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Algeria: “Guadagneremo la coppa e poi la nostra libertà”

Il 14 aprile 1958 alcuni dei migliori calciatori algerini dell’epoca – erano una quarantina i professionisti che avevano giocato nel campionato francese nella stagione 1957-1958 – fuggono dall’Esagono in maniera piuttosto rocambolesca per giungere a Roma, e dalla capitale italiana arrivare a Tunisi.

Tra di loro vi sono Mustapha Zitouni dell’AC Monaco, difensore della nazionale francese, e Rachid Mekhloufi, campione di Francia con l’AS Saint-Étienne e campione del mondo con la squadra dell’esercito francese nel 1957, entrambi pre-selezionati per i mondiali che stavano per iniziare in Svezia. Oltre a Ben Tifour e Saïd Brahimi, che avevano già indossato la maglia dei Bleus

La data non è casuale, il 16 infatti la Francia deve affrontare la prima partita preparatoria per il mondiale contro la Svizzera.

Il fine della loro fuga? Creare l’Equipe FLN che doveva fungere da punta di lancia di promozione della Lotta di Liberazione Algerina – iniziata il 1 novembre del 1954 – e per porre all’attenzione dell’opinione pubblica francese ciò che stava accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo, “internazionalizzando” la lotta algerina disputando vari match, facendo sventolare la bandiera nazionale e facendo suonare l’inno: Kassaman.

Era stato Mohamed Boumezrag, ex-calciatore dei Giorondins di Bordeaux, e allenatore del Mans, a proporre al FLN quest’iniziativa e fu lui che personalmente si prestò a convincere i vari giocatori algerini in Francia – alcuni dei quali pagavano già una “tassa rivoluzionaria” al FLN – ad entrare nell’impresa.

Gli undici dell’indipendenza” giocheranno dal 9 maggio 1958 alla fine della guerra di liberazione, circa 80 partite, e disporrà di ben 32 giocatori già nel corso dell’estate dell’esordio.

Incontreranno l’ostilità della FIFA su pressione della Federazione Francese, e divennero i primi ambasciatori della causa algerina nel mondo.

Come ha detto Mekhloufi, ricordando quegli anni: “Il nostro ruolo era informare le popolazioni dei paesi che visitavamo. Attenzione, non giocavamo solo a calcio! Andavamo a visitare le officine, discutevamo con le popolazioni, spiegavamo ciò che succedeva in Algeria. Eravamo il braccio della Rivoluzione attraverso il football

Questi giocatori, rinunciando ad una condizione piuttosto invidiabile per i propri connazionali, scelsero di calcare i campi di tutto il mondo – in particolare i paesi del “blocco socialista”, quelli non-allineati e i paesi arabi – per portare avanti la causa del proprio popolo.

Il calcio in Algeria, da strumento “neutrale”, era già diventato dagli anni ’30 un terreno di battaglia per l’emergente sentimento nazionale, mutando la sua funzione di intrattenimento e di vivaio per i grandi club metropolitani. Come ebbe a dire Ferhat Abbas: “ci governano con i loro fucili e le loro macchine. Ma faccia a faccia, su un terreno da calcio, noi possiamo mostrargli chi sono veramente i più forti”.

E dalla caratterizzazione sempre più politica dei club “indigeni” e dal passato da giocatori di alcuni ex combattenti dell’FLN, oltre che dagli “Undici dell’Indipendenza”, che prende forma la Passione Totale in Algeria.

Fu lo stesso Giap che, nell’ottobre del 1959, agli algerini in Asia per disputare parecchi incontri in Cina e nel Vietnam del Nord, disse in seguito alle vittorie riportate contro selezioni locali vietnamiti: “siete riusciti a batterci, dunque logicamente conquisterete la vostra indipendenza”.

Questo excursus introduttivo era necessario per comprendere la posta in gioco della finale della CAN che vedrà, nel 22esimo venerdì dell’Hirak, la compagine algerina giocarsi la finale con il Senegal, e cercare di spiegare come calcio e politica siano intrinsecamente legate in Algeria fin dal loro nascere; e l’attuale fase non fa eccezione.

Le curve calcistiche sono state lo spazio d’espressione politica dell’opposizione, mentre il tifo organizzato ha partecipato organicamente alle proteste, oltre a dare la colonna sonora dell’Hirak, facendo diventare La casa del Mouradia, il coro dei tifosi dell’USMA–Ouled El-Bahaja (ovvero “i figli della radiosa” cioè Algeri) l’inno della rivolta.

Ma sono molti i cori che, prima di quello dell’USMA, hanno cantato la sofferenza della gioventù algerina di differenti tifoserie, prima che la Casa, grazie alla diffusione su Youtube raggiungesse nell’aprile del 2018 i 5 milioni di visualizzazioni!

Il 14 marzo di quest’anno, in pieno Hirak, il derby USMA-MCA – famoso per le spettacolari scenografie delle tifoserie delle due compagini d’Algeri – è stato boicottato dai tifosi del MCA in uno stadio incredibilmente vuoto per tre quarti, mentre i “fratelli nemici” hanno fatto uno “sciopero del tifo”, tranne che per l’ingresso dei giocatori e i cinque minuti finali; dove tra l’altro, insieme alla tifoseria rivale, hanno scandito slogan a favore della Palestina…

Il calcio non deve essere uno strumento d’ipnosi e di distrazione del popolo”, ha dichiarato uno dei fondatori dell’Ouled El-Bahaja a Mickaël Correia, ricercatore sportivo e autore di un interessante articolo per Le Monde Diplomatique sul rapporto tra stadi e potere.

