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L’8 marzo si è svolta una oceanica manifestazione di donne nei pressi della capitale indiana, il più grande concentramento a livello mondiale per l’International Women’s day.

Circa 30 mila donne si sono concentrate lì dove, dal 26 novembre scorso, più di 200 mila contadini in lotta si sono accampati ai bordi di Nuova Delhi, su indicazione della direzione della coalizione di sindacati che guida la storica lotta contadina, la Kisan Morcha.

Per la precisione la marea femminile di donne con il capo coperto dal velo di colore giallo si è radunata vicino al sito di Bahadurgarh Chomwk, in prossimità del confine con Tikri, per chiedere il ritiro delle nuove leggi sull’agricoltura.

Molti gli interventi dal palco, tra cui quello della leader Harinder Bindu, del sindacato BKU, dell’autrice ed attivista femminista Navsharan Singh, dell’artista Maya Krishna Rao.

Questa lotta ha visto sin dall’inizio la partecipazione di massa ed un notevole protagonismo femminile, “sbriciolando” nei fatti le catene del patriarcato nelle parti dell’India rurale coinvolte in questa battaglia.

Questa giornata ha mostrato all’India e al mondo come le varie figure delle contadine (dalle piccole proprietarie di terra alle salariate agricole) stanno “guidando la lotta dalle prime file”, come ha affermato dal palco la Singh.

Come scrive Pritam Singh in un articolo pubblicato sulla rivista The Wire: “nessun movimento nella storia indiana – incluso il movimento per l’indipendenza dal dominio britannico – ha avuto questo grado di partecipazione femminile”.

Abbiamo avuto modo di trattare più volte di questa storica lotta – ha superato i 100 giorni –  in cui i contadini e le farmers si battono contro un pacchetto legislativo approvato lo scorso settembre in Parlamento, senza alcuna discussione, e che la Corte Suprema ha sospeso per 18 mesi all’inizio di quest’anno.

Queste tre leggi stravolgerebbero l’agricoltura indiana, ed avrebbero dunque notevoli conseguenze su tutta la popolazione del Paese asiatico, regalando il settore all’agro-business e smantellando di fatto la regia statale nell’intero settore.

Una scelta perfettamente in linea con la più generale politica di privatizzazione portata avanti da Modi, tesa ad avvantaggiare un centinaio di multimiliardari indiani ed il capitale multinazionale, in particolare anglo-americano.

In India, secondo ciò che riporta la sezione locale di Oxfam, circa ¾ delle donne lavorano in agricoltura, oltre a sobbarcarsi i lavori di riproduzione domestica, ma solo il 13% possiede la terra.

Questo in un contesto dove i contadini e le contadine sono per la maggioranza piccoli proprietari e proprietarie terriere, e godono di una condizione relativamente migliore negli Stati dell’Unione che sono i bastioni della protesta: Punjab, Haryana, Uttar Pradesh.

Nel nuovo anno hanno, i contadini hanno dato vita a tre momenti di lotta particolarmente significativi,  con l’invasione della Capitale il 26 gennaio, il blocco delle maggiori arterie stradali su tutto il territorio il 6 febbraio (chakka jam) ed infine quello delle linee ferroviarie il 26 dello scorso mese (rail roko).

Come ha scritto il “decano” dei giornalisti d’inchiesta indiani, nonché uno dei maggiori esperti dell’India P. Saintah: “È uno risultato stupefacente di questo governo, quello di aver unito un così ampio e variegato spettro di fasce sociali, anche quelle tradizionalmente antagoniste”.

Questa storica lotta ha incontrato una feroce repressione poliziesca, talvolta con l’attiva complicità dei giganti statunitensi delle reti informatiche, pronti ad assecondare le campagne d’odio promosse da un esecutivo dominato dal “braccio politico” (BJP), una formazione para-militare nazionalista indù (RSS) che affonda le sue radici storico-ideologiche nei movimenti nazi-fascisti sorti tra le due Guerre Mondiali del secolo scorso.

I contadini si preparano ad una estate di lotta, determinati a costringere il governo al ritiro puro e semplice delle leggi.

