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Ucraina: nomi e figure di scena per fare la guerra al Donbass

Da oltre un mese l’attenzione internazionale sulle questioni ucraine appare maggiormente concentrata sulle possibili candidature in sostituzione del primo ministro Arsenij Jatsenjuk che non sulla guerra che, a dispetto dei mai concretizzati accordi di Minsk-2 del febbraio 2015, Kiev sta continuando a condurre contro il Donbass. A partire dalla batosta elettorale subita dal partito del premier, il “Fronte del popolo”, nelle elezioni dell’autunno 2014, le quotazioni di Jatsenjuk hanno continuato a precipitare, fino a raggiungere quota zerovirgola; ciononostante, egli non dà segni di cedimento. Nemmeno con le maniere forti si è riusciti a staccarlo – nel senso letterale della parola – dallo scranno ministeriale. Qualcosa o qualcuno ce lo tiene saldamente attaccato. La questione è tornata a ripresentarsi dallo scorso 4 febbraio, allorché la Rada aveva giudicato “insoddisfacente” il lavoro del gabinetto e il presidente in persona, l’oligarca Petro Porošenko, aveva parlato della “necessità di riavviare il lavoro del governo”, sottintendendo un ricambio di figure, a partire dal premier. La questione era divenuta “scottante” nei giorni successivi, dopo le dimissioni del Ministro dello sviluppo economico, il lituano Aivaras Abromavičius, il cui passo era stato approvato dagli ambasciatori dei paesi occidentali e dal portavoce del Dipartimento di stato, John Kirby. In quell’occasione, era apparso evidente il ruolo del lituano quale “residente” di servizi stranieri nel governo ucraino, cui i vertici dell’intelligence avevano ordinato l’uscita di scena. Ma, evidentemente, questo non significava ancora che le forze che avevano installato Jatsenjuk al timone dell’Ucraina, avessero deciso di buttarlo a mare. E infatti è ancora lì e oggi ha addirittura proposto alle frazioni parlamentari del Partito Radicale e di AutoAiuto di rientrare nella coalizione governativa. E, a dirla tutta, anche molte previsioni di politologi russi non si sono avverate. Dopo le dimissioni del lituano Abromavičius, si era parlato di quelle del Ministro della sanità, la georgiana Aleksandra Kvitašvili, di Mikhail Saakašvili e addirittura della Jaresko: di una evasione in massa, insomma, dei ministri e funzionari stranieri dalla nave che stava affondando. Ma nulla di tutto questo si è ancora verificato, a parte la “fuga” in Francia della vice Ministro degli interni, la georgiana Eka Eguladze, fermata alla frontiera ucraina con 4 milioni di $ in borsa che, a suo dire, le servivano per pagare le spese di parto in Francia.
Ora dunque, nelle cinque settimane trascorse dal 4 febbraio sono stati fatti diversi nomi di possibili candidati al soglio: di alcuni si è detto che godrebbero dell’appoggio occidentale, di altri, addirittura, di quello del Dipartimento di stato, per altri ancora è parso di subito evidente il ruolo di “cavallo scosso”. Per nessuno di essi, come era prevedibile, la cessazione della guerra contro il Donbass pare una priorità.
