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Taccuino americano. Una conversazione con Maurizio Coppola

Sono con Maurizio Coppola della segreteria europea dell’Assemblea Internazionale dei Popoli, il quale assieme a Salvatore Prinzi, coordinatore nazionale di Potere al Popolo, nello scorso mese di agosto ha fatto un tour politico negli Stati Uniti incontrando organizzazioni politiche, sociali, attivisti di movimenti di lotta e associazioni che intervengono su vari aspetti delle contraddizioni di questo enorme paese.

Un giro – coast to coast – indubbiamente interessante che hanno raccontato sia dalle pagine dei Social ma anche in un incontro al “PAP Camp” di Isola Capo Rizzuto di fine Agosto in cui hanno provato a trasferire ai tanti giovani presenti i caratteri dell’enorme complessità di quel paese e il grande accumulo di temi e questioni che richiamano necessariamente la necessità dell’alternativa di società.

Abbiamo aspettato che terminasse la campagna elettorale dello scorso 25 Settembre per incontrarci ed avviare questa conversazione che trasferiamo ai lettori di Contropiano e a quanti sono interessati alle vicende della lotta di classe sul piano internazionale.

In uno dei post che avete scritto, all’indomani del vostro ritorno in Italia, mi ha colpito l’espressione netta che avete utilizzato: “siamo tornati più comunisti di prima!” Evidentemente il toccare con mano e con lo sguardo diretto quella che viene ritenuta “la cittadella del capitalismo” ha provocato in voi la necessità della riaffermazione decisa di un piano di alterità totale con un modello imperniato su rapporti sociali profondamente antiumani ed antisociali. Puoi spiegarci – considerando che viviamo, comunque, in un paese a capitalismo avanzato – cosa hai percepito in maniera così decisa da farvi usare questa affermazione/incipit come premessa, quasi obbligata, al vostro racconto?

Il nostro viaggio negli Stati Uniti è stato organizzato dall’Assemblea Internazionale dei Popoli che ha ritenuto opportuno far incontrare l’esperienza politica di Potere al Popolo con le diverse realtà sociali, sindacali e politiche degli Stati Uniti. Durante due settimane abbiamo avuto la possibilità di visitare tre città: New York che si può considerare una città particolare, al di fuori anche della “normalità statunitense” per la sua dimensione internazionale, la sua densità spaziale, il suo ritmo sfrenato; Atlanta che è una delle più importanti città degli stati del sud; Los Angeles nella West Coast.

Il “tornare più comunisti di prima” è determinato da due fattori. Il primo sono le profonde contraddizioni sociali che saltano subito all’occhio e che sono onnipresenti.

Per le strade di Manhattan – la zona più ricca della città – per esempio con tutti i suoi grattacieli, uffici delle grandi aziende, ristoranti internazionali etc. – quindi con tutto ciò che rappresenta il capitalismo in generale e quello statunitense in particolare – vive una quantità immensa di senza fissa dimora, in primis people of color con palesi problemi psichici e di tossicodipendenza, abbandonati al loro proprio destino.

Se si guarda in alto ti presentano un mondo senza limiti, con sempre più possibilità di crescita ecc. Se invece ci si sofferma sui marciapiedi ti viene presentata la pura realtà di questo capitalismo incapace di rispondere neanche ai più basilari bisogni delle persone.

Un’altra dimensione di cui ci si rende subito conto, soprattutto ad Atlanta e Los Angeles, è lo sviluppo urbano delle grandi città che non corrisponde alla “natura umana”. Le grandi città non sono minimamente costruite a misura d’uomo, ci sono può autostrade che marciapiedi, i trasporti pubblici sono insufficienti, le piazze pubbliche vuote.

Si percepisce subito che al centro di questo sviluppo non ci sono le persone, bensì un modo di produzione e di consumo, ma anche culturale che punta alla massimizzazione del profitto. Produci, consuma, crepa in tutte le sue sfaccettature quindi.

Però – e vengo al secondo fattore – malgrado questa schiacciante realtà capitalistica, soprattutto tra le giovani generazioni abbiamo percepito una grande voglia di socialismo, sia a livello organizzativo che a livello culturale e intellettuale. Tutte le organizzazioni politiche, sociali e sindacali che abbiamo incontrato lavorano tanto alla formazione politica e culturale socialista.

