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Russia: alla ricerca del futuro perduto

Per avere almeno qualche anticorpo intellettuale contro l’ossessiva propaganda bellica euro-atlantica, l’unica che abbia “legittimità” dalle nostre parti, è bene leggere qualcosa di diverso. Prodotto in Europa – in questo caso da El Viejo Topo, testata catalana del collettivo La Comuna – e senza passare da Mosca.

Si può essere o meno d’accordo con alcuni giudizi e formulazioni, com’è giusto che sia, ma di certo ci sembra un buon contributo per tenere acceso il cervello in questi tempi bui.

Buona lettura.

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In quest’anno, che ha visto la morte di Mikhail Gorbaciov (e di due dei tre golpisti di Belavezha: l’ucraino Leonid Kravchuk e il bielorusso Stanislav Shushkévich) e che segna il centenario della fondazione dell’Unione Sovietica, la Russia si trova di fronte a un complesso, difficile e preoccupante orizzonte politico.

All’interno del Paese e sulla scena internazionale, i rischi per Mosca sono tanti, in un frangente storico in cui si deve negoziare il nuovo accordo di limitazione degli armamenti nucleari (START III) con gli Stati Uniti, quando il riscaldamento globale e la crisi climatica stanno accelerando e sorgono gravi pericoli per l’economia globale, e questo senza che i principali problemi dell’umanità, la fame, la povertà, la guerra, siano stati risolti. E il tempo stringe.

In questo quadro, Mosca deve affrontare l’assedio statunitense ai suoi confini europei, il riarmo della NATO e la guerra in Ucraina, e i piani di Washington per destabilizzare la situazione interna e, infine, stimolare piani e favorire attori politici che lavorino per la rottura e la spartizione del paese.

Il disastro di Gorbaciov, che ha assistito impotente al colpo di stato di Belavezha del 1991 che ha liquidato l’Unione Sovietica e, soprattutto, la catastrofe, il furto e la distruzione dell’economia sovietica architettati sotto Eltsin ha causato milioni di morti, la produzione del paese è stata ridotta della metà, più di ottanta milioni di persone sono sprofondate nella povertà ei salari sono caduti ai livelli di miseria.

Sotto il governo di Eltsin, il Dipartimento di Stato e la CIA hanno aiutato i liberali russi più furbi e feroci ad arricchirsi saccheggiando la proprietà pubblica. Sembra incredibile, ma Eltsin aveva aperto tutte le porte del Paese, compresi i servizi segreti, agli agenti di un Paese nemico: lo stesso Putin ha fatto riferimento al fatto che agenti della CIA e consiglieri statunitensi avevano uffici nei principali organismi russi, nelle dipendenze del governo centrale, nelle basi militari che custodiscono le armi atomiche.

Non si nascondevano: piantavano le loro bandierine a stelle e strisce sui tavoli dei loro uffici.

Nel dicembre 2021 Putin ha rivelato di aver fatto pulizia della maggior parte di questi agenti, sebbene alcuni dei loro complici continuassero a ricoprire incarichi di rilievo: a quella data, Anatoli Chubais era ancora un rappresentante della presidenza russa per i rapporti con organismi internazionali. Solo nel marzo 2022, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, Chubais si è dimesso e ha lasciato il Paese.

Insieme a Yegor Gaidar, Chubais è stato un corrotto vice primo ministro di Eltsin che ha organizzato la privatizzazione di oltre 100.000 imprese dello Stato sovietico: una gigantesca rapina consigliata dalla CIA e da presunti “esperti economici” statunitensi che hanno portato il paese alla rovina.

Eltsin, Gaidar, Chubais, Búrbulis e altri governanti senza scrupoli collaborarono con gli Stati Uniti per ottenere la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la distruzione della sua economia. In cambio, hanno ottenuto il loro bottino.

Trent’anni dopo, gli Stati Uniti accarezzano l’idea di portare a termine la distruzione del più esteso Paese della terra. Nell’estate del 2022, l’agenzia Bloomberg ha pubblicato un articolo di Leonid Bershidski in cui l’autore si chiedeva retoricamente se il modo per porre fine all'”imperialismo russo” fosse quello di promuovere la spartizione del Paese.

Bershidski è un ebreo moscovita che tentò di fare affari bancari nei primi anni del secolo, poi diresse a Mosca il quotidiano economico Vedomosti, creato dal Wall Street Journal, e in seguito collaborò con Forbes e finì per andare a Berlino per lavorare con Bloomberg. Un perfetto liberale russo, diligente divulgatore delle idee e della propaganda degli Stati Uniti: non è un uomo rilevante ma, come molti altri, i suoi approcci illustrano l’obiettivo di Washington, ​​inconfessabile ma reale.

