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Bielorussia: la “Guajdò” dello Svisloč’ lancia l’ultimatum a Lukašenko

Gli ultimi avvenimenti nel settore sudorientale del cosiddetto “spazio post-sovietico” attorno alla Russia hanno messo un po’ in secondo piano il quadro bielorusso, nonostante i pruriti diplomatici occidentali sembrino muoversi ancora prevalentemente proprio attorno all’ “ultima dittatura d’Europa”.

L’ennesimo riaccendersi del conflitto azero-armeno attorno al Nagorno-Karabakh, con un cessate il fuoco annunciato per il 10 ottobre e durato poche ore e con i coinvolgimenti delle potenze circostanti, continua a catalizzare ogni attenzione.

Le proteste in Kirgizija, dopo il voto del 4 ottobre, che ha confermato il presidente Sooronbaj Žäänbekov, vanno calando di tono e l’ex presidente Almazbek Atambaev, liberato di prigione dai manifestanti nelle prime ore delle proteste, è già di nuovo in isolamento.

Pressoché nessun problema, per ora, per Èmomali Rakhmon, confermato domenica scorsa per la quinta volta alla presidenza del Tadžikistan con oltre il 90% e un’affluenza del 85% (il suo record è quello del 1999 col 97%) coi quattro “concorrenti” attestatisi tra il 3 e il 1,5%.

Gli esperti sottolineano l’assenza nel paese di ogni contesa politica, limitata casomai alle battaglie interne al clan cui appartiene lo stesso Rakhmon; l’ultima pericolosa opposizione, quella del Partito della rinascita islamica, risale agli inizi degli anni ’90 e fu messa a tacere dopo una sanguinosa guerra civile contro gli islamisti.

Diversi interrogativi riguardano al momento la Moldavia: in vista delle presidenziali del 1 novembre, l’opposizione filo-UE, anche quella che chiede l’unione alla Romania, tanto per portarsi avanti col lavoro, già da ora parla di elezioni truccate: alla maniera bielorussa, insomma.

È del 13 ottobre l’“ultimatum popolare” lanciato dalla Guaidò bielorussa a Aleksandr Lukašenko perché “se ne vada entro il 25 ottobre”, liberi tutti gli “arrestati politici” e “cessi le violenze di strada”: in caso contrario si darà inizio a uno “sciopero generale nazionale”.

Tredici giorni: dieci giorni in più di quelli concessi nel febbraio 2019 dal “presidente a interim” venezuelano alle forze armate per passare dalla sua parte. La “democrazia” avanza sempre a colpi di ultimatum.

Svetlana Tikhanovskaja ha lanciato l’anatema dal suo “esilio” lituano, dove si trova insieme a parte dei membri del Consiglio di coordinamento, creato il 18 agosto. Un esilio, per la verità, come ha di nuovo ricordato Lukašenko, per il quale l’ex candidata presidenziale dovrebbe esser grata allo stesso bats’ka, che l’avrebbe così salvata dal diventare “la vittima sacrificale cui i suoi stessi sostenitori l’avevano condannata”.

Facemmo in tempo a trasferirla in Lituania su sua stessa richiesta. Insieme alle persone che lei aveva richiesto l’accompagnassero, la portammo sotto scorta in Lituania dai suoi bambini. E quando disse che non aveva soldi, ordinai che gli fossero dati 15.000 dollari dal bilancio”.

Da allora, attorno all’ennesima “martire della libertà”, si è creato un alone di riconoscimento internazionale, proprio come è stato a suo tempo per il Guaidò originale: una sorta di massimo esponente di un “governo in esilio”, costretto suo malgrado a sottrarsi alle forze del male. E così, giù incontri, sia “in presenza” che in “smart working” con Merkel, Macron, coi Ministri degli esteri di Slovacchia, Bulgaria, dal Canada, alla Polonia, all’Irlanda, per non parlare dell’italico duo macchiettistico che le ha reso omaggio qualche settimana fa a Vilnius.

L’ex deputato dell’URSS, del Soviet supremo lettone e poi della Duma russa, Viktor Alksnis, ricordava nei giorni scorsi come, all’epoca dei movimenti “indipendentistici” baltici, si fossero radunati a “Cracovia, alla residentura della CIA, i rappresentanti dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del ‘Rukh’ d’Ucraina, di Georgia e Moldavia, per discutere la creazione di una Confederazione Baltico-mar Nero, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA; lo scopo era quello di creare un cordone sanitario contro la Russia: un’idea che gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato. E ora ritengono di avere una possibilità unica, dato che la Bielorussia è l’unico ostacolo rimasto su tale percorso”.

Ma, mentre le manifestazioni a Minsk stanno assumendo le caratteristiche del majdan ucraino, con le forze di sicurezza che però rispondono in maniera “a tono”, qual è la situazione sociale bielorussa?

L’osservatore Sergej Artëmenko, su iarex.ru, traccia un quadro non troppo roseo dell’economia del paese, nonostante il Ministro dell’economia Aleksandr Červjakov pronostichi una crescita del 20% del PIL per il quinquennio 2021-2025, con un incremento dell’export di 50 miliardi di dollari e investimenti per 200 miliardi.

