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Germania: grandi affari per l’industria e briciole per chi non ha nulla

Nei giorni scorsi, a Wiesbaden, Die Linke ha presentato “l’Atlante degli armamenti dell’Assia”, una risposta diretta ai lamenti della Bundeswehr e delle lobby militari in Parlamento, che continuano a dolersi della “disastrosa situazione” di equipaggiamenti e attrezzature militari. L’Atlante mette in chiaro i grossi affari del complesso militare-industriale, specialmente nel Land dell’Assia, in cui sono concentrate le più grosse industrie di armamenti tedesche, con 62 siti di produzione: in testa Rheinmetall Landsysteme GmbH e Krauss-Maffei Wegmann (KMW), entrambe con sede a Kassel.

KMW (uno dei principali sponsor della recente conferenza sulla “sicurezza” a Monaco!) è il produttore dei Leopard 1 e 2, schierati oggi, sottolinea l’Atlante, nella “guerra di aggressione delle truppe turche contro le regioni curde nel nord della Siria”.

Rheinmetall, che sforna i trasporti truppe blindati “Martora”, “Volpe” e “Lince”, è la più grande industria tedesca di armamenti e gestisce il centro di addestramento dell’Altmark, in Sassonia-Anhalt, oltre ad esser partner del governo nella realizzazione del progetto pubblico-privato della “Übungsstadt” di Schnöggersburg, una cittadella per l’addestramento al combattimento, anche in situazione urbana.

Un’altra azienda è la Fritz Werner Attrezzature Militari GmbH, a Geisenheim: realizza macchinari per la produzione di munizioni, ne esporta la tecnologia, costruisce e gestisce fabbriche di munizioni in tutto il mondo ed è presente in 60 paesi. Nell’Atlante si rileva anche la stretta cooperazione tra industria delle armi, Università e centri di ricerca; una collaborazione che contraddice alla cosiddetta “clausola civile” di almeno 7 delle 13 università dell’Assia, che esclude progetti di ricerca a scopi militari, ma che viene facilmente aggirata, dato che molte tecnologie possono servire anche a scopi civili.

Fatti, questi, che non impediscono comunque ai rappresentanti parlamentari della SPD di lamentare la “carenza di personale, i troppi compiti e gli equipaggiamenti troppo scadenti” dell’esercito tedesco, con 21.000 posti vacanti di ufficiali e sottufficiali, insieme a una rapidità operativa dei sistemi d’arma “drammaticamente bassa”. Il tutto, a beneficio di quel 2% del PIL per spese militari, imposto dalla NATO ai paesi membri. E’ così che giovedì scorso Angela Merkel ha chiuso il dibattito sul 2%, giurando che la spesa militare non può essere messa in discussione, a causa delle carenze della Bundeswehr. D’altronde, se in campagna elettorale la SPD aveva ripetuto la propria contrarietà al 2%, ora l’accordo di coalizione recita che “Vogliamo raggiungere gli obiettivi NATO”. Amen.

La Repubblica federale è un paese industriale, scrive Jana Frielighaus su Junge Welt e l’industria delle armi è in testa alla brillante bilancia commerciale del paese.

Intanto, sulla facciata posteriore dell’edificio, se “Die Tafeln” già mesi fa denunciava il drammatico aumento del numero di pensionati che si rivolgono all’organizzazione per ricevere prodotti alimentari gratuiti, la sua sezione di Essen, nel Land di Nordrhein-Westfalen, da inizio anno ha annunciato una drastica svolta nella propria attività: fornirà cibo solo a chi è in possesso di documenti tedeschi. Una scelta che Neues Deutschland, citando l’intervista del presidente Jörg Sartor al quotidiano “TAZ”, non esita a definire razzista.

Il Tafel di Essen “giustifica” la propria scelta con il pretesto secondo cui “Dato che l’aumento di rifugiati negli ultimi anni ha portato al 75% il numero di cittadini stranieri tra gli oltre 6.000 nostri assistiti, siamo costretti ad accettare solo clienti con documenti tedeschi” e, dicono, è questo l’unico modo per garantire “un’integrazione ragionevole”. Vogliamo “continuare a preoccuparci anche dei nostri anziani”, ha detto Sartor, secondo il quale, prima del crescente afflusso di rifugiati nel 2015, la percentuale di “clienti” non tedeschi era del 35%. Molti profughi siriani, dice, hanno ottenuto lo status di rifugiato, con le relative prestazioni sociali, soddisfacendo quindi il criterio di accettazione per Die Tafel: vale a dire, l’accesso a Hartz IV, con indennità di alloggio o pensione minima di vecchiaia.

Eppure, nota Marie Frank su Neues Deutschland, il motto del Tafel di Berlino, da cui nel 1993 ha preso avvio l’iniziativa, recita che il “nostro criterio nella consegna è sempre la necessità delle persone, non la loro nazionalità”: un’affermazione che “dovrebbe essere ovvia, anche se in tempi di crescente populismo di destra non è più così evidente”.

Dal sito generale di Tafel.de, apprendiamo che l’organizzazione, creata 25 anni fa, conta oggi circa 60.000 volontari, attivi in 934 sezioni in tutta la Germania, con progetti sponsorizzati per il 60% da Diakonie, Caritas, DRK (la Croce rossa tedesca), AWO e il restante 40% con iniziative proprie, a favore di circa un milione e mezzo di indigenti, di cui il 23% bambini e adolescenti, 53% adulti in età lavorativa (per lo più inseriti in ALG II-Hartz IV, beneficiari di sussidi sociali, migranti), 23% pensionati e 19% genitori single.

Molti Tafel offrono assistenza particolare a persone con mobilità ridotta, oppure a bambini (asili a tempo pieno, refezione scolastica, aiuto per i compiti, lezioni di cucina, vacanze); il 96% aiuta i rifugiati con cibo e necessità quotidiane, come consulenze per l’integrazione e lezioni di tedesco. Sebbene il numero di sezioni e di volontari sia aumentato costantemente negli ultimi anni e con essi anche la quantità di cibo offerto, sembra che Tafel non riesca a tener dietro al ritmo di crescita della domanda, soprattutto per il continuo aumento del numero di bambini e adolescenti in difficoltà.

Insomma, attività comuni a quasi tutte le associazioni che, in giro per il mondo, si occupano di attutire gli effetti del capitalismo, distribuendo gli avanzi di quanto rimane delle rapine condotte ai danni di chi non ha nulla; a fronte dell’abissale differenziazione sociale e della voragine sempre più profonda in cui vengono gettati tutti coloro non più utili alla valorizzazione del capitale e impossibilitati a racimolare minimi mezzi di sostentamento.

Fatto sta che, ora, per accedere ai prodotti distribuiti dal Tafel di Essen, i criteri generali dell’organizzazione federale non sono più sufficienti: oltre a essi, occorre anche un documento d’identità tedesco. Così che, anche in Germania: “Prima gli…”.

Affari formidabili con la guerra”, titolava Die Junge Welt; omettendo di aggiungere: anche con quella per le briciole tra poveri.

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