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Patto di stabilità “in sonno”, ma potrà mai resuscitare?

I “passi storici” sono quasi sempre involontari. E non poteva avvenire diversamente per l’accantonamento del “patto di stabilità” interno all’Unione Europea, vero architrave di politiche di austerità che hanno massacrato le economie continentali più deboli da un ventennio a questa parte.

Ieri il presidente della Commissione UE (il “governo” europeo, figurativamente) ha attivato la clausola di sospensione prevista dai trattati per le crisi eccezionali. Lo scopo dichiarato è quello più ovvio: “Oggi attiviamo la clausola per allentare le regole di bilancio, consentendo ai governi di pompare euro nell’economia”.

Con tutte le economie continentali che si vanno fermando, comprese quelle francese e tedesca, non c’è altro modo di tenere in piedi la baracca se non quello classico: finanziare in deficit – “stampando moneta” – qualsiasi misura sia ritenuta necessaria a contrastare sia l’epidemia da coronavirus che le sue conseguenze economiche (reddito per i cittadini, aiuti alle imprese, interventi diretti nella produzione, ecc). Spiegateglielo a Floris (La7), che chiede sempre “dove si prendono i soldi” quando c’è da finanziare la spesa sociale…

Fin qui tutto bene, non potevano fare altro. Ma va intanto detto che questo avviene con un “tana libera tutti”, una cancellazione delle regole, non con uno sforzo di gestione comune della crisi. L’Unione Europea, quando deve affrontare una crisi, non c’è, non sa che fare, non è fatta per questo…

I problemi nascono comunque subito dopo. E sul “dopo”.

La prima domanda è infatti chiara: “chi pagherà il nuovo debito prodotto dallo ‘tsunami coronavirus’ per evitare che si trasformi in tagli draconiani da fare in futuro?”. A regole europee attuali, per quanto sospese temporaneamente, la marea di debito che verrà acceso d’ora in poi dovrà essere ripagato secondo quanto stabilito dai trattati europei.

La dimensione sarà ovunque gigantesca – solo l’Italia produceva un Pil mensile di circa 5 miliardi, oggi forse quasi dimezzato – e qualsiasi “piano di rientro” da quelle vette richiederebbe “sacrifici” che nessun paese potrebbe seriamente sostenere senza tornare ai livelli del dopoguerra. Specie quelli che partono da un debito pubblico già alto e che hanno già ridotto le spese sociali al di sotto dei livelli minimi di funzionamento (es: la sanità pubblica italiana).

Il comunicato con cui la Commissione ha reso nota la decisione è sul punto decisamente inquietante: “La clausola di salvaguardia non sospende le procedure del Patto di Stabilità e crescita. Permette alla Commissione e al Consiglio di adottare le necessarie misure di coordinamento nella cornice del Patto, pur deviando dalle regole.

Tradotto: facciamo pure scostamenti anche importanti dal “rigore”, ma ci torneremo appena possibile.

Del resto la clausola di sospensione. Per come è scritta nel trattato, è una bomba a tempo già dalla premessa: “In periodi di severa recessione per la zona euro o tutta l’Ue, gli Stati possono temporaneamente allontanarsi dall’aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine (OMT), posto che ciò non metta a rischio la sostenibilità di bilancio nel medio termine.

Insomma: nel breve termine, tutti liberi, poi facciamo i conti, però…

Ma la situazione, nella prospettiva di breve termine, è talmente grave che persino la von der Leyen – ex ministro della difesa e sicuramente orientata dai “falchi” in materia economica – è costretta ad ammettere che a Bruxelles si stanno valutando tutti gli strumenti possibili, persino i “coronabond” (copyright di Giuseppe Conte), ossia gli aborriti eurobond, sempre sdegnosamente rigettati da Germania, Olanda e altri austeri del “Grande Nord”.

Per i non addetti ai lavori, gli eurobond sarebbero (se dovessero essere inventati) dei normali titoli di Stato da collocare sul mercato, ma con la garanzia comunitaria di tutti i Paesi dell’eurozona. Sarebbe insomma quella “condivisione del debito” che solleverebbe parecchi Stati nazionali dall’obbligo di finanziarsi sempre autonomamente sul mercato a costi altissimi (in base allo spread e al rating individuale).