Come fecero Eltsin e i suoi complici, aiutati dagli Stati Uniti, con la spartizione dell’Unione Sovietica, Bershidsky si rammarica che lo stesso non sia stato fatto con la Russia negli anni ’90, quando il corrotto Boris Nikolaevich governava un paese debole e in rovina. Bershidski parla per bocca di Washington e crede che una sconfitta russa in Ucraina, insieme a sanzioni e pressioni occidentali, potrebbe portare al collasso e alla spartizione della Russia.

Per argomentare questo, si invischia in discussioni su quale sia il “nucleo storico” della Russia, contestando che regioni come il Tatarstan (che si trova nel continente europeo e fa parte del paese dal XVI secolo) e altre facciano parte della Russia moderna, senza considerare che applicando questo criterio universalmente, la maggior parte degli attuali paesi verrebbe smembrata.

Qual è il nucleo storico degli Stati Uniti? Dovrebbero far parte del Paese territori come la California, il Texas, il New Mexico, ecc., rubati e incorporati poco più di un secolo e mezzo fa, o le Hawaii, annesse illegalmente con la forza appena un secolo fa,? Con la tesi che Mosca si impadronisce delle risorse delle regioni del Paese e ne restituisce solo una piccola parte, lo scrivano di Bloomberg ritiene che gli Urali, la Siberia, l’Estremo Oriente (“dove è ancora vivo lo spirito ribelle dei pionieri“, ci dice) potrebbero sganciarsi dalla Russia.

Facendo mostra di bontà, Bershidsky dice che spera ancora nella democrazia, nella “fine dell’imperialismo aggressivo” e in un’equa distribuzione delle risorse ai confini della Russia odierna, ma ammette che forse questo potrebbe non essere possibile. Dopotutto, i capi che parlano per bocca di Bershidsky sono brave persone: vogliono solo il meglio per i russi, e ciò potrebbe richiedere la spartizione, lo smembramento della Russia.

Lo stesso obiettivo è difeso da Lech Wałesa, l’ex presidente polacco che, nonostante la sua influenza oggi sia minima, quest’estate ha detto la stessa cosa di Bershidski, esortando gli Stati Uniti e i loro alleati a smembrare la Russia e a farla diventare un piccolo Paese di cinquanta milioni abitanti. Molti altri, come loro, speculano sulla partizione: non sono rilevanti di per sé, ma le loro congetture e piani ipotetici riflettono le elaborazioni e le ambizioni di Washington e dei suoi alleati.

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I rischi dell’attuale situazione mondiale sono molti e il più pericoloso è una catastrofe nucleare. L’informazione confusa e tossica fornita dai canali occidentali segue alla lettera la distorta visione del mondo della dottrina della sicurezza nazionale degli Stati Uniti: Cina e Russia sono dichiarate nemiche perché intendono condurre il mondo nel caos e porre fine all'”Occidente libero” e all’”economia aperta” per imporre “dittature chiuse”.

L’evidente bugia è servita con l’occultamento della verità nei grandi media giornalistici: se c’è una potenza che ha incendiato e distrutto paesi, provocando centinaia di migliaia di morti negli ultimi trent’anni, sono stati gli Stati Uniti.

Dopo il coinvolgimento degli Stati Uniti e della NATO nella guerra in Ucraina, i principali dirigenti russi, Putin, Lavrov, Medveded, hanno dichiarato la fine della cooperazione con l’Occidente. Con Putin Mosca è passata dal progetto di integrazione con i principali Paesi occidentali – che aveva portato addirittura a concedere basi e aeroporti per lo spiegamento militare statunitense in Asia e la sua guerra in Afghanistan – a un progressivo distanziamento che inizia con il monito del presidente russo al Conferenza di Monaco del 2007 e culmina con l’evidenza del sostegno occidentale al colpo di stato di Maidan in Ucraina nel 2014.

La Russia emersa dalla spartizione dell’URSS aspirava a un rapporto paritario con gli Stati Uniti e che i suoi interessi fossero rispettati, ma la guerra in Ossezia lanciato dalla Georgia di Saakashvili con l’appoggio di Washington, lo scudo antimissilistico statunitense in Polonia e Romania, l’espansione e il riarmo della NATO, e l’ingerenza statunitense nel Caucaso, nell’Asia centrale e nella stessa Russia, culminata nel Maidan, hanno mostrato al governo russo che Washington accettava solo un rapporto subordinato, e anche se non lo dichiarava esplicitamente non aveva affatto rinunciato alla spartizione della Russia.

