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La guerra in Ucraina riapre il vaso di Pandora in Europa

Secondo il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, “una minaccia all’integrità territoriale dell’Ucraina potrebbe arrivare dalla Polonia”.

La notizia in realtà era già trapelata a fine aprile sulla Reuters, che aveva ripreso una nota di Sergei Naryshkin, capo dei servizi esteri russi (SVR), il quale accusava Polonia e Usa di complottare per restaurare la sfera d’influenza polacca su parte dell’Ucraina occidentale, quella intorno a Leopoli (L’viv, in polacco).

Potrebbe sembrare una boutade o un argomento della propaganda russa, eppure nella recente storia europea questo spettro si è già presentato, prima con le ambizioni del generale Pilsudski all’inizio del Novecento, poi con dichiarazioni anche esplicite delle forze più reazionarie e nazionaliste sia polacche (da molti anni al governo in quel paese) che lituane, da quando, nel 2014, in Ucraina si è aperta una fase di instabilità sfociata nel colpo di stato a Kiev.

La regione occidentale dell’Ucraina, quella di Leopoli, in molti ambiti politici e culturali nazionaisti di Varsavia viene considerata più polacca che ucraina. “Anche la retorica piuttosto ostile proveniente dalla Polonia negli ultimi mesi tradizionalmente mai stata amichevole ma  diventata ostile – e una possibile minaccia all’integrità  territoriale dell’Ucraina proveniente dalla Polonia sono fatti evidenti“, ha detto Peskov parlando con la stampa.

I giornalisti gli hanno anche chiesto di commentare una dichiarazione del presidente bielorusso Aleksander Lukashenko secondo cui Russia, Ucraina e Bielorussia potrebbero eventualmente dover combattere insieme contro la Polonia, poiché la Polonia sognava di conquistare l’Ucraina occidentale. “Preferirei non commentare la dichiarazione del presidente bielorusso“, ha tagliato corto Peskov.

Insomma, se quelle di Peskov non possono essere liquidate come parole in libertà, una Ucraina destabilizzata e disgregata dalla guerra in corso potrebbe doversi guardare anche le spalle e non solo dalla Russia.

Anche la soluzione di una rapida ammissione dell’Ucraina nell’Unione Europea potrebbe richiedere più tempo di quelle preteso da Zelenski e annunciato da leader europei in vena di retorica.

Sulla richiesta di adesione dell’Ucraina all’Ue, “aspettiamo il lavoro della Commisione che deve presentare un parere su come procedere. Ci sono sei Paesi balcanici che sono ancora in fila“, ha ricordato l’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Josep Borrell.

In questa contraddizione, che rischia di far saltare l’Ucraina in più punti, occorre tenere d’occhio molto strettamente le ambizioni nazionaliste ed espansioniste della Polonia, già indicate in diversi progetti geopolitici, il cui significato è che Varsavia punta ad avere il ruolo di un centro di potere nell’Europa orientale.

Un centro abbastanza e tendenzialmente indipendente da Bruxelles, sostenuto da Usa e Gran Bretagna ed intorno al quale modellare l’agenda politica in gran parte dell’Europa dell’Est.

Infine, e non certo per importanza, è doveroso tenere sotto osservazione quanto avviene intorno alla Transnistria, sia per le recenti minacce ucraine, sia per certe sollecitazioni che cominciano ad affacciarsi in Romania verso i territori ucraini più vicini, sia verso la secessione della Moldavia, un boccone che gli ambienti nazionalisti romeni non hanno mai digerito.

Il vaso di Pandora dei nazionalismi in Europa è stato riaperto dalla guerra in Ucraina. Ci sembra pertinente quanto il leader cinese Xi Jinping ha detto a Biden nel loro ultimo colloquio: “chi ha legato il sonaglio alla tigre ha il compito di toglierlo“.

Prima se ne accorgono anche a Bruxelles meglio è.

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