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“Lodo Moro” e accordi segreti fra Italia e Israele

Nell’Italia della Prima Repubblica la politica estera e quella interna erano strettamente interconnesse ed è stata la Guerra Fredda fra il blocco dell’Est e quello dell’Ovest, «vale a dire l’impossibilità di uno scontro aperto tra forze nemiche, che ha consentito all’Italia di essere al tempo stesso alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante» (pag.11, di “Guida alla politica estera italiana”, di Sergio Romano, casa editrice Rizzoli, Milano, prima edizione febbraio 1993).

Dall’epoca della Grande Guerra Impossibile si è passati «a quella, ben più pericolosa delle molte guerre possibili. Gli avvenimenti di cui siamo stati testimoni fra il 1989 e il 1992, dalle vicende del Golfo alla dissoluzione della Jugoslavia, dimostrano che la politica estera italiana (…) è morta» (pag.12, ibidem).

La politica estera italiana era invece viva, almeno in parte, durante la Prima Repubblica e soprattutto negli anni ’70 e ’80.

A quel tempo, l’Italia sarebbe stata filo-araba e antisraeliana e ciò «fu dimostrato (…) dai suoi rapporti, prima informali poi ufficiali, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sino all’udienza che il Presidente della Repubblica e il Ministro degli Esteri dettero al suo leader Yasser Arafat, nel settembre del 1982» (pag. 155, ibidem).

Su quest’ultima questione, Sergio Romano è però contraddittorio rispetto alle proprie tesi precedentemente riferite. In quegli anni, l’Italia da un lato era alleata degli Stati Uniti d’America, del blocco occidentale e di Israele e dall’altro manteneva i margini della propria autonomia relativa nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu e, su questa base, appariva molto diplomatica verso i paesi del “socialismo reale” e soprattutto verso i paesi e i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa.

In questo senso, è sbagliato ritenere che l’Italia di allora, peraltro attraversata da significativi conflitti fra le classi sociali, fra le generazioni e fra le consorterie politico-affaristiche, rischiasse di finire sotto l’orbita di Mosca e che fosse caratterizzata da una netta divisione fra “filo-arabi” e “filo-israeliani” e da una vera e propria egemonia dei primi.

A quel tempo, i dirigenti neofascisti del Movimento Sociale Italiano, che cercavano di presentarsi come i più fedeli difensori della Nato e dell’ideologia anticomunista, accusavano i governanti di spianare la strada a un possibile governo di sinistra o al “compromesso storico” fra il Pci e la Dc e di essere contro Israele.

In realtà, quell’accusa costituiva una specie di illusione ottica.

L’eventualità di un governo di sinistra era preventivamente rifiutata dal Pci di Berlinguer fin dall’autunno del 1973 e la connessa strategia del “compromesso storico”, nata proprio in quel periodo, non riuscì mai a permettere che qualche dirigente del Pci facesse parte del Consiglio dei Ministri di un governo della Prima Repubblica e, da questo punto di vista, si risolse in un completo fallimento.

La verità è molto più semplice: dopo le elezioni del 1948 e l’adesione dell’Italia alla Nato del 1949, i governanti italiani condussero una politica interna dialogante col Pci, sia pur con alterne vicende e perfino con momenti di dura conflittualità, come successe nel luglio del 1960 col governo Tambroni, ma escludevano sempre la possibilità dell’ingresso dei dirigenti o dei “tecnici” del Pci nel governo.

E, nella sostanza, prendevano in eredità molti tratti culturali, giuridici, amministrativi e politici dal ventennale regime monarchico-fascista (ad esempio, mantenendo il codice penale del 1930 e riciclando molti dei precedenti funzionari degli apparati burocratici e militari dello Stato) e portavano avanti una politica estera contraddistinta da un atlantismo con alcuni spazi di autonomia, cioè da un atlantismo con “la schiena dritta” e non del tutto servo.

Nel quadro di quel tipo di politica interna, in cui il potere della Dc logorava il Pci, un partito in transizione fin dai primi anni ’70 dall’orbita dell’Urss a quella degli Usa passando per “l’eurocomunismo”, e di quel tipo di politica estera, alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante, “filo-israeliana” già dai tempi di De Gasperi (Dc) e di Pietro Nenni (Psi) e poi anche “filo-araba” con i successivi dirigenti della Dc (Rumor, Moro, Andreotti) e del Psi (Craxi), nacque il cosiddetto «lodo Moro», che la ricerca storica deve studiare chiamandolo in modo più che preciso, tenendone ben presente il contesto e dando il giusto peso a fatti e parole. Cioè senza mai far prevalere le seconde sui primi.