In qualità di outsider si è parlato dell’attuale segretario del Consiglio di sicurezza e di difesa, Aleksandr Turčinov, sostenuto da segmenti di varie frazioni parlamentari (Blocco Porošenko, Fronte Nazionale, Partito Radicale, Volontà del popolo, AutoAiuto). Non più solida anche l’autocandidatura del leader del Partito Radicale e sindaco di L’vov, Oleg Ljaško. Di tutt’altro spessore invece le possibilità del Ministro delle finanze, l’americano-ucraina ex funzionaria del Dipartimento di stato USA, Natalja Jaresko. Il suo nome era già stato fatto la scorsa estate – contrapposto alle rinnovate velleità da premier di Julja Timošenko – allorché i sondaggi davano già Jatsenjuk sotto il 10% nel “gradimento degli ucraini. Se ne è parlato ancora nei mesi scorsi e di lei ha parlato ieri l’ex ambasciatore USA a Kiev Steven Pifer. La frazione presidenziale alla Rada, il Blocco Porošenko, aveva rivelato appena pochi giorni fa che trattative sono in corso già dallo scorso dicembre con l’ex premier polacco Leszek Balczerowicz, gradito all’Occidente e autore in patria delle ben note terapie shock con cui da Washington si è “raccomandato” il passaggio all’economia di mercato nei paesi dell’Europa dell’est. Nell’altalena di cittadinanze che vengono elargite a uso e consumo del Dipartimento di stato USA, non si è mancato di fare anche il nome dell’ex presidente georgiano e attuale governatore ucraino di Odessa, l’ultrayankee Mikhail Saakašvili. Nonostante la quantità di potenziali candidature alla sostituzione di Jatsenjuk, il politologo Kirill Kortyš, intervistato da RT ha dichiarato che “Vengono proposte figure freak per creare deliberatamente un clima da teatro dell’assurdo, come è il caso di Ljaško … figure come la sua vengono ventilate a dimostrazione di alternative terribili, che potrebbero verificarsi nel caso Jatsenjuk desse davvero le dimissioni”. In realtà, sostiene Kortyš, “nessun politico vuole prendersi la responsabilità” di guidare il paese nelle attuali condizioni. Lo stesso Porošenko “non è interessato alle dimissioni di Jatsenjuk. Si fa molto rumore, ma l’obiettivo è quello di dimostrare all’Occidente che Porošenko non ha abbastanza influenza in parlamento nemmeno per dimissionare il governo impopolare di Jatsenjuk. Di conseguenza, è anche inutile chiedergli il rispetto degli accordi di Minsk e della riforma costituzionale”. Ecco a cosa si riduce il balletto di nomi: a “dimostrare” l’impossibilità per Kiev di non fare la guerra. E infatti la sta facendo e la sta addirittura intensificando.
In questo balletto di nomi e cognomi, rimane irrisolta – e, evidentemente, tale è destinata a rimanere ancora a lungo, nei piani dei direttori d’orchestra d’oltreoceano – la questione della guerra nel Donbass e del ruolo di punta avanzata Nato dell’Ucraina contro la Russia. Ed è all’ordine del giorno della Rada per il prossimo 16 marzo la rottura delle relazioni diplomatiche con Mosca. Dopo le dimostrazioni, con lancio di pietre verso l’edificio, di fronte all’ambasciata russa a Kiev, il relativo disegno di legge è stato presentato da deputati del Blocco Porošenko, AutoAiuto e Partito Radicale: “proprio come prima della guerra”, titolava ieri Pravda.ru.
E dove la guerra continua per davvero, nel Donbass, sono di stamani le notizie sullo “strisciante accerchiamento” di Gorlovka, con i combattimenti riaccesisi furiosi attorno a Jasinovata (importante snodo ferroviario a nordovest di Donetsk), con l’obiettivo principale fissato su Donetsk stessa puntando da nord su Makeevka ed Enakievo da sud. A oggi, i combattimenti più accesi vengono registrati attorno a Gorlovka, Jasinovata e nell’area dell’aeroporto di Donetsk; più a sud, lungo la direttrice di Mariupol. La Tass scriveva stamani di edifici civili danneggiati nel villaggio di Naberežnoe, nella provincia di Novoazovskij.
E’ la stessa ONU che parla oggi del repentino riacutizzarsi della situazione nel Donbass registrato in febbraio, con 9.187 morti e oltre ventunmila feriti (cifre ufficiali) dall’inizio del conflitto, insieme a 1 milione e centomila profughi e oltre 3 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari.
Sono Donetsk, Lugansk, Gorlovka, Volnovakha, Kostjantinovka e tutte le città e i villaggi martoriati dalle artiglierie ucraine, che segnano la storia del golpe a Kiev; gli Jatsenjuk, i Porošenko, le Timošenko, restano in scena solo finché le loro figure rappresentano il copione scritto molto più a ovest.

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