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Le mire USA e Nato sulla Moldavia

La prima visita estera del neopresidente moldavo Igor Dodon si è svolta il 17 gennaio a Mosca, dove si è incontrato con Vladimir Putin e ha dichiarato che la Moldavia è “orientata a una partnership strategica con la Russia”. Forse per questo USA e Nato continuano a tentarle tutte per non vedersi mangiata una pedina quale la Moldavia che, per quanto piccola, per posizione geografica è però strategicamente importante. I giochi occidentali sono testimoniati anche dalle ultime notizie da Kišinëv. Le iniziative intraprese da Dodon per allentare i vincoli del paese con i centri politico-finanziari occidentali, iniziando con il siluramento dei vertici del Ministero della difesa più foraggiati dalla Nato attraverso il Individual Partnership Action Plan, hanno suscitato più di una preoccupazione a Washington e a Bruxelles. Preoccupazioni non certo fugate dalle dichiarazioni fatte a Mosca da Dodon, del tipo, sul fronte delle alleanze, che Kišinëv, mentre è orientata a sottoscrivere un memorandum quadro di collaborazione con l'Unione economica Euroasiatica, non è “contro la UE; ma non si possono costruire i rapporti con l'UE sulla retorica anti-russa e non si deve tessere l'amicizia con l'Occidente contro l'Oriente, così come non si deve essere amici dell'Oriente contro l'Occidente". E addirittura, riguardo ai rapporti con la Nato e giudicando un errore l'affrettata apertura della rappresentanza a Kišinëv proprio prima della sua elezione, Dodon ha detto che nel corso della visita a Bruxelles, prevista a febbraio, si impegnerà a ottenere il riconoscimento dello stato di neutralità della Moldavia.

Ora, si sa quale sia il percorso preferito per ricondurre alla “ragione democratica” i leader che manifestino inclinazioni orientali, tipo un certo riavvicinamento a Mosca: si comincia col sostenere – i fondi non mancano: sono sempre e comunque i nostri – qualche esponente del luogo; poi lo si innalza a paladino di un “movimento spontaneo”, che accusi un po' di tutto quei leader spericolati che osino appena appena sganciarsi dalle imposizioni del FMI e alla fine, se anche tutte queste mosse non bastano, si ricorre alle sane “buone maniere” di convincimento.

Aveva cominciato, una decina di giorni fa, il deputato del Partito liberal-democratico Grigorij Kobzak, col contestare in giudizio dinanzi alla Corte costituzionale, il decreto di Dodon di togliere la cittadinanza moldava all'ex presidente rumeno, Traian Băsescu, cui era stata appiccicata in tutta fretta, alla vigilia delle elezioni presidenziali moldave del novembre scorso, in modo che potesse sostenere la candidata avversaria di Dodon, quella Maia Sandu, laureata alla Harvard Kennedy School of Government del Massachusetts, ex Consigliere alla direzione esecutiva della Banca mondiale, protégé della fondazione “Soros” e dell’ambasciata USA e che, come programma elettorale, prometteva una partnership strategica con Washington, stretti contatti con Kiev e anche la futura unione con la Romania.

La decisione di Dodon era stata sostenuta anche dall'ex presidente moldavo (dal 2001 al 2009), il comunista Vladimir Voronin, secondo il quale Băsescu contava di servirsi della cittadinanza moldava per sfuggire ai conti in sospeso con la giustizia in Romania, dove deve rispondere dell'accusa di corruzione. E, d'altronde, Băsescu stesso non faceva mistero dei suoi piani di ricondurre la Moldavia sulla “strada europea da cui l'ha deviata” Dodon e, in qualità di deputato del parlamento di Bucarest, di dar vita a un “Ministero dell'unificazione” tra Romania e Moldavia.