Dopo il colpo di stato in Ucraina nel 2014, durante le amministrazioni Obama e Trump, è iniziato il costante invio di armi al Paese, che Biden ha incrementato, decisione che Mosca non poteva vedere come un’iniziativa amichevole. Lo stesso segretario generale della NATO, Stoltenberg, ha ammesso che gli alleati occidentali stavano addestrando e armando i governi golpisti ucraini dal 2014. E Putin ha persino fatto pubblicamente riferimento a una “quinta colonna” che lavora in Russia per l’Occidente.

Mosca ha optato per gli accordi di Minsk, la cui applicazione avrebbe impedito la guerra: erano un passo per costruire la neutralità strategica dell’Ucraina, ma gli Stati Uniti hanno scelto di trasformare il Paese in una piattaforma contro la Russia, ignorando le garanzie richieste dal governo russo e Biden ha rifiutato di negoziare un accordo di mutua sicurezza con Mosca, mentre Washington sta sabotando il progetto russo di rafforzamento dei legami che uniscono le ex repubbliche sovietiche con l’Unione Eurasiatica e la OTSC [**].

Questo progetto è legittimo e rispettoso del diritto internazionale; tuttavia, proliferano le accuse statunitensi sul presunto scopo di Putin di “recuperare l’URSS“, attribuendogli tratti quasi diabolici che tornano a percorrere il cammino della guerra fredda.

Secondo Alexei Drobinin, che dirige il dipartimento di pianificazione del Ministero degli Esteri russo, una delle priorità della politica estera russa è promuovere un’associazione economica che includa l’Unione Economica Eurasiatica (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan e Kirghizistan) e la Cina, India e altri paesi.

Il progetto, denominato Grande Associazione Euroasiatica, è stato proposto da Putin nel 2015 e mira a collegare progetti di integrazione, sviluppo economico, forniture e infrastrutture di trasporti ed energia. Si tratta di un piano molto ambizioso, complementare alla nuova via della seta che la Cina sta promuovendo con successo e che, se attuato, configurerebbe un blocco di collaborazione continentale tra Europa e Asia che trasformerebbe gli attuali equilibri politici.

Nel Forum Economico Euroasiatico, tenutosi a Bishkek a maggio 2022, Putin ha fatto riferimento al progetto assicurando che possa diventare la garanzia di prosperità e stabilità nel continente. Il Kazakistan, paese chiave per unire i corridoi necessari per il flusso di merci e idrocarburi, sostiene questa Grande Eurasia.

Con la guerra in Ucraina in corso e il contesto creato dalle massicce sanzioni economiche imposte alla Russia dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, il presidente russo, al settimo Forum Economico Orientale, EEF, tenutosi all’inizio di settembre a Vladivostok, ha rilasciato una sfidante dichiarazione affermando che “l’obsoleto mondo unipolare è in via di essere sostituito da un nuovo ordine mondiale” e ha citato l’interesse della Russia a rafforzare la cooperazione con l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la Comunità Economica Eurasiatica, i BRICS, l’APEC e l’ASEAN.

Queste mosse sono state accompagnate dall’abbandono del dollaro negli scambi commerciali reciproci della Russia con l’India e dal lavoro per creare insieme alla Cina un nuovo sistema finanziario internazionale che non sia controllato da Washington.

Di frequente queste iniziative russe incontrano, oltre al sabotaggio statunitense, la riluttanza di molti di coloro che governano nelle ex repubbliche sovietiche, che compongono un mosaico eterogeneo, con dittature oligarchiche e elezioni truccate (come in Asia centrale, Ucraina o Azerbaijan, che hanno proibito i partiti comunisti e socialisti) e sistemi apparentemente più aperti, come nei paesi baltici, Georgia, Moldova o Armenia, anche se sono pure questi nelle mani di oligarchie arricchite da furti e corruzione e perseguitano la sinistra comunista.

Sebbene i leader di alcuni di questi paesi non siano chiusi a progetti di sviluppo congiunti, il loro obiettivo principale è mantenere il loro potere e non metterlo in pericolo se aumenta l’influenza di Mosca.

In tutte le ex repubbliche sovietiche, Mosca continua a combattere con gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO, che non hanno rinunciato a incorporare nella loro alleanza Georgia, Moldavia e Ucraina e continuano ad operare nel Caucaso, nell’Asia centrale e nella stessa Russia, stimolando processi particolaristici e centrifughi e finanziando organizzazioni e personaggi che possano essere protagonisti politici in pochi anni.

Nel Caucaso, l’Armenia è alleata di Mosca ma Putin vuole mantenere i legami con la dittatura azera e impedire che diventi una pedina completamente turca e statunitense. La maggior parte mantiene un cauto silenzio sulla guerra in Ucraina, sebbene alcuni (come il Kazakistan, nonostante faccia parte dell’Unione Eurasiatica e della CSTO insieme alla Russia) abbiano fornito attrezzature militari all’Ucraina.

