le truppe del Nagorno-Karabakh. Di contro, Baku lamenta la perdita di cinque uomini e il ferimento di 19 in seguito ai combattimenti tra truppe armene e azerbajdžane; la parte azera, d’altro canto, incolpa gli armeni di aver per primi aperto il fuoco con mortai da 82 mm e di aver continuato i tiri anche nella mattinata di sabato.

La Repubblica del Nagorno-Karabakh, non riconosciuta a livello internazionale, conta una popolazione di circa 150mila abitanti, in maggioranza armeni. Ricevuto nel 1923 lo status di regione autonoma all’interno dell’Azerbajdžan, nel 1988 la maggioranza armena chiese l’unione a Erevan; avuta risposta negativa dal Soviet supremo dell’Urss, il Soviet regionale decise autonomamente il distacco da Baku. Nello stesso 1988 iniziarono i primi scontri tra truppe armene e azerbajdžane. A fine 1991 un referendum (non riconosciuto internazionalmente) sancì la volontà indipendentista del 99,98% della popolazione locale e nel 1992 il Soviet supremo regionale adottò una dichiarazione sull’indipendenza statale della Repubblica del Nagorno-Karabakh; il suo riconoscimento da parte armena intensificò il conflitto vero e proprio tra Erevan e Baku. I colloqui di pace erano iniziati già nel 1991, con la formazione del “Gruppo di Minsk” dell’Osce, composto dei rappresentanti di 12 nazioni, tra cui Russia, Stati Uniti e Francia; l’accordo sul cessate il fuoco fu sottoscritto nel maggio 1994. Secondo varie stime, il numero delle vittime tra il 1991 e il 1994 è stato di circa 25mila morti e altrettanti feriti.

Non pare che Erevan e Baku, in tutti questi 20 anni, abbiano mai derogato dalle proprie iniziali posizioni riguardo all’appartenenza statuale (con status speciale) della regione. Ripetuti incontri, sia tra i presidenti di Armenia e Azerbajdžan, sia a livello di Gruppo di Minsk, non hanno portato a significativi risultati; anche la dichiarazione congiunta Mosca-Washington-Parigi, adottata al G8 del 2013, non aveva dato nulla di concreto, tanto che, a partire dall’estate del 2014, la situazione si è fatta nuovamente esplosiva. Nel novembre scorso, l’abbattimento di un elicottero militare Mi-24 del N-K e la morte dei tre uomini d’equipaggio, da parte delle truppe azere, aveva già creato una situazione pericolosa. Secondo le autorità di Stepanakert, l’elicottero stava effettuando un volo di addestramento nel quadro delle manovre “Unità-2014” e Erevan non aveva mancato di minacciare “conseguenze dolorose” per Baku – “una provocazione senza precedenti, che porta all’escalation della situazione” – i cui soldati avevano continuato a sparare sull’area dell’impatto dell’elicottero, non permettendo così di portare soccorso all’equipaggio. A detta di Erevan, inoltre, erano false le dichiarazioni di Baku secondo cui il velivolo avrebbe aperto il fuoco per primo, dato che il mezzo, in addestramento, non era armato.

Gli scontri di venerdì e sabato sono i primi, dal novembre scorso, di forte gravità; ma le condizioni ci sono tutte perché una ulteriore area di tensione ai confini meridionali della Russia venga alimentata, anche dall’esterno, rinfocolando contrasti territoriali di lunghissima data.

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