In questo contesto, il contributo ed i casi giudiziarie di due giovani attiviste poco più che ventenni hanno catalizzato l’attenzione. Si tratta di Disha Ravi e Nodeep Kaur, l’una attivista ambientalista, tra le fondatrici indiane di “Friday for Future” proveniente da una famiglia contadina; l’altra una attivista sindacale, incarcerate entrambe con accuse pesantissime e pretestuose per il loro sostegno alle lotte in india.

Sono molte le personalità indiane e non, di profilo internazionale. che stanno attivamente sostenendo la lotta e che hanno mostrato le profonde interconnessioni dei nodi strategici affrontate in questa epica battaglia che coniuga l’emancipazione di genere, di classe e di casta.

Prese di posizione a cui abbiamo dato spazio nel nostro giornale: da Arundathi Roy a Naomi Klein, passando per la ricercatrice Ravinder Kaur.

Nella sua prima dichiarazione dopo il suo rilascio, Disha Ravi ha detto esplicitamente che la lotta per:

la giustizia climatica riguarda l’uguaglianza intersezionale. Significa essere radicalmente inclusivi di tutti i raggruppamenti umani, affinché possano avere accesso ad aria pulita, cibo e acqua. Come dice sempre un mio amico, “la giustizia climatica non solo è per i ricchi e per i bianchi”. È una lotta a fianco di coloro che sono stati dispersi, i fiumi dei quali sono stati avvelenati, le loro terre rubate, che vedono le loro case spazzate ad ogni cambio di stagione, e quelli che combattono senza sosta per ciò che sono diritti umani basici. Combattiamo a fianco di coloro che sono stati attivamente ridotti al silenzio (…) e dipinti come ‘senza-voce’”.

Voci che il femminismo mainstrem, ed un ecologismo addomesticato alle esigenze di profitto capitalistico nella loro visione smaccatamente eurocentrica, si badano bene dal riprendere ed amplificare.

Qui abbiamo tradotto una intervista di The Caravan – una delle riviste di giornalismo d’inchiesta prese di mira da Modi – a Nodeep Kaur realizzata dopo il suo rilascio e pubblicata il 2 marzo.

Ci è sembrato utile per cercare di rendere comprensibile contro cosa stiano materialmente lottando le donne in India (specie se di una casta “inferiore”), e le condizioni di una classe operaia che si trova di fronte il combinato disposto della repressione statale e degli sgherri privati assoldati dai padroni nei distretti industriali.

Come ha scritto all’inizio della pandemia Roy, fotografando la gamma delle possibilità che ci pongono drammaticamente di fronte:

Le nostre menti stanno ancora correndo avanti e indietro, desiderando un ritorno alla “normalità”, cercando di ricucire il futuro al passato e rifiutando di accogliere la rottura. Ma la rottura esiste. E nel mezzo di questa terribile disperazione, ci offre la possibilità di ripensare alla macchina del destino che abbiamo costruito per noi stessi”.

Parole profetiche.

I contadini, ed i particolare le contadine e le attiviste, in India lo stanno facendo.

Buona Lettura.

*****

“Sono stata arrestata perché ho dato voce ad altre persone”, Nodeep Kaur

Mandeep Punia

Nodeep Kaur, un’attivista dalit1 di 23 anni, è stata rilasciata dalla prigione di Karnal ad Haryana il 26 febbraio. Nodeep, che lavora con Mazdoor Adhikar Sangathan, un’organizzazione per i diritti dei lavoratori, è stata arrestata il 12 gennaio dalla polizia di Sonipat. Quel giorno, due rapporti di polizia2 vengono registrati contro di lei alla stazione di polizia di Kundli, con una serie di reati, tra cui sedizione e tentato omicidio.

Per alcuni mesi prima del suo arresto, Nodeep e altri membri del MAS (Mazdoor Adhikar Sangathan, ndr.) avevano organizzato proteste nella zona industriale di Kundli per esortare i proprietari delle fabbriche a pagare ai lavoratori il salario dovuto. A fine dicembre, sulla base della denuncia di un dipendente di un’agenzia di sicurezza della zona, la polizia aveva registrato un FIR nei suoi confronti, accusandola di estorsione.