Il governo kazako di Tokaev ha negoziato con Londra la fornitura di armi sovietiche a Kiev, mascherando l’operazione attraverso una compagnia giordana. Technoexport, una società kazaka, ha ottenuto una licenza dal Ministero dello Sviluppo Industriale e delle Infrastrutture del Kazakistan, MIID, per esportare segretamente armi in Ucraina, sebbene il ministero abbia negato di concedere il permesso in tal senso.

Technoexport è gestita da Berik Kuzhibaev, un uomo vicino al governo. E la stampa kazaka propone regolarmente la versione ucraina della guerra, mentre il governo tutela i settori nazionalisti che promuovono iniziative anti-russe che convivono con gesti concilianti verso Mosca da parte del governo di Tokaev.

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Per promuovere i piani di destabilizzazione della Russia, gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO non solo riempiono l’Ucraina di armi e impongono sanzioni economiche: intervengono anche nella politica interna russa attraverso organizzazioni create a tale scopo che appaiono come enti culturali o civili, sponsorizzano e creano mezzi di comunicazione e reti Internet, e finanziano e formano giovani che potrebbero avere rilevanza in futuro.

Il finanziamento occidentale e l’incoraggiamento verso l’opposizione liberale filo-statunitense non si limita solo al partito di Navalni (denominato prima Partito del Progresso, poi Russia del Futuro), che ha poca influenza nel Paese ma è sponsorizzato dai media internazionali occidentali che lo descrivono – dicendo una grossa bugia – come “la principale opposizione a Putin“, come se il Partito Comunista non esistesse, e che trova eco negli ambienti liberali della mesocrazia di Mosca e San Pietroburgo che hanno assunto i valori del capitalismo e che è cresciuto non solo sotto l’ombrello statunitense ma anche sotto il regime creato da Eltsin che Putin ha conservato; sebbene i cambiamenti della situazione internazionale e le dinamiche aggressive create dall’ambizione del dominio statunitense sulla periferia russa e persino la stessa Russia abbiano progressivamente guidato il presidente russo a prendere le distanze e rompere i legami con gli Stati Uniti.

La guerra in Ucraina, inoltre, attiva anche altri fronti: gli Stati Uniti finanziano organizzazioni per creare movimenti nazionalisti e disgreganti nella Russia odierna: la Fondazione Asians of Russia è un’iniziativa particolarista che utilizza ora il discorso contro la guerra con un linguaggio simile a quello dei centri di pensiero conservatori statunitensi.

In precedenza, è apparso il movimento etnico Novaya Tuva e nel luglio 2022 è emerso come un’altra organizzazione contro la guerra, quella Fondazione Asians of Russia. La prima menzione della Asians of Russia come iniziativa contro la guerra è apparsa nel ramo regionale di Radio Liberty (Sibir.Realii), emittente della CIA.

È stata anche fatta conoscere l’organizzazione di Novaya Tuva e Buryatia Libera. Entrambe le entità seguono il modello della Buryatia Libera (nella regione del Baikal), perseguono gli stessi obiettivi e promuovono le stesse tesi. Il direttore della fondazione è Vasili Mationov che, secondo lui, lavora insieme alla moglie, di cui non vuole svelare il nome.

L’organizzazione è esistita in modo informale per due anni e si è dedicata alla divulgazione delle culture dei popoli della Russia. Ma di fronte al sorgere di iniziative “etniche” contro la guerra, Mationov ha annunciato la registrazione del movimento, che è diventato “sostegno e assistenza ai popoli minacciati e minoritari sottoposti a discriminazione da parte dello Stato“. Mationov assicura che ricevono informazioni attraverso gruppi chiusi su Viber, dove comunicano le mogli e le madri dei militari russi.

Uno degli obiettivi principali di Washington è incoraggiare i paesi asiatici a rescindere i contratti militari con il Ministero della Difesa russo. Le fondazioni Buryatia Libera e Novaya Tuva hanno gli stessi compiti. Inoltre, Asians of Russia intende “fermare la guerra” e creare un mezzo di comunicazione “indipendente” per i popoli asiatici della Russia che combatta la “propaganda del Cremlino”.

L’organizzazione, come altre fondazioni simili (o come la setta del Falun Gong sostenuta dalla CIA contro la Cina) raccoglie storie di discriminazione e xenofobia contro minoranze e popoli asiatici in Russia per promuovere il nazionalismo anti-russo e propagare idee di separazione e indipendenza. Il legame tra Asians of Russia, Novaya Tuva e Buryatia Libera è innegabile e l’insistenza con cui gli attivisti di queste peculiari ONG nascondono ogni accenno alle loro fonti di finanziamento, rivela che ricevono fondi dagli sponsor statunitensi e dallo stesso governo Biden.