Bisogna ricordare che, volendo “internazionalizzare” la causa algerina, i partigiani dell’indipendenza algerina scelsero uno slogan in inglese: “We want to be free” che, contratto, divenne “Want to free, Viva l’Algerie”; ripreso poi a metà degli anni Settanta – il 3 maggio 1974 – dai i supporters algerini di Orano che affrontano lo Sheffield United, trasformando lo slogan in quello che diverrà l’espressione più inflazionata per descrivere il proprio attaccamento alla patria: “one, two, three, via l’Algerie!”

La CAN, grazie alla creatività del tifo algerino, ha fatto da cassa di risonanza all’Hirak in tutta l’Africa e il “Medio-Oriente”, e la conquista della finale – dopo la vittoria per 2-1 sulla Nigeria, il 14 luglio – è stata salutata con scene di giubilo dalla Palestina (la cui bandiera è presente nelle mobilitazione di piazza come allo stadio) ai campi profughi saharawi, fino alla fraternizzazione al confine algerino-marocchino.

La vittoria dei “fennecs” è stata visto come un simbolo di riscatto di un popolo in lotta dal 22 febbraio e che non sembra intenzionato a fermarsi, nonostante l’impasse politico evidente che ha portato la situazione attuale fuori dalla cornice istituzionale.

È scaduto il 9 luglio il mandato del presidente ad interim e le elezioni presidenziali previste per il 4 sono state rimandate sine die

Una disegno geniale del celebre vignettista algerino Dilem mostra un mare di folla punteggiato da bandiere nazionali algerine sulle due sponde del Mediterraneo, con una Tour Eiffel che esprime un: “?” proprio nel giorno della festa nazionale francese, mentre la didascalia recita: “la vittoria dell’equipe nazionale celebrata su tutto il territorio algerino”, facendo così diventare l’Esagono un territorio algerino “d’oltremare”.

E difatti dall’immaginario francese riemergono fantasmi preoccupati rivedendo la bandiera algerina che sventola nell’Esagono, con le folle che conquistano le strade e le piazze sventolandola da Parigi a Marsiglia, nonostante un apparato poliziesco (circa trecento i fermi sono stati effettuati per i festeggiamenti) all’apogeo della sua torsione autoritaria.

Le reazioni – soprattutto nel campo del Rassemblement Nationale (ex-FN) – sembrano voler confermare il giudizio di quello storico che afferma che la guerra tra Francia ed Algeria non sembra mai conclusa; ma bisogna ricordare che sin dall’inizio Macron stesso era stato bersaglio delle critiche dell’Hirak, visto che alcune sue affermazioni erano giustamente apparse al popolo algerino come insopportabili ingerenze coloniali. In questo mai sopito conflitto – probabilmente anche a causa dell’atteggiamento stizzito da parte di alcuni francesi davanti ai festeggiamenti algerini – l’Organizzazione dei anziani combattenti della lotta di liberazione (OAM) è tornata a “chiedere il conto alla Francia”, ricordando i danni irreparabili della colonizzazione e le sofferenze subite.

Ciliegina sulla torta, i giocatori della nazionale – di cui molti bi-nazionali che giocano nei maggiori club internazionali – hanno girato un video dopo la qualificazione cantando un altro inno dell’Hirak, La Liberté del rapper Soolking, con una t-shirt che è lo slogan del movimento: “Ytnahaw ga3”, cioè “Che se ne vadano tutti”…

L’allenatore della nazionale Djamel Belmadi è forse l’unica “B” amata dagli algerini, mentre le altre B – oltre quella dell’ottuagenario ex-presidente Bouteflika, che prima ha rinunciato al quinto mandato e poi si è dimesso – ovvero Bedoui (attuale capo del governo provvisorio) e Bensalah (presidente ad interim) sono al centro dell’odio popolare come esponenti del sistema che ha governato il Paese dal ’99.

Vale la pena ricordare che il primo successo della strategia “dègagista” del popolo è stato ottenuto proprio contro Rabah Madjer (famoso come “tacco di dio” per un suo gol ai  mondiali), designato dalla “Issaba”, ovvero la gang al potere, alla testa dell’equipe nazionale, essendo la sua appartenenza alla cerchia di Bouteflika la sua unica credenziale dopo la sua pessima carriera d’allenatore.

Così i primi “vattene” saranno urlati contro di lui dall’ottobre del 2017 al giugno del 2018, tanto che il presidente della Federazione Khereddine Zetchi sarà costretto a “farlo fuori” a furor di popolo.

Oggi più che mai, sia in Algeria che in Francia, è valido il coro “ultima verba” cantato dai tifosi dell’USMA contro il proprio proprietario e presidente, l’ex-presidente della Confindustria algerina e fedelissimo di Bouteflika, ora caduto in disgrazia dopo tra l’altro essere stato al centro di uno scandalo per corruzione per la costruzione dell’autostrada che attraversa il paese da est ad ovest.

“Il tempo ci appartiene. Lo stato cadrà insieme a coloro che hanno costruito l’autostrada”.

Era qualche giorno prima dell’inizio dell’Hirak.

E il tempo ri-appartiene agli algerini e alla passione totale per il calcio.

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