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Il club dei miliardari tedeschi

Nel bilancio federale 2017 il governo tedesco avrebbe previsto uno stanziamento di 21 miliardi di euro per i 6,4 milioni di cittadini beneficiari di Hartz IV e Sozialgeld: poco più della metà, nota Susan Bonath su Die junge Welt, del patrimonio di cui disporrebbe il tedesco più ricco, il fondatore della “Lidl”, Dieter Schwarz e che, stando alla rubrica Bilanz, ammonterebbe a oltre 37 miliardi di euro.

Solo nello scorso anno, il gruppo Schwarz ha totalizzato 94 miliardi di euro, 15 miliardi in più rispetto al 2015, con circa 10.000 filiali in più di 20 paesi. Secondo Bilanz, Schwarz fa parte del “club” dei 195 miliardari tedeschi (erano 170 nel 2016), seguito a ruota dai vari Reimann (30 mld: Jacobs, cosmetici, Wella, ecc.), Schaefflers (25,5 mld: costruzioni meccaniche, pneumatici, maggioranza azionaria della Continental), i fratelli Klatten e Quandt (BMW: 18 mld ciascuno), gli Albrecht (discount: Aldi süd, 21 mld e Aldi Nord, 18 mld). E poi le società farmaceutiche Boehringer (41 mld) e Merck (34 mld; manager-magazin.de la qualifica come la più antica casa farmaceutica del mondo), Henkel (31 mld), Porsche (18 mld), Siemens (8 mld) , Freudenberg (8 mld) e una serie di nomi, poveretti, con meno di 10 miliardi ciascuno.

Secondo Bilanz, i 1.000 tedeschi più ricchi possiedono oltre 900 miliardi di euro; contando gli oltre 170 miliardi dei 13 più ricchi tra i più ricchi, si ha un totale di oltre 1 trilione di euro, più di un terzo del PIL tedesco e Bilanz sottolinea come gli ultimi dodici mesi siano stati “un buon momento per le famiglie ricche nella maggiore economia d’Europa”, con un aumento del 12% dei loro beni.

Si accumula ricchezza a un polo per aumentare la povertà all’altro polo, diceva Karl Marx. “Allo stesso modo che la riproduzione semplice riproduce costantemente lo stesso rapporto capitalistico, capitalisti da un lato e salariati dall’altro, la riproduzione su scala allargata, ossia l’accumulazione, riproduce il rapporto capitalistico su scala allargata: più capitalisti o più grossi capitalisti a questo polo e più salariati a quell’altro”.

E infatti, scrive Susan Bonath, va molto meno bene ai poveri. Secondo la relazione federale su povertà e ricchezza, due anni fa la metà più povera della Germania possedeva solo l’1% del totale della ricchezza. Il 40 per cento dei lavoratori dipendenti riceveva un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Secondo le più recenti indagini di associazioni sociali, circa il 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza.

Si è puntualmente avverato quanto scriveva tre anni fa Neues Deutschland e cioè che sempre più pensionati già allora erano occupati in minijob: 137.000 persone di età superiore ai 74 anni. A giugno 2013 erano 829.173 i minijobbers di almeno 65 anni: circa 36.000 in più rispetto al 2013 e quasi 270.000 più del 2003. Era in aumento anche il numero di dipendenti di oltre 65 anni di età soggetti all’assicurazione sociale: 183.435 persone, ovvero quasi 19.000 in più rispetto al 2012.

Ma c’è una parte della Germania in cui, all’accumulazione di miseria a un polo della società, si aggiunge anche l’accumulazione di povertà a un polo geografico, quello rappresentato dai territori che costituivano una volta la Repubblica Democratica e in cui, da oltre 25 anni, si è tirato solo a “lucidare” i maggiori centri turistici, desertificando, per il resto, regioni un tempo altamente industriali.

Nei giorni scorsi, la Confederazione dei sindacati (DGB) di Sassonia-Anhalt ammoniva sulla crescente povertà, scrive Die junge Welt. Circa un quarto degli occupati nella parte orientale del paese – quella annessa dopo il 1989, con una deindustrializzazione che ancora oggi impressiona, per il numero di edifici industriali in rovina sul territorio della ex DDR – lavora per salari minimi e le donne quasi solo part-time. “Non ho una pensione che mi consenta di vivere”, dice Susanne Wiedemeyer, a capo del DGB di Land.

A inizio agosto, riporta ancora Susan Bonath, la Fondazione Hans Böckler si è concentrata sulla crescente povertà infantile, cresciuta nel 2016 dal 19,7 al 20,3%: circa 2,7 milioni di bambini, circa un quinto del numero complessivo, vivevano a livello del minimo garantito o poco più. Soprattutto nella parte orientale, secondo mdr.de, aumenta la percentuale di bambini che vivono in famiglie a livello di sostentamento. Ancora in Sassonia-Anhalt, ad Halle, 1/3 di minori di 18 anni vive in famiglie che beneficiano del Hartz IV; a Magdeburgo, il problema riguarda il 30% dei minori, a Lipsia oltre il 25%. Complessivamente, circa due milioni di bambini dipendono da Hartz IV.

Non che le cose vadano molto meglio anche in altre parti della Repubblica Federale. Pochi giorni fa, neues-deutschland.de scriveva che in Bassa Sassonia il 20% degli occupati lavora con un “minijob”: 11% in più rispetto a dieci anni fa. Secondo le cifre fornite dal governo federale in risposta a un’interrogazione di Die Linke, nel 2016 erano circa 765.000 le persone occupate con un “mini lavoro”: il 2,6% più del 2015. Con il 22,6% di lavoratori dipendenti, la Bassa Sassonia è poco al di sotto della quota federale del 23% e il 61% dei “minijobbers” è costituito da donne; quasi 1/3 di questi minijobbers è occupato nel commercio al dettaglio o nella ristorazione.

Il tratto più appariscente, scrive l’ex organo della SED, è che nei minijobs siano occupati sempre più anziani. In Bassa Sassonia, quasi 1/3 (31,4%) degli occupati in lavori non qualificati ha un’età superiore ai 55 anni: il 50% in più di dieci anni fa. Jutta Krellmann, portavoce di Die Linke per le questioni sindacali, ha dichiarato che “è uno scandalo che tante persone della Bassa Sassonia abbiano bisogno di un mini-lavoro per assicurarsi il sostentamento”.

In generale, scrive oggi Die Linke, il 20% dei tedeschi non può permettersi di andare in vacanza. Più di due milioni e mezzo di persone sono costrette a svolgere un secondo lavoro. La Germania ha il più grande settore europeo di bassi salari. Vero è che quei bassi salari hanno poco a che vedere con i bassi salari “mediterranei”; ma, in ogni caso, il minimo salariale di 8,84 euro, in Germania non salva dalla povertà. Il salario minimo stabilito per legge, dice Die Linke, deve essere “portato a 12 euro. Dobbiamo spezzare il cerchio diabolico dalla povertà infantile, salariale e della vecchiaia”.

Questo accade “nella maggiore economia d’Europa”

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