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Lost in Brexit

Boris Johnson, il primo ministro britannico, ha un piano. Di corto respiro e solo per sé, certo, ma come ogni altro decision maker occidentale di questo annus orribilis in decade malefica.

I suoi punti saldi sono: sapere che l’UE non accetterà una ipotesi d’accordo così come fin d’ora formulata e difesa da lui, e che il Consiglio della UE del 17-18 ottobre semplicemente ribadirà questo; le uniche possibilità per continuare la sua carriera politica sono dopo un ipotetico “no deal” brexit, andare ad elezioni anticipate cercando di capitalizzare la narrazione di più coerente attore del Leave e del mandato popolare espresso nel 2016, anche contro una parte del suo partito e contro una UE che avrebbe voluto dettarne le condizioni.

Schivare come la peste – da buon uomo dell’establishment – la possibilità che Jeremy Corbyn ed il Partito Laburista, vadano al governo (fosse anche come leader di un esecutivo di transizione dopo la sfiducia parlamentare al Primo Ministro attuale o di un futuro governo).

Per chi ha seguito le trattative con la UE è chiaro che margini di manovra non ce ne sono – il Backstop era “lettera morta” per entrambi i concorrenti conservatori alla carica di Primo Ministro: Hunt e Johnson, mentre tranne teoriche aperture da parte della Germania il fronte dei Paesi UE era compatto nel “rifiuto” di una ipotesi d’accordo che non lo includesse da tempo – la proposte di Brexit precedentemente formulata è stata bocciata tra l’altro per tre volte dal parlamento ed ha portato alle dimissioni dell’ex Primo Ministro, Theresa May.

Il mantenimento dell’Unione Doganale, con il backstop per salvaguardare il confine tra le “due Irlande”, è visto dagli inglesi come “un trappolone” per tenere la Gran Bretagna dentro la gabbia europea.

Mentre il Leave aveva ricevuto un quasi 52 per cento, le elezioni dell’anno successivo hanno portato nelle due camere deputati che per circa tre quarti avevano fatto campagna per il Remain, quindi si trattava di una difficile equazione politica sin dall’inizio.

Il penultimo passaggio prima della fase attuale aveva fatto apparire chiaro un dato: la Brexit non solo aveva “ripoliticizzato” il dibattito tra ampli strati delle classi popolari, ma aveva assunto valore dirimente – la madre di tutte le questioni, potremmo dire – in grado di scompaginare e poi “sfarinare” la rappresentanza politica britannica, suonando la campana a morte per il secolare bipartitismo che l’aveva caratterizzata.

Il Brexit Party, fondato alcune settimane prima delle elezioni europee per “capitalizzare” la disapprovazione nella condotta della Brexit, otteneva oltre il 30 per cento, mentre la somma dei due partiti che alle legislative aveva totalizzato circa l’80 per cento dei consensi ne otteneva sotto il 25 per cento.

Si capisce che l’iperbole decisionista con una forte impronta personale data alla gestione Johnson sia dovuta a capitalizzare quel trend a costo di far saltare equilibri interni ai Tories – già usciti con le osse rotte dalla gestione della Brexit (le parabole di Cameron e May insegnano qualcosa) -, rompere consuetudini radicate (la sospensione di Johnson del Parlamento è la più lunga di quelle decise dalla fine della Seconda Guerra Mondiale secondo “The Guardian”), in una situazione inedita, considerato che è la più lunga sessione parlamentare da 400 anni a questa parte – 337 giorni – nella storia della Gran Bretagna.

Sta di fatto che Johnson, aveva già dichiarato – poi rettificando – che avrebbe potuto ricorrere alla sospensione, ed ora l’ha fatto per sterilizzare l’ipotesi che una fronda trasversale si coalizzasse attorno al capo dell’opposizione, e quando questa ipotesi si stava concretizzando l’ha messa in atto, con l’avallo della Regina,

Anche se la timidissima fronda non aveva scelto in quel momento la strada di un possibile voto di sfiducia a Johnson – che avrebbe portato Corbyn ad essere il PM transitorio per andare ad elezioni anticipate – ma aveva optato per un “piano b”. Il che la dice lunga sulla possibile efficacia di una azione solamente parlamentare, con forze che temono una hard brexit quanto la leadership di Corbyn – come i Lib Lab e i conservatori ostili a Johnson.

Che sia per abitudine, o calcolo politico, mentre BJ si gioca “il tutto per tutto”, chi gli si oppone non ha forse ancora capito che alcuni strappi, ed accelerazioni sono inevitabili, in questo caso, come segnalano alcune puntuali analisi e proposte della sinistra radicale – apparse sul quotidiano comunista “Daily Mirror” – che punta sulle mobilitazioni popolari ed ad uno sciopero generale, per non esaurire l’opposizione tra le stanze del Parlamento e dentro un ceto politico non rappresentativo.

L’ordinaria amministrazione, contro uno che gioca “no rules”, non può che essere un arma spuntata.

Ma l’uno-due del Primo Ministro, che non ha i numeri per una hard brexit, ha in parte depotenziato questa ipotesi, almeno che non venga accolta la richiesta di un voto d’urgenza la prossima settimana, prima della sospensione per 5 settimane, con una sfiducia che farebbe comunque vedere in Johnson il paladino della “Global Britain”.

Stanno “fioccando” i ricorsi giudiziari, le defezioni importanti in casa Tories (la leader dei conservatori scozzesi Ruth Davidson, George Young – ex coordinatore del governo alla Camera dei Lords – ed altri che avevano avuto incarichi importanti), una petizione online contro la sospensione già da ieri mattina aveva superato un milione e trecentomila firme raccolte contro questo “oltraggio costituzionale” – come l’ha definito John Bercow, tory e presidente della Camera dei Comuni – e ci sono state mobilitazioni di piazza, che sabato dovrebbero avere il loro primo momento realmente di massa.

La Gran Bretagna è un Paese dal futuro incerto, da un lato è una campionessa dell’atlantismo che la Brexit potrebbe rinfocolare, dall’altra è il paese con maggiori e rilevanti investimenti cinesi, che sogna quindi di divenire finalizzando la creazione in corso di un ecosistema finanziario anglo-cinese la maggiore piazza finanziaria Occidentale per la Cina.

Allo stesso tempo, l’opposizione laburista e le sue proposte in politica estera – oltre a quelle sociali – è fumo negli occhi per Trump che ha tra I suoi maggiori alleati Israele e Arabia Saudita. È chiaro che quindi la partita che si gioca, ed i suoi esiti successivi, sono piuttosto importanti, alla luce delle turbolenze del mondo multipolare, della crisi che attraversa il “Vecchio Continente” e della possibilità che un Leave che avrebbe anche potuto comportare un avanzamento politico-sociale.

Una “progressive Brexit”, secondo lo spirito che ha animato la scelta di ampi strati della working class, può invece  risolversi nel suo esatto contrario, cioè in una exit strategy ancora più liberista ed in balia dei giochi politici di Orange Man.

Una cosa è certa, si è aperto – per certi versi riaperto – il vaso di Pandora e anche gli equilibri raggiunti dopo gli accordi del “Venerdì Santo” per ciò che riguarda il Nord Irlanda, e la situazione in Scozia dopo il referendum sull’indipendenza del 2014. rischiano nella sostanza si saltare. Per parafrasare la famosa serie televisiva Dark, l’importante “non è in quale epoca, ma in quale mondo”.

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