Il processo che ha portato a questo socialist awakening (risveglio socialista) ovviamente non è nuovo; conosciamo tutti il ruolo che ha avuto il socialismo statunitense nella storia, dagli IWW al Partito Comunista degli USA, dal movimento contro la guerra in Vietnam, il Black Panther Party, i movimenti altermondialisti di Seatle per citarne solo alcune. Questa tradizione ancora oggi è presente e evolve nella società statunitense.

Una semplice espressione di questo socialismo è il fatto che, come ci ha raccontato il responsabile di un’importante casa editrice statunitense, esiste una grandissima richiesta di letteratura socialista tra i giovani. Questo sta in controtendenza all’immagine degli Stati Uniti, di “puro capitalismo” in cui non si muove niente.

Come marxisti guardiamo agli Stati e ai popoli non come a entità compatte, ma stratificate, in cui possiamo trovare amici e nemici. La scoperta più bella è la più banale: come in Italia anche negli Stati Uniti tantissime persone non sono d’accordo con quello che fa il loro governo, non vorrebbero esserne responsabili, vorrebbero anzi vivere maggiormente in pace e in sintonia con il resto del mondo, vorrebbero un cambiamento.

Ho visto che nel vostro percorrere gli States avete incontrato diverse tipologie di attivisti che rispondono – ovviamente – anche alle specificità della società statunitense e alla variegata composizione di classe con cui è stratificato il mondo del lavoro e l’insieme delle classi subalterne. In questa vostra “Inchiesta sul campo” avete potuto cogliere il legame tra una discreta effervescenza sociale (mutualismo, nuove lotte operaie, spiccata sensibilità ambientalista, conflitti rivendicativi, ambiti di solidarietà internazionalista…) e una spinta – almeno sul versante dell’oggettività – verso una soggettività politica compiuta che oltrepassi la consumata vicenda del Partito Democratico statunitense e di ogni illusoria velleità di trasformazione/condizionamento di tipo “entrista e/o lobbysta”?

Assolutamente sì. Proprio per la grande voglia di socialismo che esiste negli USA, anche nuove soggettività politiche che vanno oltre il Partito Democratico si stanno costituendo. È però anche interessante capire il carattere “contraddittorio” del ruolo dell’ala sinistra del partito in questo processo di socialist awakining.

Con la campagna di Bernie Sanders alle primarie nel 2015/2016 il concetto di socialismo è ritornato ad far parte di un discorso più ampio nella società statunitense, per due ragioni.

Primo, Sanders si è caratterizzato su temi sociali come il salario minimo, la sanità pubblica etc. per cui sia i conservatori che i suoi concorrenti all’interno dei “Dems” lo hanno attaccato duramente insultandolo come “compagno”, “comunista” etc.; e non è un caso che proprio in quella fase i Democratic Socialists of America (DSA) che sostenevano la candidatura di Sanders abbiano conosciuto una crescita esponenziale, passando da 15.000 membri nel 2016 a oltre 80.000 nel 2020.

In questo senso Sanders ha giocato un ruolo positivo, e a detta delle stesse compagne e degli stessi compagni non può essere “liquidato” frettolosamente.

Questa crescita però non ha risolto i due problemi fondamentali del DSA: il fatto che il DSA rappresenti una “grande tenda” sotto la quale diverse posizioni da quelle genericamente di sinistra a quelle più socialiste si riuniscono e che quindi non riesca ad esprimere unità politica; e il fatto che alla fine dei conti il DSA supporta sempre per il candidato “Dems” e che quindi non intraprende un percorso di costruzione di un soggetto autonomo e alternativo.

Ed è proprio per questo limite, questo spazio chiuso all’interno del DSA, che altri compagni spingono per la creazione di nuove soggettività politiche che vanno da organizzazioni di carattere più sindacali come “Raise Up the South” che negli Stati del Sud – la parte più povera del paese – sono impegnati nell’organizzazione dei lavoratori precari dei fast food e nella campagna per il salario minimo legale di 15 dollari (#FightFor15, che è finanziato da grandi sindacati più simili alla nostra CGIL) e “union de vecinos”, il sindacato degli inquilini di Los Angeles, passando a quelle più sociali e culturali come per esempio bookshops alternativi e centri di formazione, per arrivare ovviamente a organizzazioni politiche nel senso stretto del termine, come il Party for Socialism and Liberation.

Queste realtà oltre ad incidere materialmente sulle condizioni di vita e di lavoro tramite le lotte sui territori, lavorano anche tanto sul livello culturale, cultura compresa in senso gramsciano appunto come disciplina organizzativa, presa di possesso della propria personalità, conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.