Dopo una crisi di queste dimensioni, nessuno Stato da solo – forse nemmeno la Germania – potrebbe realisticamente rimettersi sul terreno dell’austerità e del pareggio di bilancio nel mentre deve sostenere il rilancio dell’attività produttiva e un briciolo di sostentamento per larghe fette di popolazione.

Ma anche gli eurobond non basterebbero, perché a quel punto sarebbe tutta l’eurozona – e non soltanto i singoli Stati – ad esser ricattata dalla speculazione finanziaria, che vorrebbe e otterrebbe interessi altissimi.

A meno di non trasformare la Bce in una vera banca centrale “politicamente orientata”, abilitata a partecipare direttamente alle aste di eurobond, in modo da alzarne il prezzo e ridurne i rendimenti (la differenza tra il prezzo nominale, 100 euro, e quello battuto in asta, prevedibilmente molto inferiore). Come funzionava insomma la Banca d’Italia fino al 1981 e tutte quelle mondiali anche oggi, grosso modo.

Ma questa sarebbe una mezza rivoluzione, per una Unione Europea costruita su modalità praticamente opposte.

La previsione per il “dopo”, sic stantibus rebus, è dunque relativamente facile. O si va a un ridisegno radicale della UE, nella direzione di un vero “Stato confederale”, con debito, politiche fiscali ed industriali, ecc, comuni. Oppure ognuno si riprende il pallone e se ne torna a giocare per proprio conto, da solo o a piccoli gruppi, cercando e trovando i partner più interessanti (con la Cina dietro l’angolo).

E’ in fondo la fine che potrebbe fare persino il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) che stava per essere firmato il 16 marzo (lunedì scorso; un’epoca fa, ormai…), poi sparito dall’ordine del giorno.

Italia e Francia stanno chiedendo di usare le attuali risorse del Mes, 410 miliardi cash, senza le condizionalità previste (e che si voleva rendere più stringenti ed automatiche). Ossia senza riesumare la troika per imporre tagli di spesa.

In pratica, però, questo significherebbe che ogni paese si va a riprendere la sua quota (per l’Italia circa 70 miliardi) per spenderla come meglio crede. Ciao Mes, ci vediamo nella prossima era…

L’opposizione tedesca a queste trasformazioni “necessarie” è nota, ostentata, storica, feroce. In fondo da questa architettura hanno tratto beneficio soprattutto loro. Come dichiarava solo qualche settimana fa Isabel Schnabel, membro tedesco nel board della Bce: “Negli ultimi dieci anni in nessun’altra grande nazione industrializzata la crescita del reddito reale pro capite è stata più forte che in Germania. Ogni tedesco ha in media 6mila euro in più in tasca rispetto a dieci anni fa. In Italia il reddito medio pro capite è rimasto sostanziamente piatto nello stesso periodo. La disoccupazione tedesca è scesa al livello più basso dalla riunificazione”.

Dimenticava di citare gli effetti sui bund tedeschi, offerti ormai a tassi negativi (tradotto: lo Stato tedesco ci guadagna, invece di pagare gli interessi) , che hanno permesso – insieme ai benefici per l’export di un euro “condiviso”, anziché di un marco “forte” – di portare il debito pubblico vicino al 60% del Pil, come previsto dal trattato di Maastricht.

Ma è proprio qui, e in questa situazione, che gli analisti più attenti infilano il paletto di frassino nel cuore del vampiro: “i leader tedeschi, sia quelli politici che monetari [Merkel e Weidmann, ndr], dovrebbero semplicemente ricordarsi degli enormi benefici dell’euro per a Germania. Questi vantaggi potranno esser mantenuti soltanto a patto di attuare difese comuni nelle crisi. In caso contrario, i singoli Paesi avranno all’interno una forte pressione politica (e si potrebbe dire persino la convenienza) a sganciarsi dalla moneta unica”.

Francesco Ninfole, su Milano Finanza, smonta così – con una parentesi – decenni di talk show dominati dai Cottarelli, i Giannini, ecc (“fuori dell’euro sarebbe un disastro!”). Così come la sospensione del patto di stabilità smonta – temporaneamente, ma per quanto? – il pilastro regolamentare che ha sostenuto l’euro.

L’indicibile non solo viene ora detto, ma viene anche fatto. Se l’architettura dellla gabbia europea reggerà oppure no, lo vedremo molto rapidamente. Questione di settimane, se non di giorni…

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