Vale a dire, nota Artëmenko, il Ministro pianifica una crescita che riporti l’economia al livello raggiunto prima che Lukašenko la riducesse al punto attuale, ad esempio con la storia del “petrolio alternativo”, importato da Norvegia, USA, Azerbajdžan, Arabia Saudita, invece che dalla Russia.

Un anno fa, bats’ka aveva promesso un aumento del PIL del 2,8%, con un +3,6% delle esportazioni, +2,6% di produttività e +2,4% di redditi reali: cifre irreali già al momento delle previsioni. Il 1 ottobre, il Primo ministro Roman Golovčenko, ha parlato di “crescita economica prevista nel prossimo anno al 101,8% e mantenimento del PIL di quest’anno al 100%”.

Ricordiamo, scrive Artëmenko, come nell’ultimo anno i “piani napoleonici” della leadership bielorussa si siano notevolmente ridotti: il piano era quello di raddoppiare il PIL, con un aumento a 100 miliardi $ nel 2025. Sembra però che le previsioni più realistiche non siano quelle di una crescita del 3% del PIL, pronosticata dal governo, bensì di una sua caduta di valore uguale e inverso.

Nel primo semestre di quest’anno, l’esportazione di prodotti petroliferi è diminuita del 38,5% rispetto al 2019, fermandosi a 3,78 milioni di tonnellate; in termini di valore, ciò ha significato un calo del 61,8%, a 1,2 miliardi di dollari. E nella guerra del petrolio scatenata a inizio anno da Riyadh contro Mosca a colpi di dumping, Minsk si è di fatto schierata con la prima, dimostrando così ancora una volta, come bats’ka tiri ora da una parte ora da un’altra lo “Stato unitario Russia-Bielorussia” e, alla fine, non è che ci guadagni.

Anzi, come nota ancora Artëmenko, a fare passi avanti è il nazionalismo anti-russo e, nonostante tutto, ricordando le ripetute giravolte di Lukašenko in persona, è difficile pensare che “la svolta verso occidente” sia opera esclusiva del Ministro degli esteri Vladimir Makej.

A dispetto delle sanzioni occidentali, Minsk continua infatti tuttora a negoziare con USA e UE, segno di un aspro conflitto interno tra settori concorrenti del capitalismo nazionale, che si orientano chi a est, chi a ovest. E anche se ora bats’ka parla sottovoce di “non permettere che ciarlatani stranieri” si approprino di aziende trainanti bielorusse, negli anni scorsi ha dato il proprio contributo alla privatizzazione di numerosi attivi statali da parte di cordate nazionali e straniere, pur senza scadere nella farwestizzazione che a suo tempo ha contrassegnato la Russia.

Sul piano politico internazionale, Minsk prosegue ad esempio sulla strada che la vede a fianco di Kiev nelle dispute “territoriali” con la Russia, come quella sulla Crimea; e anche le ultimissime battute, a suon di richiami di ambasciatori, con Polonia e Lituania (ma, “per solidarietà” con Varsavia e Vilnius, anche altre capitali europee hanno richiamato i propri ambasciatori dalla Bielorussia), assicura Minsk, sono dovute esclusivamente alla posizione da quelle assunta col non riconoscimento del voto del 9 agosto. Per il resto: è l’interesse che conta.

Significativo come, in risposta alle sanzioni anti-russe dell’Occidente, adottate nel 2014 dopo la riunificazione della Crimea, bats’ka non solo non si fosse unito a Mosca nelle contro-misure, ma avesse dato vita a una sorta di “offshore alimentare bielorusso”, aggravando i danni arrecati a Mosca, con l’introduzione di contrabbando in Russia di prodotti alimentari occidentali sotto embargo.

E così è stato, anche in varie occasioni, anche in passato, in occasione di conflitti con Georgia, Turchia, Ucraina, ecc.

Tra l’altro, Minsk continua ad essere membro del programma UE per lo spazio post-sovietico “Partenariato orientale”, insieme a Ucraina, Georgia, Azerbajdžan, Armenia, Moldavia. Da quasi tre decenni, il Ministero della difesa e il Ministero degli esteri continuano a sviluppare relazioni con la NATO, nel quadro del Consiglio di partenariato euro-atlantico, dei programmi “Partenariato per la pace”, “Scienza per la pace e la sicurezza”, “Programma di partenariato e cooperazione individuale”, “Processo di pianificazione e valutazione delle forze”. E non si fa mancare nemmeno le attenzioni di NED (National Endowment for Democracy) e USAID (United States Agency for International Development).

E si potrebbe continuare. Ma non vogliamo tediare ulteriormente i lettori.

In sintesi, se è ovviamente eccessivo precipitare bats’ka nel nono cerchio dantesco, tra i “traditori dei parenti”, sembra chiaro come il suo ormai perenne zigzagare tra est e ovest, nord e sud, non faccia altro che il gioco di chi aspetta solo il momento di completare l’accerchiamento della Russia, passando per Minsk.

Per il resto, le varie “guajdò” servono allo scopo di creare la giusta atmosfera interna, cui una discreta mano, come era stato a suo tempo per l’Ucraina di Viktor Janukovič, l’ha già data a modo suo lo stesso Aleksandr Grigor’evič Lukašenko.

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