La stessa cosa accade nelle organizzazioni di Mosca e San Pietroburgo-Leningrado. È anche molto rivelatore che queste entità, e altre simili in diverse regioni e repubbliche russe, sono d’accordo con le idee di partizione che appaiono in Bloomberg e in altri imperi della comunicazione, in Polonia e nei paesi baltici e nei think tanks delle cancellerie occidentali e delle fondazioni internazionali.

Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, Stati Uniti e Unione Europea hanno bloccato accordi con la Russia, come il Nord Stream 2, scambi e meccanismi finanziari. Per il governo russo cavalcare la crisi mondiale e delimitare la guerra in Ucraina in uno scenario in cui la tensione internazionale è in aumento, soprattutto nell’Europa dell’Est e nella grande regione del Pacifico, mentre crescono i prezzi di cibo ed energia, aumenta il debito estero di molti paesi, i tassi d’interesse salgono, i meccanismi e le filiere e alcune materie prime si fermano, non è una cosa semplice.

La Russia ha un’economia stagnante e, sebbene abbia registrato progressi in alcuni settori negli ultimi due decenni, non è stato promosso uno sviluppo autonomo; e ha un sistema sanitario indebolito, che porta i comunisti a chiedere la ricostruzione della rete sanitaria pubblica sovietica. In sostanza, l’economia e il sistema finanziario del Paese sono controllati dai liberali russi del partito di Putin.

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Il dominio dei meccanismi finanziari del mondo ha permesso agli Stati Uniti di impossessarsi delle riserve valutarie e auree della Russia (e prima di quelle di Iraq, Libia, Afghanistan, Venezuela) sottraendo loro risorse e creando serie difficoltà alle loro economie, ma, allo stesso tempo, questi furti hanno dimostrato che il mondo non può fidarsi dell’attuale sistema finanziario e del ruolo del dollaro come moneta di scambio commerciale e di riserva internazionale.

Quindi si è fatta strada, in Russia e in altri paesi, la proposta di costruire nuovi meccanismi finanziari globali e utilizzare altre valute per il commercio mondiale.

Con la guerra in Ucraina in corso, il vice primo ministro russo Andrei Belousov ha annunciato che il prodotto interno lordo (PIL) della Russia diminuirà entro il 2022 di “poco più del 2%“. E secondo l’agenzia statistica federale russa, Rosstat, nel primo semestre dell’anno il PIL russo si è ridotto dello 0,4% a causa delle sanzioni occidentali.

Ma, contrariamente a quanto speravano gli Stati Uniti e l’Unione Europea con le loro sanzioni contro il gas e il petrolio russo, l’aumento dei prezzi degli idrocarburi nei mercati internazionali e il flusso verso altri mercati sta incrementando le entrate della Russia. A fine agosto il Wall Street Journal riportava che, nonostante la propaganda sull’imminente collasso dell’economia russa a causa delle sanzioni occidentali, le entrate dovute al petrolio sono a livelli record per Mosca, al punto che queste entrate compensano e superano le perdite della vendita del gas.

Elina Ribakova, economista dell’Istituto di Finanza Internazionale, assicura che “la Russia sta nuotando nel denaro contante”. Tuttavia, la Russia ha necessità di disporre di un altro sistema monetario, con la Cina, i BRICS e gran parte del Terzo Mondo. Senza dimenticare che per garantire il controllo del sistema finanziario russo, Mosca deve rimuovere i liberali che continuano a essere legati all’Occidente, cosa imprescindibile se il governo vuole limitare il potere dei tentacoli delle grandi corporazioni, fondi ed entità finanziarie occidentali.

La struttura economica russa dipende dall’Occidente in molte aree, dall’aviazione alla tecnologia, e nei mercati in cui vende i suoi prodotti. La fase di confronto con gli Stati Uniti, antecedente allo scoppio della guerra in Ucraina, ha portato Putin e il suo governo a progettare nuovi piani di sviluppo che deviano dal percorso seguito fino ad oggi, cosa che il Partito Comunista chiede da anni, ma si muovono con lentezza.

Questo orientamento, ora imposto dalle sanzioni occidentali, dalle vessazioni e dal blocco dell’arrivo di componenti industriali, cerca la “sovranità tecnologica”, e i media ufficiali russi l’hanno definita la “nuova vita senza Occidente“.