Dopo essere stata arrestata il 12 gennaio, sono emerse notizie secondo cui era stata picchiata e torturata durante la custodia, portando una significativa attenzione sui social media al suo caso e all’arresto del suo collega Shiv Kumar, un attivista dalit ipovedente. A metà febbraio, i tribunali distrettuali hanno concesso a Kaur la libertà su cauzione in due dei casi contro di lei. Quindi, l’Alta corte del Punjab e dell’Haryana ha preso atto della sua detenzione. Il tribunale le ha concesso la libertà su cauzione nel caso finale.

Mandeep Punia, un giornalista indipendente, ha incontrato Kaur il giorno dopo il suo rilascio. Hanno parlato del suo attivismo, del suo arresto e della violenza che ha subito durante la custodia. Il calvario che ha dovuto affrontare “solleva una grande perplessità su come la nostra polizia tratta le donne e le caste inferiori”, ha detto Kaur. “Se non viene intrapresa alcuna azione oggi, questo continuerà ad accadere a più donne”.

Mandeep Punia: Sei stato arrestato il 12 gennaio. Cos’è successo quel giorno? Puoi descrivere l’incidente che ha portato al tuo arresto?

Nodeep Kaur: Il 12 gennaio siamo andati nella zona industriale di Kundli, vicino al confine di Singhu, per aiutare i lavoratori, per chiedere i loro salari in sospeso. Ci sono andati molti lavoratori. Siamo andati in una fabbrica e il proprietario ci ha assicurato che avrebbe pagato il salario in sospeso entro un’ora. Un altro ha detto che avrebbe pagato entro sera. Quando andiamo in una fabbrica, stiamo seduti pacificamente fuori da quella fabbrica per trenta minuti e diciamo che i proprietari della fabbrica dovrebbero pagare il salario in sospeso dei lavoratori. Un proprietario della fabbrica ha chiuso la porta. La polizia è arrivata e ha iniziato a picchiare le donne. Un poliziotto mi ha messo una mano intorno al collo e ha cercato di trascinarmi fuori. Hanno anche sparato colpi in aria. Sono stata arrestata e portata a Sonipat. Poi sono stata picchiata a Sonipat e mandata alla prigione di Karnal.

MP: Come si è comportato la polizia nei tuoi confronti quando sei stata arrestata? La polizia ti ha picchiato nella cella?

NK: Sono stato picchiata continuamente dal momento in cui sono stata prelevata fino a quando sono stata mandata alla prigione di Karnal. Non c’era nessun agente di polizia donna presente quando sono stata prelevata. Sono arrivati ​​poliziotti uomini e mi hanno trascinata per i capelli fino al furgone della polizia. Hanno fermato il furgone della polizia in un luogo deserto fuori dal confine di Kundli e lì sono stata picchiata. Poi sono stata portata alla stazione di polizia di Kundli e di nuovo picchiata. Sono stata picchiata dal personale di polizia maschile e non dalle donne. Si sono seduti su di me e mi hanno picchiata. Poi hanno cercato di farmi firmare con la forza dei documenti, di nominare altri attivisti e di incastrarli. La polizia di Kundli mi ha molestato. Mi hanno insultato usando i nomi della casta e anche le mie parti intime sono state colpite.

Conoscevo solo pochi lavoratori che erano con me quel giorno, ma molti di loro sono venuti alla stazione di polizia di Kundli chiedendo il mio rilascio mentre dentro venivo picchiata. Quindi [la polizia, NdC] ha accusato quei lavoratori e mi hanno portata a Sonipat. Mi hanno riempita di lividi a Sonipat e poi mi hanno lasciata alla prigione di Karnal dopo mezzanotte.

MP: Sei stata in prigione per 45 giorni. Cosa hai vissuto lì?

NK: Ho parlato con tante donne in prigione. Quando ho detto loro che ero stato arrestata dalla polizia di Kundli e che la polizia mi aveva molestato e attaccato, per quelle donne era un fatto “normale”. Ho incontrato alcune donne che sono state persino violentate [in custodia di polizia], alcune sono state picchiate molto duramente, alcune per 15 giorni [mentre erano in custodia] da agenti di polizia maschi. Le mani e le gambe di alcune donne sono ancora rotte. Ciò solleva una grande domanda su come la nostra polizia tratta le donne e in particolare le donne Dalit e delle “caste inferiori”.