Ma l'iniziativa liberale, evidentemente, lascia il tempo che trova. Quindi, si decide di accelerare i tempi e, per non rischiare un vero riavvicinamento tra Kišinëv e Mosca che significherebbe uno smacco per l'occidente – soprattutto dopo il dispiegamento del sistema antimissilistico “Aegis” in Romania – si tenta una strada più breve: l'impeachment. E di cosa si accusa Dodon? Di ostacolare l'unione con la Romania. Il presidente del Partito liberale, Mihai Ghimpu, fervente fautore di tale unificazione e dell'ingresso nella Nato, sostiene che Dodon avrebbe violato la Costituzione, col congratularsi col neo eletto presidente della Transnistria, Vadim Krasnoselskij e con l'essersi addirittura incontrato con lui, per discutere della questione dell'enclave a maggioranza russa e dei rapporti tra Tiraspol e Kišinëv. Anche se al momento le firme raccolte da Ghimpu per la proposta di dimissioni del presidente sono ferme a 13 deputati (ne occorrono 34 perché la proposta venga esaminata dal Parlamento e poi, eventualmente, 67, cioè i 2/3 dell'assemblea, perché venga approvata), negli uffici presidenziali si ritiene che un eventuale referendum sull'impeachment andrebbe solo a favore di Dodon, che pare contare su oltre l'83% dei consensi nel paese.

Non tutti i passi intrapresi dal neopresidente sono comunque del tutto chiari, come dimostrano le recenti vicende della conferma del Procuratore generale, Eduard Harunjen, colpito da vari scandali mediatici e considerato al servizio del magnate del petrolio e presidente del Partito Democratico Vladimir Plakhotnjuk, per cui la sinistra del “Blocco Rosso” ipotizza un tacito accordo di Dodon con lo stesso Plakhotnjuk. E non tutto pare filar liscio nemmeno nei rapporti tra presidente e governo, come ha dimostrato il rifiuto, da parte del primo ministro Pavel Filip (PD), di dar seguito alla richiesta presidenziale sul richiamo in patria dell'ambasciatore moldavo in Romania, Mihai Gribincea – a suo tempo nominato rappresentante permanente moldavo presso la Nato dallo stesso Ghimpu, quando quest'ultimo era facente funzione di presidente nel 2010 – per le sue dichiarazioni contrarie alla revoca della cittadinanza a Traian Băsescu e ardente fautore dell'unione con la Romania.

In molti rimpiangono oggi gli anni dell'ex presidente Vladimir Voronin, pur se diverse forze di sinistra imputano proprio a lui quella sorta di “rivoluzione di velluto” del 2013, che condusse il PC moldavo a una specie di compenetrazione con le forze liberali, con magnati come Plakhotnjuk e, in definitiva, all'arrivo al governo della coalizione “Alleanza per l’integrazione europea”, formata dai partiti Democratico, Liberal-democratico e Liberale e che ha ridotto il paese allo stato di uno dei più poveri d'Europa, con un terzo della popolazione (quasi la metà della forza lavoro) emigrata; nella sola Russia si contano circa cinquecentomila emigranti moldavi, di cui una buon a metà irregolari.

Per ora, dunque, il passo principale all'ordine del giorno è quello dei rapporti con Mosca. Se da parte russa, rapporti più stretti con Kišinëv rappresentano un importante passo geopolitico, soprattutto a causa della presenza militare USA in Romania, per la Moldavia, dopo l'allontanamento da Mosca di qualche anno fa, con l'accordo di associazione alla UE sottoscritto nel 2014, tali rapporti costituiscono invece la condizione di rilancio dell'economia. Questo, sottolinea la Tass, soprattutto dopo che Mosca, temendo l'introduzione in Russia di prodotti UE (sotto embargo come risposta alle sanzioni occidentali) aveva ridotto di oltre il 40% le proprie importazioni dalla Moldavia. In ogni caso, pare che le distanze non siano del tutto colmate: sul problema dei rapporti Kišinëv-Tiraspol, a Mosca Dodon ha riaffermato che la Transnistria è “parte della Repubblica di Moldavia” e, sulla questione della Crimea, ha dichiarato di non aver cambiato opinione, “ma si deve capire che noi dobbiamo costruire rapporti amichevoli anche con l'Ucraina” e nessuno oggi a Kišinëv “si arrischierebbe a rilasciare dichiarazioni ufficiali su determinati argomenti…”.

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