Tanti anni di dipendenza dai progetti occidentali hanno impedito la comparsa di grandi aziende russe, ad eccezione di quelle legate allo sfruttamento degli idrocarburi. Nell’orizzonte russo, si impone lo sviluppo della Siberia, il nuovo ruolo che possono svolgere le rotte dell’Oceano Artico, e la crescente collaborazione con la Cina ed eventualmente con Giappone e Corea del Sud per il progresso economico dell’Estremo Oriente russo, una gigantesca regione di sette milioni di chilometri quadrati con enormi risorse.

La Russia ha bisogno di una nuova industrializzazione, per fermare la perdita di popolazione, per riprendere il controllo delle grandi compagnie, perché negli ultimi anni è proseguita la vendita e la distruzione di imprese russe e buona parte dell’industria è in mano a capitali stranieri: alcuni studi considerano che raggiunge il sessanta per cento e ha anche partecipazioni significative nell’azionario delle banche russe.

Nonostante ciò, il governo di Putin e Mishustin opta per nuove privatizzazioni e si ipotizza addirittura che il Cremlino lascerà fallire alcune delle grandi società pubbliche del complesso militare-industriale.

I comunisti hanno denunciato che nel “partito del potere” e nei circoli che circondano Putin ci sono molti esponenti che seguono il vecchio nazionalismo zarista della “guardia bianca” degli anni della guerra civile che seguì la rivoluzione bolscevica. A dispetto della fantasia occidentale su Navalni, la principale opposizione a Putin è il Partito Comunista Russo, i cui militanti vengono spesso arrestati, centinaia di loro sono stati multati e deputati comunisti sono stati addirittura destituiti nei parlamenti regionali, mentre continuano le vessazioni della polizia a coloro che rendono omaggio ai monumenti sovietici o alle statue di Lenin.

Le vessazioni contro i comunisti sono costanti: la commissione elettorale della regione di Orenburg, in mano ai sostenitori di Russia Unita, ha rifiutato di iscrivere i candidati del Partito Comunista alle prossime elezioni municipali, con pretesti futili e illegali, e ci sono molti episodi simili. E nell’agosto 2022, oltre ad altre manifestazioni in diverse regioni, i deputati del Partito Comunista hanno realizzato un concentramento davanti alla Duma per protestare contro la manipolazione dell’informazione, l’emarginazione dei funzionari comunisti nei media pubblici e la frode nelle elezioni.

Al contrario, i sostenitori del partito di Putin ricevono protezione: Igor Redkin, deputato Russia Unita e uomo d’affari milionario della Kamchatka, è stato condannato a soli nove mesi di carcere e una piccola multa per aver ucciso un uomo, perché, secondo lui “l’aveva scambiato per un orso”. Non è nemmeno andato in prigione perché era agli arresti domiciliari nella sua villa.

Per far fronte alla situazione di emergenza, i comunisti ritengono imperativo rimuovere l’oligarchia arricchita dalla gestione dell’economia, propongono la nazionalizzazione delle banche e dei principali settori dell’economia e che si smetta di favorire gli investimenti e gli affari privati, e che lo Stato diventi il principale investitore nell’economia russa, oltre a ritirare il Paese da organizzazioni internazionali come il FMI, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’OMC; che ai capitalisti stranieri venga impedito di avere una presenza in Gazprom, Rosneft, Lukoil , Novatek e in aziende strategiche come quelle aeronautiche o della costruzione di motori.

Il Partito Comunista ha proposto il piano anticrisi «Venti misure urgenti per la trasformazione della Russia».

Di fronte all’evidenza che si stava preparando un’offensiva ucraina su Donbass e Crimea, pianificata con Stati Uniti e NATO, il Partito Comunista Russo ha appoggiato l’esercito e sostenuto l’operazione in Ucraina, sottolineando la fratellanza con il popolo ucraino sottoposto alla dittatura del Colpo di Stato di Maidan.

Nella sfera internazionale, i comunisti russi sottolineano la lotta contro l’imperialismo statunitense, il nazismo e il colonialismo e attribuiscono grande importanza all’Unione dei Partiti Comunisti (UPC-PCUS) che riunisce tutti i partiti comunisti delle ex repubbliche sovietiche. A differenza delle proposte di Russia Unita, il Partito Comunista Russo propone la reintegrazione delle repubbliche sovietiche e il recupero dell’unità del Paese multinazionale in un sistema socialista.

La guerra in Ucraina ha mostrato ancora una volta il pericolo delle centrali nucleari e i bombardamenti di artiglieria dell’esercito di Zelensky contro gli impianti di Zaporozhye possono causare una catastrofe di dimensioni gigantesche. Nonostante le prove, il regime di Kiev, gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno cercando di far credere al mondo che è la Russia ad attaccare l’impianto.