MP: Pensi che ci sia bisogno di più discussioni sulla violenza detentiva e lo stupro?

NK: Noi dobbiamo metterlo in discussione. Questo non è successo solo a me, ci sono molte donne che vengono violentate, vengono trattate male durante la custodia della polizia. La polizia molesta le donne Dalit anche fuori dal carcere. Le donne, indipendentemente da casta e classe, sono trattate in questo modo. Le persone devono farsi avanti e chiedere un’azione contro tali poliziotti, in modo che ciò non accada in futuro. Quanto mi è accaduto non è né il primo né l’ultimo episodio di questo tipo. Se oggi non viene intrapresa alcuna azione, continuerà ad accadere a più donne. È un problema molto serio e dobbiamo pensarci.

MP: C’era una campagna internazionale sui social media per il tuo rilascio. Tutti vogliono sapere chi è Nodeep Kaur, da dove viene. Puoi parlarci del tuo background?

NK: Vengo da un piccolo villaggio chiamato Gandher nel [distretto] di Muktsar Sahib, nel Punjab. Vengo da una famiglia della classe operaia. La mia famiglia è una famiglia mazdoor [di lavoratori,NdC]. La mia esperienza dall’ infanzia è stata che i lavoratori devono lottare per i propri diritti ovunque. Ho studiato fino alla dodicesima classe, ed anche questa esperienza è stata piena di battaglie. La mia famiglia ha lottato molto: per il cibo, per l’istruzione, per il lavoro nelle fattorie. Abbiamo dovuto lottare ovunque per i nostri diritti, per portare avanti le nostre rivendicazioni. Dopo aver completato il dodicesimo anno, ho dovuto fare una pausa dai miei studi. Le condizioni della mia famiglia non erano buone. Ho fatto domanda per [l’ammissione a] un college dopo 4-5 anni, ma poi è arrivato il blocco e non ho potuto studiare ulteriormente.

Ho imparato a combattere da mia madre. Mia madre ha alzato la voce per le donne, anche le mie sorelle hanno parlato per i lavoratori e le donne. Ho imparato da loro e ho iniziato ad alzare la voce per i lavoratori e le donne. La mia famiglia è stata la mia più grande influenza.

MP: Lavori con qualche sindacato? Come ti sei unita a loro? Come sei arrivata a lavorare nella zona industriale di Kundli?

NK: Sono venuta qui a settembre e ho iniziato a lavorare in una fabbrica. C’era un’organizzazione chiamata Mazdoor Adhikar Sangathan che ha lavorato lì negli ultimi tre anni, mi sono unita a loro e ho iniziato a lavorare con loro.

MP: Come eri connessa con il movimento degli agricoltori in corso?

NK: Noi [riferendosi al MAS] abbiamo sostenuto gli agricoltori perché le loro richieste erano giuste. Quando i contadini arrivarono al confine di Singhu, tutti noi lavoratori ci andammo in gran numero e il [2 dicembre] abbiamo fatto uno sciopero a sostegno dei contadini. Più di duemila lavoratori hanno marciato dall’area di Kundli al confine di Singhu gridando slogan. Siamo andati sul palco [al confine di Singhu] e ho parlato dal palco a nome del Mazdoor Adhikar Sangathan.

Sosteniamo anche gli agricoltori perché queste leggi aumentano il limite delle scorte [di prodotti]. Ora non ci sono limiti allo stoccaggio dei prodotti agricoli. Ciò ha un impatto diretto sui lavoratori. Se [le aziende] lo acquistano dagli agricoltori, i lavoratori dovrebbero acquistarlo dal mercato. Se le aziende acquistano patate dagli agricoltori a Rs (Rupie) 5 al kg, le vendono a Rs 40 o Rs 45 al kg ai lavoratori. Il costante aumento dei prezzi comporterà la nostra sconfitta. Noi lavoratori lo capiamo ed è per questo che abbiamo sostenuto gli agricoltori e continueremo a farlo.

MP: C’è un FIR datato 28 dicembre, che ti nomina. Chiedevi stipendio anche prima di quel giorno?

