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Guerra in Libia. Manca solo il via ufficiale

Se c’è un percorso prevedibile fin nei dettagli più grossolani è quello dei “governi Quisling”, ossia dei governi imposti ad un paese da una o più potenze occupanti. Il nome è dato dal “premier” che i nazisti trovarono per la Norvegia e fu applicato spesso a “governi” dello stesso taglio.

Ma ora siamo in democrazia, no? E quindi il governo quisling si fa prima di invadere, poi lo si porta nel paese che si vuol prendere, poi gli si fa chiedere “aiuto” a chi lo ha messo lì e infine l’”aiuto fraterno” arriva a cavalo dei B52 o similari, per far nascere la “democrazia” (che presuppone una società di individui liberi) in una società tribale (dove, per capirsi, regna una struttura sociale fatta di tribù, in cui dunque i singoli esistono solo in quanto parte di questa o quella “famiglia allargata”).

In Libia siamo ora alla “richiesta di aiuto” da parte di Fayez al Serraj, il “premier” che inizialmente si era dovuto insediare su un gommone al largo della costa patria, poi blindato dentro una base navale controllata dalle forze occidentali già presenti lì per “supporto” al governo locale – quello di Tripoli – che però non accettava di essere esautorato dal quisling scelto a Londra, Parigi e Washington.

Con straordinario e non casuale tempismo, la domanda di essere invaso è stata inoltrata mentre “i cinque” (Usa, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia) erano riuniti in un vertice ad Hannover. Naturalmente hanno risposto “non c’è problema, stiamo per arrivare”, senza neanche lo sforzo di mostrare sorpresa. Del resto ognuno dei cinque capi di stato o di governo aveva ripetuto per mesi che un intervento in Libia sarebbe stato possibile solo in base alla richiesta di un “governo libico unitario”.

Il dettaglio sgradito è che questo governo – unitario – non c’è. Ma non fa niente. L’ex governo di Tripoli è fuggito a Misurata; a Tobruk, in Cirenaica, ce n’è un altro, sostenuto dall’Egitto e sostanzialmente guidato dal generale Khalifa Haftar. Il quale fra l’altro, sta preparando l’offensiva contro l’Isis nella sua roccaforte, Sirte. C’è inoltre un altro pezzo di paese controllato dall’Isis, mentre in ogni parte del paese ci sono milizie tribali (in senso stretto: tribù armate) che naturalmente difendono il proprio territorio da chiunque altro.

La richiesta di Serraj, peraltro non ancora formalizzata, ma solo annunciata, nomina esplicitamente la “difesa dei pozzi di petrolio”, che sono da sempre l’unico oggetto di interesse occidentale per lo “scatolone di sabbia” invaso una prima volta dall’Italia 105 anni fa (la definizione è di Gaetano Salvemini, oppositore di quell’avventura). Per non apparire troppo servile, la richiesta è stata inviata anche all’Onu e ai paesi confinanti (che o stanno nelle stesse condizioni della Libia oppure sono in competizione con gli interessi dei “cinque”, come fa vedere l’Egitto di Al Sisi). I cinque, nell’esprimere “sostegno unanime” al lavoro di Sarraj, si son detti pronti a “fare di tutto perché abbia successo”. Resta la foglia di fico formale, però, perché per dare una parvenza di legalità all’intervento armato qualsiasi iniziativa di guerra “dovrà essere richiesta” da Tripoli.

Sul terreno la situazione è tutt’altro che tranquilla. Due giorni fa i miliziani dello Stato Islamico hanno lanciato una nuova offensiva contro i pozzi di Brega, nell’est del Paese. E anche tra le truppe dei vari governi non ci si limita solo agli scambi di insulti…

La debolezza di Serraj – o più precisamente la sua estraneità alle dinamiche interne della Libia – si sta palesando in questi giorni come il vero problema per l’Occidente, ovvero come l’elemento che rischia di annullare qualsiasi pretesa di “legalità internazionale” per l’intervento armato.

Intervento che è iniziato da tempo, con truppe speciali inviate a sostegno delle forze “alleate”, ufficialmente come “istruttori”, ma che non ha ancora le dimensioni per essere “risolutivo”.

Ma è più che evidente – anche guardando gli elicotteri Chinook da trasporto truppe che da stamattina solcano i cieli del centro Italia – che i motori della guerra sono stati accesi. Manca solo l’ordine finale.

Oppure, come racconta il contafrottole di Palazzo Chigi, si tratta dei primi movimenti per “risolvere” il problema dei barconi carichi di migranti diretti verso l’Italia. «Il presidente degli Usa Barack Obama – ha detto Renzi, ma non Obama –  si è detto disponibile all’impiego di mezzi Nato per bloccare il traffico di uomini e scafisti» nel Mediterraneo.  Com bombardamenti chirurgici, naturalmente…

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