Vale a dire, secondo quell’alleanza che sembra vivere in una realtà parallela, Mosca bombarda la centrale nucleare che ha nelle sue mani e che protegge, e lo fa con armi e munizioni statunitensi, e senza tener conto, inoltre, che i primi colpiti sarebbero i russi.

Nonostante ciò, Mosca continua a mostrare moderazione: non ha bombardato i centri di potere a Kiev, né i civili di Zelensky, né i militari. In Ucraina, la scommessa di Putin e dello Stato Maggiore russo consiste nel combattere con un contingente limitato di militari professionisti insieme a circa 50.000 uomini del Donbass, utilizzando artiglieria e missili a lungo raggio.

Gli Stati Uniti, nonostante abbiano trascinato l’Unione Europea, i suoi alleati anglosassoni e il Giappone, non sono stati in grado di attirare la maggior parte dei paesi in uno scontro contro la Russia, né in America Latina, né in Africa, nel mondo islamico o in Asia; infatti, più di centocinquanta paesi nel mondo si sono rifiutati di applicare sanzioni alla Russia.

La pressione sulla Cina, affinché condannasse la Russia per l’operazione in Ucraina e adottasse le sanzioni occidentali, aveva la logica diabolica che la televisione cinese ha denunciato sarcasticamente: “Gli Stati Uniti ci chiedono di aiutarli a distruggere la Russia… in modo che possano poi concentrarsi sull’attacco alla Cina“.

Parallelamente alla guerra in Ucraina e alla crescente tensione nell’Europa dell’Est, la pressione statunitense è aumentata a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. È sintomatico che Christine Lagarde abbia fatto riferimento al pericolo di rottura dell’attuale sistema finanziario mondiale e che anche la direttrice del FMI, Kristalina Georgieva, abbia messo in guardia sui rischi della situazione più pericolosa dalla Seconda Guerra Mondiale, che ha visto ricomparire il pericolo di un’ecatombe nucleare.

Gli equilibri mondiali stanno cambiando, al punto che la Russia ha dichiarato la fine del mondo unipolare controllato dagli Stati Uniti. Putin e i circoli che governano a Mosca e si arricchiscono con il capitalismo sono consapevoli del pericolo esistenziale che creano i piani di Washington per la Russia, ma sono rinchiusi in un paradosso: rafforzare il ruolo della Russia e smantellare i progetti occidentali della sua frammentazione sono obiettivi che richiedono che il Paese prenda un’altra strada, rompendo con il neoliberismo e il regime imposto dal colpo di stato di Eltsin nel 1993, come sottolinea da anni il Partito Comunista, ma avviarlo implica minare il proprio potere e la nuova borghesia russa non vuole correre quei rischi.

La globalizzazione, che doveva essere un ecosistema economico neoliberista guidato dagli Stati Uniti, è crollata e Washington sta ora optando per il caos che spera di poter controllare.

Ma gli Stati Uniti stanno giocando con il fuoco, determinati a impedire l’emergere di un nuovo quadro internazionale con più centri di potere, di un mondo multipolare: gli attacchi alla centrale nucleare di Zaporozhye, gli assassinii in Ucraina e di Daria Dugina a Mosca, gli attentati in territorio russo, hanno alle spalle non solo i servizi segreti ucraini, hanno anche Langley e il Pentagono, e non è da escludere che il governo Biden, riversando calcolo e furia sullo Stretto di Taiwan, farà esplodere anche la polveriera asiatica, mentre la Russia si dibatte nella ricerca del suo futuro.

https://rebelion.org/rusia-en-busca-del-futuro-perdido/

[**] OTSCOrganizatsiya Dogovora o kollektivnoy bezopasnosti. [dalla Treccani] Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Organizzazione intergovernamentale euroasiatica, nata nel 2002 quale sviluppo istituzionale del Trattato di sicurezza collettiva, alleanza militare difensiva stipulata nel 1992 tra alcuni Paesi membri della Comunità degli stati indipendenti (CSI), organizzazione regionale cui aderiscono alcuni Paesi postsovietici. Composta al 2022 da Armenia, Bielorussia, Federazione Russa, KazakistanKirghizistan e Tagikistan, i suoi membri si impegnano a rinunciare all’uso della forza nella risoluzione delle controversie interne e a ritenere l’aggressione esterna contro uno come aggressione contro tutti, autorizzando contromisure comuni. Il principale organo decisionale dell’OTSC è il Consiglio sulla sicurezza collettiva, composto dai capi di Stato e di governo dei paesi membri, che ha il potere di decidere sull’eventualità di un intervento, sulle candidature esterne e sulle sospensioni dei membri. Dal 2019 S. Zas è segretario generale dell’organizzazione, presieduta dal 2021 da N. Pashinyan.