Questo lavoro politico fondamentale da cui ogni alternativa autonoma deve passare però a livello di rappresentanza urta contro il bipartitismo istituzionale che impedisce di fare un “salto di qualità” se così vogliamo dire.

Gli Stati Uniti hanno accumulato – dalla fine dell’Ottocento ad oggi – una grande tradizione di lotta di classe con vicende significative che hanno avuto il loro riflesso anche nella cinematografia, nella letteratura e hanno costituito – di fatto – anche un pezzo del moderno immaginario anticapitalista. Dagli IWW alle Black Panthers, da Malcom X al protagonismo pacifista degli anni sessanta e settanta, da Sacco e Vanzetti al Black Livers Matter passando per Occupy Wall Sreat fino alle lotte nella Sylicon Valley e nei grandi stabilimenti delle multinazionali in via di “rilocalizzazione produttiva interna” sotto i colpi dell’accresciuta competizione globale.

Insomma non manca – e non potrebbe essere diversamente – il conflitto. Gli Operaisti – con la simpatica ridondanza del loro lessico – “incrociarono Marx a Detroit” in un periodo in cui gli effetti della crisi sistemica del capitale erano meno cruenti di quelli che registriamo oggi, al di qua come al di là dell’Atlantico.

Come vedi possibile una “ripresa del marxismo” negli Stati Uniti non solo nei centri di ricerca universitari o in piccoli raggruppamenti militanti ma nella possibile capacità di una reale dialettica tra una “soggettività rivoluzionaria” e consistenti settori di classe lavoratrice (interraziale) che sono sempre più marginalizzati economicamente e socialmente?

Come accennato sopra, le contraddizioni materiali delle persone si approfondiscono sempre di più, basta dare uno sguardo a dati statistici per capire la profondità della crisi. Prendiamo una città come Los Angeles in cui vivono 4 milioni di abitanti. La California applica un salario minimo di 15 dollari l’ora, una persona singola per coprire tutti i costi di base (casa, assistenza sanitaria, cibo, transporto etc.) però necessità almeno 28 dollari l’ora (indicazione ufficiale della città di Los Angeles).

Quindi le persone sono costrette a fare una scelta: fare due lavori per arrivare alla somma necessaria per la sopravvivenza, oppure rinunciare a qualcosa. Los Angeles conosce oltre 60.000 persone senza fissa dimora; nella maggior parte dei casi si tratta di lavoratori che non riescono a pagarsi l’affitto e che per questo rinunciano alla casa.

Allo stesso tempo, quasi il 50% del budget della città di LA viene investito non nell’edilizia popolare, ma nelle forze dell’ordine. Pensate che ogni giorno, 24 ore su 24, in volo sulla città di Los Angeles ci sono costantemente due elicotteri. Le lotte radicali di “union de vecinos” si inseriscono proprio in queste contraddizioni e sono capaci di allargare questa presa di coscienza radicale in consistenti settori di classe lavoratrice.

La grande sfida per uno sviluppo di una dialettica tra “soggettività rivoluzionaria” e classe lavoratrice “interrazziale” è – come in altri posti del mondo tra l’altro – la convergenza delle lotte che rimangono ancora molto frammentate, isolate, settoriali. Le ragioni per questa “convergenza difficile da farsi” sono perlopiù due.

Da un lato la forza del “puro capitalismo” statunitense capace di frammentare la classe secondo le linee di divisione come “razza”, genere, geografia etc. in un modo molto più accentuato di quello che conosciamo noi proprio per la mancanza di regolazioni collettive che uniformano le condizioni oggettive della classe, soprattutto nei settori più precari e sfruttati dell’economia statunitense.

Dall’altro lato però è anche necessario comprendere le contraddizioni all’interno della sinistra. Le difficoltà di convergenza è quindi anche dovuta a quello che negli Stati Uniti viene chiamato competing ideologies, cioè le ideologie politiche contrapposte al marxismo e dominanti all’interno del movimento.

Per capire meglio cosa s’intende con questo, faccio un esempio concreto che ci hanno raccontato i compagni a Los Angeles, città che oggi conosce una maggioranza di provenienza latino-americana e una grande comunità black.

Durante il movimento Black Lives Matter, le compagne e i compagni latin@s avevano proposto di elencare i morti per violenza di polizia della comunità latina insieme a quella della comunità black. Alcune componenti più arretrate di BLM all’inizio si rifiutavano di unire i latin@s ai black, perché “diversi nell’identità”, mettendo così in evidenza la diversità (il colore della pelle) piuttosto che quello che unisce le due comunità (la posizione sociale, le condizioni materiali di vita e lavoro).

