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Il ruggito del sultano Erdogan che si mangia la democrazia

 Il turbo-nazionalismo forte come la religione

Trionfo nelle urne. Ora per il nuovo esecutivo la priorità sarà l’economia dopo il crollo della lira turca che negli ultimi tempi ha perso il 30%. Con le nuove prerogative, Erdogan ha già annunciato di voler mettere sotto controllo le politiche della Banca centrale, rischiando però così un pericoloso braccio di ferro coi mercati e con il Fondo monetario internazionale: per un paese con imprese fortemente indebitate e i conti in disordine non è una premessa incoraggiante

Non avrai altro Reis al di fuori di me: era questo che chiedeva Erdogan a queste elezioni presidenziali e  parlamentari anticipate. “Voglio sentire il vostro ruggito per un governo forte”, aveva urlato alla folla di Istanbul nell’ultimo comizio sulle rive del Bosforo, innescando il turbo-nazionalismo. Anche se l’opposizione contesta il voto con veemenza e determinazione, la Turchia profonda vuole ancora Erdogan e lo vuole più potente perché siamo entrati nell’era della repubblica presidenziale che con il referendum approvato nel 2017 cancella adesso quella parlamentare.

La vera svolta è questa. Erdogan quindi è ancora più Reis di prima: guiderà il Paese fino al 2023, anno del centenario dello stato fondato da Kemal Aturk sulle rovine dell’Impero Ottomano, con amplissimi poteri: sarà capo dello stato e del governo, nominerà i ministri e potrà governare con decreto, controllare gli apparati di sicurezza e anche indicare una parte dei giudici della corte costituzionale.

Non è una buona notizia per chi è nelle prigioni turche: decine e decine di migliaia di incarcerati dopo il fallito golpe del 2016 perché appartenenti alla rete dell’Imam Fetullah Gulen o anche senza nessuna accusa specifica e un processo accettabile. Oltre 160mila funzionari  giudici, militari, insegnanti sono stati fatti fuori dal posto di lavoro e un centinaio sono i giornalisti dietro le sbarre. Forse questa non è una buona notizia, in generale, neppure per la democrazia.

Ma è la Turchia di oggi, un membro storico della Nato eppure sempre più oscillante tra Occidente e Oriente, vicina alla Russia di Putin, da cui acquista missili e centrali nucleari, in buoni rapporti anche con l’Iran per la questione siriana e sempre più lontana da un’Europa che per la verità qui sul Bosforo non è più un modello da seguire ma un’Unione vicina all’implosione. Oltre all’investitura presidenziale la coalizione che sostiene Erdogan mantiene la maggioranza assoluta in Parlamento, grazie al risultato sopra le attese dei nazionalisti dell’Mhp, i Lupi Grigi, alleati del partito islamico e tradizionalista Akp che governa dal 2002: praticamente da quasi una generazione i turchi non conoscono alternative.

Forte la delusione per l’opposizione. Dopo il bagno di folla nelle piazze, lo sfidante principale Muharrem Ince non ha tradito alle urne, raggiungendo circa il 30%: un risultato che il suo Chp, il partito repubblicano non toccava dagli anni Settanta. Ma non è bastato. Deludente la performance dell’ex ministra degli Interni nazionalista Meral Aksener, che si ferma sotto il 10%, mentre Selahattin Demirtas, il carismatico leader curdo candidato dal carcere, supera il 7%. Anche il suo partito l’Hdp supera la soglia di sbarramento del 10% ma non è stato così decisivo come si pensava alla vigilia e come lo fu alle elezioni del giugno del 2015 quando l’Akp perse la maggioranza.

Ma forse il dato più inatteso e interessante di queste elezioni è stata l’affermazione alle urne dell’Mhp il Partito del movimento nazionalista, ultranazionalista, ferocemente anti-curdo, euroscettico, guidato da Devlet Bahceli. E’ questo il partito dei Lupi Grigi, esponenti di quel Derin Devlet, lo “Stato Profondo”, che storicamente sa come nuotare e manovrare nelle acque più torbide della politica turca: sono i Lupi Grigi – di cui il più famoso fu Alì Agca l’attentatore di Papa Woytila – gli eredi dell’alleanza negli anni Settanta e Ottanta con la Cia, erano loro i membri delle reti clandestine anti-comuniste Stay Behind (Gladio) della Nato. Ultranazionalisti ma anche con una componente religiosa: il fondatore dell’Mhp, il colonnello Alparslan Turkes affermava che “il nazionalismo rappresentava la politica del suo partito e l’Islam la sua anima”.

Il turbo-nazionalismo, ancora più della religione, è diventato così il vero carburante elettorale di Erdogan che prima ancora di convocare queste elezioni anticipate ha scatenato l’offensiva contro i curdi nell’enclave siriana di Afrin e ha poi fatto leva sul nazionalismo per oscurare i cattivi risultati dell’economia. Ora per il Sultano si profila un mandato di cinque anni con poteri quasi assoluti, ma in un Paese sempre spaccato a metà, diviso tra religiosi e laici, tra nazionalisti e curdi.

Per il nuovo esecutivo la priorità sarà l’economia dopo il crollo della lira turca che negli ultimi tempi ha perso il 30%. Con le nuove prerogative, Erdogan ha già annunciato di voler mettere sotto controllo le politiche della Banca centrale, rischiando però così un pericoloso braccio di ferro coi mercati e con il Fondo monetario internazionale: per un paese con imprese fortemente indebitate e i conti in disordine non è una premessa incoraggiante. Eppure lui non smette di promettere che porterà la Turchia tra le prime dieci economie del mondo: in un decennio il reddito medio pro capite è raddoppiato, da 5mila a 10mila dollari, ma adesso l’economia, drogata da bassi tassi di interesse e grandi lavori pubblici a debito, batte in testa: i mercati lo aspettano al varco.

* da Tiscali News

 

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