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Tra Covid e incendi, la California dell’hi-tech è in ginocchio

Come riportato da The Intercept, nella contea di Sonoma, nel Nord della California, nonostante gli incendi boschivi, ci sono numerose persone che continuano a lavorare nelle zone considerate da evacuare. Il contesto è quello della Wine Country, regione che occupa un ruolo strategico nella produzione globale di vino, di cui gli Stati Uniti sono ormai il quarto produttore al mondo con quasi tre milioni e mezzo di tonnellate l’anno.

Al tempo stesso, il caldo torrido e la devastazione ambientale hanno creato un problema endemico nello Stato. Gli incendi, infatti, sono stati talmente devastanti ultimamente da provocare nubi che hanno offuscato il Sole tanto da far diventare il cielo di San Francisco arancione, dando alla città un’impressione quasi spettrale, da film horror. .

A quanto pare, nonostante la gravità della situazione, che fa entrare in contraddizione l’immagine di una California hi-tech all’avanguardia con quella di uno Stato che trascura completamente le proprie risorse naturali, è ancora possibile accedere alle aree in cui si stanno verificando questi tipi di disastri. CalFire, ovvero il Dipartimento della California per la protezione delle foreste, permette, ad esempio, di poter verificare le condizioni di un sistema irrigatorio o anche di raccogliere l’uva.

Quest’ultima concessione fu fatta grazie alle pressioni di gruppi di viticoltori quali il Farm Bureau and Sonoma Winegrowers, in contatto costante con polizia e assessori locali e senza entrare in contraddizione con la prima legge federale della storia degli Stati Uniti a tutela dei lavoratori in condizioni di caldo estremo, emessa dalla California già due anni fa.

Secondo questa, infatti, ben prima che si scatenasse il coronavirus, il lavoro da vendemmiatore prevedeva che si indossasse la mascherina N95 una volta che fosse stata registrata una quantità di aria tossica tale da superare l’indice AQI di 151, stabilito dai parametri dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale), in zone da evacuare.

Nonostante le pressioni di attivisti e organizzazioni sindacali ad abbassare il livello minimo per costringere le imprese a consegnare le mascherine ai propri dipendenti, il governo federale ha usato le parole d’ordine del capitale per giustificare la propria opposizione, parlando di “costi troppo elevati per le imprese”. Tuttora, i vendemmiatori hanno più probabilità di ricevere mascherine da organizzazioni no-profit che dai viticoltori.

A seguito poi del crollo dell’economia californiana a seguito del coronavirus, che ha fatto balzare la disoccupazione a 16,3% a fine giugno, molti disoccupati si sono riversati nei campi, sia perché la vendemmia è considerata un servizio essenziale, ma anche a causa della maggiore produttività avuta quest’anno rispetto al 2019.

Tutto ciò ha aumentato enormemente i casi di Covid nella contea, abitata da mezzo milione di persone, di cui il 25% sono immigrati, ma che rappresentano da soli la metà dei contagi. Tanti di questi operai si rifiutano di indossare mascherine di tipo N95 per via del caldo troppo soffocante, preferendo quelle di stoffa o addirittura non mettendole in generale, acutizzando così problemi respiratori indotti dai fumi degli incendi.

Tutte queste contraddizioni finiscono per pesare brutalmente sulle spalle dei lavoratori addetti alla vendemmia. Questi, infatti, sono tutti immigrati irregolari, di origine indigena della parte meridionale del Messico, senza nessuna possibilità di accedere a sussidi economici e abitativi. “Lavoriamo quando piove, lavoriamo quando c’è il fuoco, lavoriamo in ogni condizione. Non ci sono risorse su cui possiamo contare quindi non ci resta che lavorare”, afferma Gervacio Peña Lopez, operaio mixteco del gruppo di lavoratori Movimiento Cultural de la Union Indigena.

La politica finisce per essere totalmente incapace di portare dalla propria questi lavoratori semi-schiavizzati. Essi sono abituati a rifiutare anche i sostegni necessari minimi, come i sussidi scolastici per i propri figli, per paura di essere rintracciati e deportati. Al contrario, il Movimento Cultural de la Union Indigena ha cominciato a mettere su accampamenti per mettere al sicuro la propria comunità in caso di incendi, mostrando la propria sfiducia nei confronti dei propri datori di lavoro, i quali, dopo aver promesso un rifugio sicuro durante l’ultimo disastro dell’anno scorso, li rimandarono a lavorare una settimana dopo che l’incendio era scoppiato e non era ancora stato completamente domato.

Ha creato inoltre una rete di traduttori da diverse lingue indigene messicane, non essendo lo spagnolo la lingua madre degli operai, e un fondo per permettere agli immigrati indigeni di mantenere viva la propria cultura, sostenendo, ad esempio, la medicina tradizionale. “Vi abbiamo dato frutta e verdura a buon prezzo”, afferma Peña Lopez, “ma nel momento in cui abbiamo bisogno di risorse per sopravvivere a questo momento di crisi, nessuno ci supporta. Siamo semplicemente stati esclusi per troppo tempo. Per questo, come comunità Indigena stiamo lottando per il nostro popolo”.

Come qui in Italia ci dimostrano le lotte dei braccianti e degli operai dell’ILVA, il ricatto salute-lavoro va ad intersecarsi con la questione razziale/coloniale, ponendo così le basi per un nuovo movimento operaio e popolare.

Da questo punto di vista, è quindi fondamentale analizzare ciò che avviene negli Stati Uniti, del cui contesto di probabile guerra civile, con un susseguirsi di violenze nei confronti degli afro-americani, dei popoli nativi americani e latino-americani, bisogna studiare le forme di organizzazione che si danno i ceti subalterni, sia per affrontare la neo-schiavizzazione imposta dal tardo capitalismo in fase di crisi, sia per combattere lo sradicamento delle proprie culture e della propria terra, vessate già da secoli di colonialismo ed ora sottoposte a dura prova dalla devastazione ambientale imposta dal grande capitale.

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