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Perù: inizia la mobilitazione permanente

Giovedì 4 dicembre, in Perú, iniziano le mobilitazioni che avranno carattere permanente.

Dopo la breve pausa “concessa” al governo della Presidente usurpatrice Dina Boluarte, con il nuovo anno i popoli peruviani scenderanno in strada per chiedere lo scioglimento del Congreso che il 7 dicembre ha destituito il presidente legittimo Pedro Castillo, la convocazione di elezioni anticipate nel più breve tempo possibile – l’attuale esecutivo le ha fissate per l’aprile del 2024 – e la convocazione di un Assemblea Costituente che ponga le basi per cambiare la Carta approvata sotto la dittatura di Fujimori, esattamente 30 anni fa, che sostituì quella approvata nel 1979.

I popoli peruviani chiedono a gran voce la liberazione di Pedro Castillo, attualmente detenuto in custodia cautelare preventiva nel carcere di Barbadillo, ad Ate-Vitearte, e il giusto castigo per i responsabili dei massacri perpetrati dal 7 dicembre nei confronti dei manifestanti, a causa di una feroce repressione inaspritasi con la proclamazione dello stato d’emergenza – tutt’ora in vigore – promulgato il 14 dicembre con il decreto supremo N°143-2022-PCM.

L’azione della polizia, coadiuvata dalle Forze Armate, ha provocato 28 morti, diverse centinaia di feriti, arresti arbitrari, sparizioni e vere e proprie torture.

La Sala Penal Permanente della Corte Suprema peruviana ha recentemente rigettato l’istanza d’appello del difensore di Castillo, dichiarandola “senza fondamento”.

Castillo è accusato (e incarcerato) per presunto “delito de rebellión” (sedizione, in pratica), ma nega gli addebiti.

Non ho mai commesso un delitto di sedizione. Non mi sono sollevato in armi, e nemmeno ho fatto appello affinché si sollevasse qualcuno”, ha affermato l’ex presidente che dopo la sua destituzione è stato praticamente sequestrato, nonostante avesse chiesto l’asilo politico al Messico.

Di recente un video reso pubblico dall’agenzia Reuters ha mostrato la sequenza dell’uccisione del 51enne Edgar Prado registrata da una telecamera di sicurezza.

Prado, che non stava partecipando alla mobilitazione nella città di Ayacucho – dove il 15 dicembre sono state uccise 10 persone – era uscito di casa per aiutare un manifestante ferito, ma è stato centrato da una Bala.

La polizia peruviana (PNP) non solo si è adoperata con zelo nella repressione dei manifestanti ma aveva promosso con un tweet la convocazione di una “Marcha por la Paz” il 3 gennaio, poi ritirata.

Una palese violazione della Costituzione, come ha fatto osservare Omar Cairo, che vieta a forze dell’ordine e militari di promuovere e partecipare a manifestazioni.

In una recente intervista la Boluarte, incalzata dal giornalista Enrique Patriau di La República, ha sostanzialmente minimizzato l’accaduto dicendo che la polizia ha ritirato il tweet nella ricerca della “pace e la tranquillità”, ma ha rincarato la dose contro i manifestanti.

É un interesse di tutti noi, a parte di questo piccolo gruppo di cittadini che si stanno convocando per questo 4 gennaio, nuovamente, per riprendere le proprie marce di protesta.

Questo è il clima in cui si svilupperanno le mobilitazioni almeno in una decina di regioni del Paese.

Epicentri della protesta saranno la macro regione Sud, Cajamarca e Libertad nel Nord, ed i territori dell’Amazzonia.

Le regioni del Sud sono state l’epicentro organizzativo della proposta della “huelga indefinida” che comincerà oggi con la paralisi di varie attività delle regioni di Puno, Cusco, Apurímac, Moquegua, Madre de Dios, Ayacucho, con una gestione “flessibile” decisa dagli abitanti stessi, assolutamente indisposti ad incontrare chicchessia del governo in carica.

Qui è nata la proposta dello sviluppo anche della “Marcha de Los Cuatros Suyos”, per la quale le popolazioni del Sud del Perú si stanno coordinando con le altri parti del Paese andino. Si tratta di convergere sulla capitale partendo da 4 direzioni.

L’espressione rimanda alle mobilitazioni popolari di fine luglio del 2000, che di fatto accelerarono la crisi del fujimorismo, dopo la discussa e contestata terza elezione di Alberto Fujimori.

L’espressione deriva dalla resa in lingua spagnola del toponimo quechua Tawantinsuyu, letteralmente “le quattro regioni o divisioni”, cioè l’impero Inca: l’Impero più esteso e sviluppato dell’America precolombiana, sorto proprio nelle Ande peruviane.

Nel Sud, che confina con Bolivia e Cile, è alta la volontà di rendersi sempre più autonomi dalla élite al potere a Lima, riappropriandosi delle proprie ricchezze espropriate dalla borghesia compradora e dalle compagnie multinazionali.

José Luis Chapa Díaz, presidente della FDTA, la federazione che unisce una novantina di sindacati della regione di Arequipa dice espressamente che: “Dina non deve solo dimettersi, ma andare in carcere”.

Gli fa eco F. Suasaca, presidente della Federazione che contrasta l’inquinamento ambientale nel territorio del lago Titicaca, secondo cui la lotta mira a “separare il macro Sur dal Paese”.

In questi giorni inizierà anche il “paro agrario” della regione settentrionale di Cajamarca – regione natale di Castillo – con le “rondas campesinas” che dovrebbero, nei giorni a seguire, convergere a Lima.

Intanto, il 3 gennaio più di 100 poliziotti hanno sgomberato da Plaza Manco Capac l’accampamento dei manifestanti che chiedono le dimissioni della Boluarte; da qui doveva partire la Marcha por la Paz organizzata dalla PNP.

La maggior centrale sindacale del Paese, la CGTP, appoggia le mobilitazioni e dà appuntamento alle 5 di pomeriggio nella capitale, come aveva fatto il 15 dicembre scorso, nel giorno dello sciopero generale.

Il Segretario Generale della Confederazione Generale ha affermato recentemente: “per uscire dalla crisi nella quale ci troviamo, il Perù necessità di elezioni generali e dell’inizio di un processo costituente, una nuova costituzione pensata per i peruviani e non per i gruppi di potere economico, gli oligopoli e le multinazionali”.

Anche la Coordinadora de Organizaciones Políticas de Izquierda y Progresistas, che denuncia la dittatura civico-militare del regime al potere, avevano espressamente detto in un comunicato condiviso dal Partido Comunista del Perú – Patria Roja: “parteciperemo alle giornate di lotta che si preparano per gennaio”, con riferimento a ciò che si stava organizzando attraverso vari incontri in diverse regioni del paese.

Non si ferma quindi l’insurrezione di massa nel Paese andino contro la destra oligarchica che ha ordito, insieme agli Stati Uniti, un golpe contro l’ex presidente, leader del sindacato degli insegnanti, proveniente da una delle zone più povere del paese.

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