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Francia. Le torsioni della giustizia francese sul caso Théo e le brutalità de “La Police

Dopo la conclusione delle indagini preliminari da parte del giudice istruttore, ieri (mercoledì 7 ottobre) l’ufficio del pubblico ministero di Bobigny è tornato ad esprimersi sul caso di Théo Luhaka, giovane nero ferito durante un controllo della polizia avvenuto il 2 febbraio 2017 ad Aulnay-sous-Bois (banlieue parigina nel dipartimento di Seine-Saint-Denis), per il quale quattro agenti di polizia sono stati accusati di violenza volontaria aggravata e uno di loro per stupro.

A seguito di questo controllo di polizia, dai modi particolarmente brutali e aggressivi, Théo è rimasto gravemente ferito alla zona anale ed oggi convive con un’invalidità permanente causata, secondo una perizia medica dell’agosto 2019, dalle lesioni riportate anche dalla cartella clinica del pronto soccorso dell’ospedale dove Théo fu portato quella sera dopo il suo arresto: in particolare, una ferita al canale anale di 10 centimetri di lunghezza.

Uno dei problemi dell’indagine è stato quello di determinare se l’agente di polizia avesse commesso o meno uno stupro, sodomizzando Théo con un manganello, oppure se si fosse trattato di un “colpo involontario”, come sostenuto dal poliziotto sotto accusa.

Ieri, il pubblico ministero ha chiesto il rinvio in corte d’assise per tre dei quattro poliziotti ritenuti responsabili delle violenze ai danni di Théo, chiedendo però una riqualificazione delle accuse. Il primo dovrà rispondere di “violenze volontarie con arma da parte di una persona depositaria dell’autorità pubblica con conseguente mutilazione o parziale invalidità permanente”. In tal modo, la qualifica di “stupro aggravato”, che gravava su questo funzionario di polizia, viene scartata sulla base della considerazione che “gli elementi costitutivi del reato di stupro non sono presenti”.

L’istruttoria non ha raccolto alcuna prova che possa qualificarsi come stupro e non c’è alcuna intenzione deliberata di commettere una penetrazione sessuale”, ha detto Fabienne Klein-Donati, pubblico ministero di Bobigny, confermando la stessa posizione dei primi giorni dell’indagine e a seguito dell’atto di accusa iniziale.

Inoltre, il pubblico ministero ha chiesto che gli altri due poliziotti compaiano in corte d’assise per “violenze volontarie in concorso di persone depositarie dell’autorità pubblica”, crimine di solito punibile in tribunale correzionale. Infine, ha domandato una sentenza di non luogo a procedere nei confronti del quarto agente di polizia. Una decisione, quest’ultima, contestata dal Comité Justice pour Théo che vorrebbe il rinvio in assise di tutti e quattro i poliziotti, “complici delle loro stesse barbarie”.

Il giudice istruttore ha ora tre mesi di tempo per decidere se ordinare o meno un processo, seguendo le richieste del pubblico ministero. L’avvocato di Théo, Antoine Vey, ha affermato che “è un sollievo vedere che, nonostante le numerose pressioni durante la procedura, il caso non è stato sepolto. Théo è stato il bersaglio, nei media, di numerosi attacchi da parte dei sindacati di polizia”. Inoltre, si augura che il giudice istruttore predisponga il processo così che “l’opinione pubblica potrà prendere atto del fatto che non c’era alcuna giustificazione per questo arresto e che in realtà si è trattato di un attacco estremamente violento e umiliante”.

Il pubblico ministero intende far valere una riconfigurazione delle accuse che rischia però di attenuare le responsabilità materiali degli agenti coinvolti e di far emergere una verità parziale sui fatti in questione. La richiesta di “verità e giustizia” per Théo diventa ora più che mai necessaria e fondamentale, di fronte alle torsioni della (in)giustizia francese.

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