In caso contrario, ad esempio facendo confusione fra la realizzata formula governativa della “solidarietà nazionale” (1976-1979) – un evento del tutto compatibile con la presidenza Usa di Jimmy Carter e le linee guida della Commissione Trilaterale – e il mai realizzato“compromesso storico”, teorizzato da Enrico Berlinguer, e ignorando la paradossale ed equilibrata unità nella politica estera italiana delle tendenze “filo-arabe” e di quelle “filo-israeliane”, si giungerebbe ad accusare Moro, in maniera tanto dietrologica quanto falsa, di aver favorito i nemici dell’Occidente, della Nato e di Israele.

Lo stesso «lodo Moro» resterebbe una leggenda, come quella di chi ne coniò il termine allo scopo di creare la “pista palestinese” rispetto alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, per altro senza mai assumersene la responsabilità di fronte ai giudici competenti.

La locuzione «lodo Moro» senza le virgolette è del tutto infondata

«(….) Francesco Cossiga utilizzò l’espressione «lodo Moro» una prima volta, il 20 luglio 2005, in una missiva indirizzata al deputato di Alleanza nazionale Enzo Fragalà, e poi in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul «Corriere della Sera» nel 2008» (pag. IX di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato. 1969-1986” di Valentine Lomellini, Editori Laterza, Bari-Roma, prima edizione gennaio 2022).

La locuzione «lodo Moro», essendo priva di criteri scientifici, cioè di analisi scrupolose, documentate e logiche, può essere usata quindi solo con le virgolette.

Il lodo Moro

Senza queste ultime deve necessariamente essere invece trasformata: parlare di ‘lodo Italia’, come ha proposto Valentine Lomellini per designare gli accordi segreti dell’Italia sia con le controparti palestinesi che con paesi arabi “sponsor” del “terrorismo arabo-palestinese” – come Iraq, Libia e Siria – è un significativo passo in avanti, perché oltre a Moro coinvolse anche altri personaggi politici del calibro di Rumor, Andreotti e Craxi. Ma in ogni caso non va inteso come lodo isolato fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi.

Parallelamente è infatti opportuno parlare degli accordi segreti fra Italia e Israele in relazione ai rapporti diplomatici occulti e informali fra lo stato italiano e quello israeliano che, iniziati negli anni ’50, sono poi stati rinnovati in seguito.

In questo modo possiamo relativizzare sia gli accordi segreti degli anni ’70 e ’80 fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, sia gli accordi segreti di lunga durata e, in sintesi, di valenza strategica, fra l’Italia e lo stato israeliano.

Fatte queste precisazioni, passiamo ad analizzare la genesi del «lodo Moro» che, fra l’altro, è quello su cui ci sono fin troppe analisi prive di fondamento.

La nascita del «lodo Moro»

La “guerra dei sei giorni”, combattuta dal 5 al 10 giugno 1967, terminò con la conquista israeliana della penisola del Sinai e della Striscia di Gaza a danno dell’Egitto, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a svantaggio della Giordania, nonché delle alture del Golan a discapito della Siria.

Subito dopo tale esito, quella brevissima guerra si configurò come un evento dagli effetti politici molto duraturi. Da un lato indebolì la forza dei paesi arabi e l’influenza dell’Urss nel Medio Oriente; dall’altro provocò nuove polemiche e divisioni fra gli arabi, spinse l’Olp a diventare più autonoma rispetto a prima, favorì l’estensione territoriale israeliana e fece costituire un’alleanza strategica fra gli Usa e Israele. Uno Stato, quest’ultimo, che così divenne l’avamposto statunitense nella regione; cioè una novità politica da rispettare e difendere da parte di tutti i paesi del blocco occidentale.

In quel nuovo quadro del sistema degli Stati nacque la risoluzione n. 242, adottata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con la quale si puntava a contrastare l’allargamento territoriale di Israele e a ristabilire i confini esistenti prima della “guerra dei sei giorni”.

Israele invece, lungi dall’accettare quella risoluzione, mantenne il controllo dei territori occupati e decise di riunificare Gerusalemme annettendo la parte orientale. In questa situazione, i palestinesi si sentirono così tanto frustrati e delusi che qualche mese dopo, cioè nel 1968, iniziarono un periodo di attentati al di fuori dello stesso Israele.

A sua volta, nel volgere di pochi anni, questa situazione si aggravò per tutte le organizzazioni e istituzioni dell’area medio-orientale e si determinarono conflitti perfino fra le forze arabe.

Nel settembre 1970, dopo il dirottamento di quattro aerei nell’aeroporto di Zarqa (dove furono poi fatti esplodere), re Hussein di Giordania, forte del sostegno statunitense, israeliano e britannico, scatenò una repressione militare nel proprio territorio contro i palestinesi lì residenti.

