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Erevan: “insurrezione” sfumata e rapporti armeno-iraniani

In epoca sovietica, tra le serie di barzellette di successo c’erano quelle sulla “Armjanskoe Radio”: immaginari ascoltatori ponevano domande di vita quotidiana, cui la presunta emittente forniva risposte sul modello del Professor Pazzaglia nostrano. L’agenzia news-front ne ha riesumato il modello, riguardo ai recenti disordini di Erevan. Chiedono alla Armjanskoe Radio: “E’ vero che la Russia si appresta a scatenare la guerra contro i Paesi baltici?”; risposta: “Vero. Si appresta. Solo che non è la Russia, ma sono il Dipartimento di stato e la Nato e non contro i baltici, ma contro i paesi del Caucaso e non una guerra, ma un’ennesima Majdan”. Sembra proprio, scrive Vladimir Lepëkhin su news-front, che tutti gli allarmi circa i preparativi e dispiegamenti di ulteriori truppe Nato per rispondere a un prossimo attacco russo al Baltico non fossero che una manovra diversiva, in vista del colpo autentico al sud, in Turchia e Armenia.

Se sul fallito golpe in Turchia è stato scritto non poco, gli avvenimenti armeni sono rimasti nell’ombra, non solo sui media italiani. Con la tentata “insurrezione” di Erevan, iniziata 48 ore dopo il quasi colpo di stato ad Ankara e conclusasi domenica con la resa degli assalitori e con un bilancio di due morti tra le forze di sicurezza, il gruppo armato del “Sasna Tsrer” mirava a sollevare i cittadini e a ribaltare il presidente Serzh Sargsjan. Le proteste contro il potere, un anno dopo le dimostrazioni di “Elettromajdan” contro l’aumento delle tariffe elettriche, apparivano come la legittima indignazione popolare per una situazione economica disastrosa, accompagnata da una sfrenata corruzione governativa. Nulla di più sacrosanto; tanto più che, di fronte alle manifestazioni di piazza in appoggio al gruppo di “Sasna Tsrer”, le forze di sicurezza erano ricorse a metodi repressivi per i quali lo stesso Sargsjan si è dovuto ieri pubblicamente scusare, “sia per l’eccessivo ricorso alla forza da parte della polizia, sia per la violenza nei riguardi dei giornalisti e il danneggiamento delle loro apparecchiature”.

I pochi siti web italiani che hanno dedicato qualche spazio alla vicenda non hanno mancato di evidenziare la brutalità della polizia contro le giuste proteste della gente. E basta. Con analisi anarco-liberali, per cui ogni manifestazione di piazza è sempre e comunque giusta e a cui nemmeno la majdan Nezalezhnosti a Kiev sembra aver insegnato nulla, ci si è limitati allo sdegno – del tutto giustificato – per l’azione repressiva, o al massimo si è inquadrata la vicenda nella spinosa questione del Nagorno-Karabakh, senza porsi l’elementare domanda che, soprattutto di questi tempi, dovrebbe sorgere spontanea: chi c’è dietro? “Scoprire” che il governo armeno, come quello kazakho, o come faceva quello del presidente Janukovic nell’Ucraina pre-golpe miri prevalentemente agli interessi personali di politici e alti funzionari, è uguale a “scoprire” che Colombo ha scoperto per errore l’America, se poi non si scopre chi finanziava le spedizioni di Colombo e a quali scopi.

In Armenia, come in quasi tutto lo spazio post sovietico, la situazione è caratterizzata da crisi economica, monetizzazione della sfera sociale, predominio dell’oligarchia finanziario-politica. Le manifestazioni di piazza dovrebbero esserci ogni due giorni. Ma, a Erevan come a Kiev due anni fa, si trattava davvero di questo? Sarebbe sufficiente anche solo ricordare le vicende armene di un anno fa, allorché, protestando contro gli aumenti tariffari, si bruciavano bandiere russe, o il modo in cui due anni fa, a Kiev, agirono i cecchini che spararono su polizia e manifestanti.