 * Fonte: El Viejo Topo

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

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11 Commenti


  • Vanessa

    Si, Santa Claus exists.🥱🥱🥱


  • Giancarlo

    Molto interessante tutto da verificare .
    Resta il fatto che sono i paesi più grandi a voler risolvere e affrontare le problematiche con la forza mentre non abbiamo nessun peso dalle Istituzioni Internazionali. Il punto può essere risolto solo con
    l ‘apporto Istituzioni superpartes create appositamente dalla Nazioni e con l’apporto fondamentale del giornalismo libero.
    Tutto a partire dai paesi ONU disposti a mettere a disposizione forse indipendenti.
    È un sogno quasi irrealizzabile ma che potrebbe portare benefici incredibili alla causa.


  • Marco

    Che narrazione paleocomunista! Un vero reperto archeologico. La globalizzazione, ormai irreversibile, non parla più questo linguaggio. L’espansionismo bellico di Putin è veramente l’ultimo rigurgito del ‘900. A dominare il mondo sarà il.commercio, la finanza e la tecnica ma tutte queste cose necessitano almeno di un minimo sindacale di libertà, cosa che ne la Russia di Putin ne la Cina di Xi sono nemmeno lontanamente in grado di garantire.


  • Federico

    solamente leggere che gli ucraini stanno attaccando la “russa” Zaporozhye, quando si tratta di territorio ucraino occupato dalla avanzata russa fa capire l’ignoranza e la faziosità di chi ha scritto l’articolo


    • Redazione Roma

      Che gli ucraini abbiano bombardato Zaporizhia è un fatto acclarato anche dagli osservatori internazionali e dall’Aiea, altro che ignoranza e faziosità


  • Marco

    👍


  • Christian

    1) E chi sono stati i primi a bombardare la centrale di Zaporizia quando questa era pienamente (come è sacrosanto che sia) sotto il controllo ucraino?
    Se la sono bombardati da soli gli ucraini??
    Chi era poi a tenere sequestrati i dipendenti ucraini della centrale costringendoli a turni massacranti h24 impedendo loro di darsi il cambio coi colleghi e dove in tali condizioni il possibilissimo errore umano avrebbe potuto causare una catastrofe tipo quella Fukushima??

    Poi col punto successivo si raggiunge veramente l’ apoteosi delle falsità
    2) Finora la Russia si è dimostrata attenta verso i civili???
    Sì a parte quelli che bombarda con missili da crociera, lanciarazzi multipli, cacciabombardieri e droni kamikaze iraniani in:
    ospedali
    stazioni ferroviarie,
    centri commerciali,
    parchi gioco,
    mercati rionali,
    condomini pieni di persone,
    strade trafficate in pieno orario di punta,
    acquedotti,
    centrali termoelettriche

    Non dimentichiamo poi di quanto fatto poi ai civili di Bucha ed una miriade di altri piccoli villaggi che i russi a loro dire volevano liberare ma dove, evidentemente, non hanno trovato nessuno ad attenderli con i fiori…

    Mi raccomando continuate a rigirare e distorcere le informazioni e la realtà ormai acclarata dei fatti a senso unico dove la povera vittima (anziché l’ invasore che ha scatenato la risposta doverosa del mondo libero) è la Russia!

    Ma ci credete davvero tanto rincoglioniti???


    • Redazione Roma

      La sua, non sappiamo se in buona o cattiva fede, è esattamente la narrazione dominante nei mass media guerrafondai, all’unisono. Ed è esattamente quello che non serve, nè a capire la situazione, nè a indicare le soluzioni al conflitto.


  • Lino Ianieri

    Se tutti avessimo ben radicato nella mente la consapevolezza che la vita è solo un lampo di luce tra l’oscurità e le tenbre allora non ci sarebbero più stupide guerre combattute per avidità, egoismo, arroganza, superbia, orgoglio e
    ignoranza…l’umanità sarebbe spinta dall’impulso dell’amore verso se stesso e il creato intero!


  • Antonio

    A occhio sembra una narrazione folosovietica, non viene citato il Donbass e la Crimea, erano territorio Ucraino di un paese sovrano, non bisogna dimencarlo. Come mai dei paesi ex sovietici nessuno si sogna di rientrare nella federazione Russa? Ho visitato la Russia è un paese arretrato e devastato, destinato con l’ottusità della classe dirigente attuale a ritornare isolata che pena per i russi.


    • Redazione Roma

      Narrazione filo-sovietica o filo-russia? Lei fa parecchia confusione ma non riesce a nascondere una pregiudiziale ostilità verso entrambe.

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