NK: Sì. Andavamo continuamente in diverse fabbriche per aiutare i lavoratori. I salari del periodo di blocco sono ancora dovuti e stavamo aiutando questi lavoratori a ottenere i loro salari in modo pacifico. Abbiamo aiutato oltre trecento lavoratori a ottenere circa 5 lakh3 di Rupie dei loro salari in sospeso.

Il 28 dicembre siamo andati in una fabbrica di noodle per aiutare i lavoratori a ottenere il salario in sospeso. Il Quick Response Team è arrivato e ha attaccato i lavoratori e poi hanno anche sparato. In seguito siamo andati alla stazione di polizia per presentare un FIR relativamente allo sparo avvenuto, ma il FIR non è stato depositato (dalla polizia, NdC.). Abbiamo anche scritto una lettera al SP [sovrintendente di polizia], gli abbiamo inviato un’e-mail dicendo che la polizia non ha registrato il FIR sull’incidente dello sparo, ma non abbiamo avuto alcuna risposta fino ad oggi. Quindi lottavamo costantemente per i diritti dei lavoratori.

MP: Cos’è questo Quick Response Team? Cosa fanno esattamente?

NK: C’è una squadra chiamata Quick Response Team nell’area industriale di Kundli. Vengono pagati dai proprietari delle fabbriche affinché limitino le organizzazioni dei lavoratori in quella zona. Il loro lavoro è impedire ai lavoratori di alzare la voce. Pattugliano la zona di notte e affermano di lavorare per la sicurezza dei lavoratori. Ma non è vero. Se qualche sindacato va in quella zona per distribuire opuscoli o per parlare con i lavoratori, o se cerca di sollevare una domanda, questi scagnozzi li attaccano in modo molto proattivo. Non abbiamo la libertà nemmeno di distribuire opuscoli. Loro attaccano i lavoratori.

MP: Sapevi dell’arresto del tuo collega attivista Shiv Kumar, che è anche lui con il MAS?

NK: Sono venuta a sapere del suo arresto quando sono uscita di prigione. È stato detenuto illegalmente per otto o dieci giorni. Nessuno sapeva nulla del suo arresto, nessuno sapeva dove fosse tenuto. Quando lo hanno presentato in tribunale dopo 10 giorni e lo hanno rinviato di nuovo per 10 giorni, è stato picchiato molto duramente e gettato in prigione. Quello che è successo con Shiv Kumar è molto grave, è gravemente ferito e ha alcune ossa rotte. Dovrebbero essere sollevate domande sulla polizia di Shiv Kumar. Semplicemente non possono farlo. Non possono arrestarlo senza alcuna prova, senza alcun mandato. Questo è illegale.

MP: Come il tuo collega, anche molti agricoltori sono in prigione. Ora che sei stata rilasciata dalla prigione, alzerai la voce per quei contadini? Tornerai indietro e continuerai ad alzare la voce per i lavoratori?

NK: Sì, lo farò. Raccontandoti la mia esperienza, non ti sto solo raccontando cosa mi è successo, ti sto anche raccontando cosa succede a molte persone innocenti. Sono stata arrestata perché ho alzato la voce di altre persone. Molti contadini, attivisti sindacali, donne che sono state incarcerate per essere diventate la voce della gente. Chiedo il loro rilascio. Dovrebbero essere rilasciati immediatamente.

Sono sempre la stessa Nodeep. Ora lavorerò con più energia perché non stavamo facendo nulla di illegale, operavamo all’interno della Costituzione. Puoi protestare se non sei d’accordo in una democrazia. Continueremo a lavorare in futuro e a dare voce a lavoratori, agricoltori e donne.

1 Pària o dalit: in passato definiti come «intoccabili», ma la traduzione più appropriata è «oppressi».

2 Si tratta di FIR “first information report” pratica in uso nelle stazioni di polizia di paesi asiatici quali India, Pakistan e Bangladesh consistente nella stesura di una prima relazione in cui il protagonista dei fatti descrive ovvero denuncia alla polizia i fatti o l’incidente in cui è stato coinvolto. Sulla base di questa relazione la polizia da inizio alle indagini.

3 Quindi circa 500.000 rupie. Nel sistema di numerazione indiano: ad esempio 150 000 rupie diventano 1,5 lakh, scritto come ₹1 50 000

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