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Geopolitica della crisi iraniana

Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, non c’è stata alcuna precipitazione bellica tra Stati Uniti ed Iran.

Questo però non significa che non siano in parte cambiati gli equilibri regionali, né che non siano state infrante prassi consolidate nelle relazioni internazionali, foriere di ulteriori sviluppi.

È un fatto che gli USA con questa amministrazione abbiano ampliato la gamma di possibilità dell’omicidio mirato, includendo ora anche ad esponenti di altissimo livello di Stati con cui formalmente non è in guerra.

Trump si è spinto oltre Bush Junior ed Obama acconsentendo all’omicidio del secondo uomo più importante della politica iraniana, dopo la guida suprema Khamenei, senza che tale scelta venisse apertamente condannata né dalle cancellerie occidentali (al massimo si sono distanziate), né dall’establishment democratico statunitense, per una questione più di forma che di sostanza.

Fanno riflettere le parole di James P. Rubin, consigliere strategico di Washington ed ex segretario di Stato aggiunto di Bill Clinton: «il suo assassinio è indubbiamente giustificato. La domanda è se sia saggio». Questioni di “tattica”, non di princìpi regolatori delle relazioni tra Stati…

Il secondo avvenimento, senz’altro di minore importanza, ma altrettanto significativo, sia in sé sia per la mancanza di una reazione adeguata da parte della comunità internazionale, è la mancata concessione del visto da parte degli USA al ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, impossibilitato a recarsi ad una sessione delle Nazioni Unite – che ha sede a New York – questo giovedì. Come se l’Onu fosse un qualsiasi club, casualmente in territorio statunitense, di cui il governo Usa può decidere i membri effettivi.

Due “fatti compiuti” che pesano come macigni nelle relazioni internazionali a venire.

Riprendiamo le affermazioni di J. P. Rubin, in uno suo recente intervento, perché sottolineano come il Deep State sia tutto meno che inconsapevole della fase che attraversano gli Stati Uniti.

A differenza delle due Guerre del Golfo precedenti – quella ad inizio anni Novanta e quella del 2003 – il consulente di “Politico” sottolinea che «questa volta sono gli americani che si trovano isolati sulla scena internazionale, e non i loro avversari».

La situazione di oggettivo isolamento, l’impreciso obiettivo militare e l’assenza di una strategia diplomatica sconsiglierebbero, a suo avviso, l’escalation militare statunitense.

Per Rubin, gli USA dovrebbero invece adottare una politica di contenimento efficace per impedire l’egemonia iraniana nella regione, ed allo stesso tempo tornare al tavolo delle trattative con l’Iran per un possibile altro accordo.

Gli Stati Uniti, a parte Israele e Arabia Saudita, sono isolati e quindi le proprie gesta belliche non sviluppano un migliore rapporto di forza politica.

Il Major General britannico Johnathan Shaw, che nel 2007 era a Bassora, nel sud iracheno, al comando delle truppe di sua maestà, in un suo intervento su The Indipendent mette in evidenza tre aspetti rilevanti: l’uso dell’azione militare per fini politici da parte dell’Iran, il profilo che potrà avere la risposta della Repubblica Islamica ed il ruolo che sta assumendo nell’attuale configurazione mondiale in mutamento.

Partiamo da quest’ultima. Shaw afferma che: «L’Iran è geograficamente un attore-chiave del cambiamento di questo secolo nel suo spostamento di centro dall’Atlantico all’Eurasia, ben saldo nella visione di Russia e Cina».

Una posizione strategica la cui  valenza è rinforzata dallo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 30% di tutto il petrolio mondiale. Un choke point vitale quindi per l’economia mondiale, una strozzatura strategica di cui anche Teheran è ben consapevole.

Come affermano Abdolrasool Divsallar e Nicola Pedde, in Hormuz e i mari contesi, sul numero estivo di Limes dedicato al controllo dei mari: «lo stretto di Hormuz, tuttavia, non è solo uno snodo cruciale dei flussi energetici. È anche un elemento strategico della politica di sicurezza iraniana. Teheran non ha mai esitato a usare Hormuz come strumento geopolitico per fare pressione sugli Stati Uniti affinché recedessero dalle loro politiche».

L’Iran sta divenendo quindi il perno dell’architrave di sicurezza della partnership strategica russo-cinese, anche in virtù del suo ruolo svolto come capo-fila della mezza-luna sciita, un arcipelago con centro a Teheran che va dall’Asia, passa per il Medio-Oriente e giunge fino alla Penisola Arabica, e che ha svolto un ruolo fondamentale nella sconfitta sul campo del jihadismo in Iraq, Siria e Libano.

La strategia iraniana, di cui il generale ucciso era uno dei più alti esponenti, consiste in un uso proporzionato della forza per fini politici, in cui “il politico” prevale su “il militare” e l’azione bellica è un modo per ottenere rapporti di forza più vantaggiosi, senza dare possibilità di ulteriori escalation.