È evidente, scrive Lepëkhin, che l’obiettivo reale dei “sostenitori della libertà all’americana a Erevan, era quello di destabilizzare la situazione dell’intero Caucaso. A loro non interessava tanto l’Armenia, quanto ricondurre nel loro ambito la Turchia, porre sotto  controllo l’Azerbajdzhan e mettere la Russia in ginocchio”. Per questo, la temporanea conclusione della vicenda, non permette di escludere la possibilità di una sua prossima trasformazione in qualcosa di scala ben peggiore. Gli elementi ci sono tutti: a differenza di un anno fa, ora non si protestava per le tariffe, ma per un cambio di potere; le proteste di strada erano strettamente coordinate con l’azione del gruppo armato; il nucleo centrale era costituito non più dalla “gioventù creativa”, ma da nazionalisti con slogan anti russi (non anti turchi o anti azerbajdzhani, come ci si sarebbe potuti aspettare) ben addestrati; l’azione è stata seguita passo per passo dall’ambasciata USA; tutti i media armeni filo occidentali erano schierati con gli “insorti” o in posizione attesista; si è deciso di anticipare i tempi, nonostante l’opposizione avesse grosse probabilità di vittoria alle prossime elezioni di primavera: tutto, come era avvenuto a Kiev per la seconda e decisiva majdan.

Durante l’assedio, gli assaltatori asserragliati nel comando della polizia, hanno tranquillamente concesso interviste ai maggiori canali nazionali, dichiarandosi “combattenti per i diritti degli armeni”, “difensori della democrazia”. Uno dei leader di “Sosna Tsrer” che, dall’interno del posto di polizia in cui venivano tenuti in ostaggio agenti e medici, ha concesso un’intervista al Primo canale armeno, ha dichiarato: “Consideriamo realizzata la rivolta popolare. Continueremo la lotta con lo status di prigionieri di guerra. La sollevazione popolare continua; non permetteremo che il nostro paese diventi una provincia russa. Sentiamo che la vittoria è vicina e chiediamo al popolo di decidere. Noi siamo solo una scintilla. Il popolo continuerà ciò che abbiamo iniziato”. L’obiettivo era giungere a una variante armena di majdan, con il classico slogan della “occupazione russa”, affiancato, per ingraziarsi le frange più nazionaliste, da quello della reazione al “sostegno di Mosca” all’Azerbajdzhan.

Ora, nonostante la posizione apparentemente “distaccata” con cui il Cremlino ha guardato alle vicende di Erevan, non è forse un caso che il presidente Sergsjan sarà a Mosca il prossimo 10 agosto, il giorno immediatamente successivo al programmato incontro tra Putin e Erdoğan a Pietroburgo e due giorni dopo il vertice di Baku tra Russia, Azerbajdzhan e Iran; non fissato, ma già programmato un summit a Erevan tra Serzh Sargsjan e il presidente iraniano Hassan Rouhani. Tra falliti colpi di stato, “insurrezioni” evaporate, fratellanze turkmene, ponti energetici internazionali e piani di bacini marittimi mediorientali di transito per l’Europa, non è facile reprimere l’idea di una regia unica dietro i diversi tentativi di bloccare alcune scelte di schieramento non condivise lungo il Potomac. Soprattutto alla luce della ventilata unità di intenti anche tra Erevan e Teheran.

Scrive Stanislav Tarasov sull’agenzia Regnum, che la politica transcaucasica di Mosca e Teheran è identica. Contro le aspettative azerbajdzhane, pare proprio che la collaborazione economica tra Teheran e Erevan si stia sviluppando: l’Iran ha reso noto che, a fine 2018, le forniture di gas naturale iraniane all’Armenia triplicheranno, raggiungendo i tre milioni di mc al giorno. In previsione c’è anche una nuova impresa mista armeno-iraniana, che si dovrebbe occupare soprattutto del transito di prodotti energetici. Considerando che il sistema dei gasdotti armeni è controllato dalla russa Gazprom, a Baku e Tbilisi sono convinti che la questione del transito “non sia interessante per l’Occidente”! Ma, nell’attuale situazione geopolitica, a parere di Tarasov, proprio un piano energetico armeno-iraniano potrebbe rappresentare l’alternativa ai sospetti occidentali verso la Turchia.

La sfumata “insurrezione” di Erevan potrebbe essere stata non proprio solamente una scintilla.

 

Fabrizio Poggi

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