Solo dopo un lungo lavoro di spiegazione, convinzione, “culturale” all’interno del movimento si è riuscito a fare convergere la campagna politica contro la violenza poliziesca dei latin@s con quella di BLM, senza togliere nulla alle rispettive “particolarità identitarie”.

Questo esempio è emblematico delle difficoltà interne al movimento statunitense, ma anche di come bisogna operare: riuscendo a ricomporre le “diversità identitarie” riportandole alla loro radice di oppressione di classe, mossa necessaria per sviluppare una rottura rivoluzionaria.

Ho visto che in qualche occasione di incontro collettivo avete raccontato la nostra esperienza di Potere al Popolo e – di converso – illustrato le caratteristiche dello scontro politico nel nostro paese e nel continente europeo. Che tipo di interesse e di curiosità avete suscitato verso uno scenario (quello di casa nostra!) il quale è molto diverso da come veniva percepito all’estero nei decenni alle nostre spalle?

Le domande che ci hanno fatto le compagne e i compagni sono perlopiù due. Com’è possibile che la sinistra radicale italiana si trovi in questa situazione di difficoltà con la storia politica, sociale e culturale così importante del Partito Comunista e del “comunismo” extra-parlamentare? Quali sono le strategie per uscire da questa impasse?

Al di là della nostra interpretazione della “sconfitta storica” della sinistra in Italia, del crollo del muro di Berlino, della dissoluzione dell’Unione Sovietica e del radicale mutamento culturale, sociale e politico profondo in Italia che ha portato a una trasformazione oggettiva e soggettiva della classe lavoratrice (neoliberismo, distruzione delle istituzioni sociali della classe, staccamento delle istituzioni politiche dalla quotidianità del popolo, crescita crescente astensionismo etc.), per noi è stata un’occasione per confrontarci su tre elementi che hanno suscitato interesse e curiosità tra le compagne e i compagni statunitensi e che sono fondamentali per la nostra evoluzione e crescita.

Il primo è la dialettica tra politico e sociale inteso non semplicemente come due ambiti separati della vita e dell’attivismo, bensì come necessità organizzativa per ricostruire una soggettività che riparta dai bisogni elementari delle lavoratrici e dei lavoratori e che riesca ad esprimere sia conflittualità che rappresentanza.

Il ruolo delle Case del Popolo, del mutualismo, del sindacalismo conflittuale per la trasformazione politica è risultato interessantissimo per loro, che pure lo hanno praticato sia all’epoca del Partito Comunista, che proprio al Sud organizzava contadini e braccianti, sia con i programmi di Breakfast for People del Black Panther.

Il secondo elemento è la necessità di costruire una soggettività al di là della politica costituita, le modalità da applicare per inserisi in un dibattito politico e organizzativo più ampio sul rinnovamento del comunismo.

Anche se le differenze sono grandi (natura del capitalismo, storia del movimento operaio, ruolo geopolitico etc.), i paralleli tra Stati Uniti e Italia sono molto interessanti: uno spazio politico-istituzionale oggi “chiuso” a realtà radicali, una sinistra “alternativa” che assume il ruolo di “stampella di sinistra del PD” etc.

Il terzo elemento è il carattere del lavoro culturale da approfondire in questa fase di crisi generale. Un lavoro culturale che significa creare organizzazione, coscienza e strumenti di lotta, ma allo stesso tempo immaginario, speranza e prospettive future; quindi il lavoro profondo e minuzioso da svolgere contro l’attuale egemonia culturale di destra.

Oserei dire che negli Stati Uniti le organizzazioni sono più avanzate per quel che riguarda la produzione di memoria, pensamento politico e formazione politica e popolare. Su questo abbiamo tanto da imparare da loro.

Infine, questo lavoro di connessione che abbiamo iniziato a fare con le organizzazioni statunitense è essenziale proprio perché il nostro paese è occupato dalle basi americane, proprio perché siamo uno dei paesi più influenzati dagli Stati Uniti, che controllano i nostri governi.

Essendo la rottura rivoluzionaria il nostro obiettivo, è impensabile farla senza predisporsi a una reazione degli USA: è quindi essenziale che una parte del loro popolo sia pronta a solidarizzare, a impedire un’aggressione contro di noi, a mobilitarsi in sostegno di un nostro ipotetico governo.

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