In questo contesto, il generale Shaw ha ragione quando afferma che la reazione iraniana sarà: «una guerra ibrida per portare “la morte con un centinaio di tagli”».

Una rielaborazione per così dire della tattica delle mille punture d’insetto in grado di stroncare un elefante, come sa anche il pachiderma statunitense.

Intanto l’Iran ha piegato favorevolmente a sé la situazione principalmente per tre motivi.

Primo: ha ricompattato il “fronte interno”, come hanno osservato anche numerosi commentatori internazionali nei reportage sui funerali del generale – da Il Sole 24-Ore a Le Monde a The Guardian.

In questo senso è stata per ora disinnescata una delle maggiori armi della politica di “massima pressione” esercitata da Washington con le sanzioni, intervenute a più riprese dopo l’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, nel maggio del 2018: ossia l’instabilità politica interna a causa dello strangolamento economico della Repubblica Islamica.

Teheran sa di dovere recuperare su questo fronte, tenendo conto che non si dà operazione di regime change se non innestandosi sulle contraddizioni sociali di un sistema-Paese, e non quindi come mera operazione di forza. Vista l’incapacità del Vecchio Continente di essere coerente con i propri impegni, la partnership sempre più stretta con Russia e Cina è una strada obbligata per togliere terreno da sotto i piedi ad una ipotesi di “rivoluzione colorata”.

Secondo: si sta configurando un rapporto inedito con l’Iraq, dove la presenza straniera è sempre più osteggiata, ed è stato in parte recuperato con il martirio dei due esponenti iraniani, che dà una nuova legittimità agli occhi di una popolazione poco incline a cedere la propria sovranità ad una forza come quella statunitense, percepita come occupante.

Un rapporto più organico tra i due “giganti” dell’area è visto come il fumo negli occhi da Washington, specie se questo fosse – insieme alla Siria – quel cuneo in grado di scombinare i progetti di USA e alleati nell’area, in grado di dare una “nuova” prospettiva strategica alla lotta palestinese e ai ribelli yemeniti.

Un incubo “strategico”, per gli USA, che si risolverebbe in un esempio magistrale di eterogenesi dei fini.

Certamente la presenza o meno di truppe straniere, in Iraq ed in tutto il Medio Oriente, tornerà ad essere una delle “contraddizioni principali” nell’area, in parte riassorbendo quelle criticità espresse nel corso di questi mesi tra popolo e “regimi”.

Terzo: L’Iran sta “riallineando” intorno a sé tutti gli attori dell’arcipelago sciita ed in generale del mondo arabo che desiderano avere una politica di resistenza e non di resa nei confronti di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. La presenza del leader di Hamas a Teheran per le esequie del martire iraniano è un fatto politico che va ben compreso nel suo significato “non rituale”.

Dal canto suo Trump e gli Usa, oltre a ciò che abbiamo citato all’inizio, hanno realizzato altri obiettivi.

Le promesse elettorali di Trump di sganciarsi dalle “endless war” sono state fino ad ora abbondantemente disattese se è vero che – come rilevato da Foreign Affairs a dicembre – il livello numerico delle truppe americane all’estero è rimasto lo stesso dalla fine della Presidenza Obama.

Trump è riuscito ad “azzerare” la discussione sull’impeachement, che doveva dominare il panorama politico statunitense ad inizio gennaio e influenzare la campagna elettorale in vista delle presidenziali di novembre.

A fini elettorali Orange Man può vantare due “scalpi” in grado di consolidare il suo consenso – oltre all’omicidio dei due militari sciiti ad inizio gennaio – come quello di Abou Bakr Al-Baghdadi, il 26 ottobre dell’anno scorso: il suo appeal infatti rimane invariato e si attesta al 45%, con uno “zoccolo duro” che stravede ancora per lui.

D’altro canto, anche il tema della guerra caratterizzerà le primarie democratiche, di fatto polarizzandole, a cominciare dall’importante dibattito a Des Moines, nello Iowa, il 14 gennaio.

Sanders è uno dei pochi  ad avere preso posizione netta contro la guerra in Iran, ed il movimento contro la guerra sembra avere ripreso timidamente a fare i primi passi.

Ma non sappiamo se possa scattare quel meccanismo evidenziato dal capo della redazione internazionale di Le Monde, Alain Salles, per cui si avvantaggerà: «chi può affrontare una crisi internazionale maggiore. Se questa sfida monta, questo favorirà piuttosto dei profili giudicati esperti e rassicuranti come Joe Biden».

Sarebbe una manna dal cielo per l’establishment democratico quindi…

Un’era di incertezza complessiva, quindi, se il Centro Studi Strategici di Washington ha definito la politica estera americana “Era of Frenemy”, una crasi tra friend ed enemy che sa di paradosso; ed in cui la coppia amico-nemico è sempre mutevole, ma che marca bene questo periodo, dove l’unica sicurezza è la fine dell’egemonia americana sul globo.

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