La Siria e l’Urss, avendo fatto rispettivamente poco o nulla, non riuscirono a contrastare tale offensiva. L’Egitto non si mosse a sufficienza per dare una soluzione politica a quel conflitto. Molti palestinesi, in quel contesto, furono costretti a lasciare la Giordania e alcuni di loro diedero vita all’organizzazione clandestina “Settembre Nero”.

Da uno scenario internazionale e medio-orientale pieno di sangue e cinismo nacque il gruppo palestinese denominato “Settembre nero”, in riferimento alla repressione giordana.

Fra le azioni militari compiute da questa organizzazione, due ebbero come epicentro l’Italia ed esse, lo diciamo soltanto per inciso, dimostrarono subito che il “terrrorismo palestinese”, lungi dall’essere “motore del terrorismo internazionale”, come invece ritiene lo studioso di storia contemporanea Gianluca Falanga (pag. 81 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021), aveva dei criteri culturali e dei modelli operativi molto diversi rispetto a quelli di organizzazioni europee come le Brigate Rosse, la Raf, l’Ira e l’Eta.

Negare questa evidenza, come se fra l’altro non ci fossero stati fatti politici come il big-bang del 1968, le lotte dell’operaio-massa, la messa in pratica della parola d’ordine di Che Guevara di “creare due, tre, molti VietNam” e l’esperienza di movimenti guerriglieri metropolitani come i Tupamaros dell’Uruguay e l’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP) dell’Argentina, non è un buon servizio a favore della ricerca storica.

Cerchiamo allora di conoscere i fatti, perché essi parlano da soli!

Il 4 agosto 1972 ci fu un attentato contro i serbatoi di stoccaggio del petrolio greggio situati presso la località di Mattonaia, a San Dorligo della Valle, in provincia di Trieste, che provocò gravi danni ambientali con l’inquinamento dell’atmosfera e del sottosuolo.

In seguito, il 16 agosto 1972, si verificò invece il tentativo di far esplodere un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, partito da Fiumicino e diretto a Tel Aviv con 140 passeggeri a bordo, che fu costretto a rientrare all’aeroporto romano dopo lo scoppio di un ordigno nella stiva. Dato che quest’ultima era stata blindata per precauzione e all’insaputa degli attentatori, l’aereo non precipitò e i danni non furono ingenti.

Come poi si seppe, “l’esplosivo era nascosto in un mangianastri portato inconsapevolmente nell’aereo da due ignare ragazze inglesi alle quali era stato regalato da due giovani arabi che avevano conosciuto a Roma nei giorni precedenti. I due (Zaid Ahmed e Adnan Ali Hussein), grazie alla testimonianze delle ragazze, vennero arrestati alcuni giorni dopo dalle forze di sicurezza italiane. Nonostante l’imputazione fosse gravissima, però, il 13 febbraio 1973 furono scarcerati.

Precisato che il motore delle vicende storiche è, in ultima analisi, la lotta fra i gruppi e le classi sociali, come per altro pensava un certo Karl Marx, andiamo avanti.

Secondo Giacomo Pacini, la scarcerazione dei due giovani arabi fu preparata da un rapporto informativo che, in data 17 dicembre 1972, il Sid aveva inviato al Ministero dell’Interno e secondo il quale sarebbero stati in atto dei colloqui riservati e non ufficiali coi vertici di “varie, note organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi” e che nel quadro dei questi colloqui “veniva considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in carcere italiano”.

Sedicenti “interlocutori qualificati”, infatti, avevano chiesto che ai due fosse assicurato il massimo benessere, esaminando anche la possibilità di porli in condizione di disporre di somme di denaro e soprattutto di esaminare la possibilità “di conseguire la massima celerità nello svolgimento degli atti di competenza della magistratura (…)”. (vedasi il link precedente).

Il fallito attentato finì nel dimenticatoio e lo stessa cosa capitò in merito alla rapida scarcerazione dei due giovani arabi.

Un’altra e ben più famosa azione di “Settembre nero” ci fu invece il 5 e il 6 settembre 1972 ed avvenne a Monaco in occasione delle Olimpiadi.

All’alba del 5 settembre 1972 un commando di otto fedayn penetrò nel villaggio olimpico e prese d’assalto gli alloggi della squadra israeliana, uccidendo subito due atleti e prendendone in ostaggio altri nove. In cambio della loro liberazione i terroristi richiesero l’immediata scarcerazione di oltre 200 prigionieri palestinesi e dei “compagni di lotta” tedeschi Andreas Baader e Ulrike Meinhof.

Per la prima volta nella storia, la tragedia si consumò in diretta televisiva. Dopo una giornata di trattative, i sequestratori ottennero di essere trasferiti con gli ostaggi nella base aerea di Furstnfeldbruck. Un maldestro tentativo di liberazione intrapreso dalla polizia tedesca provocò la morte di tutti gli atleti sequestrati, assassinati dai terroristi a bordo degli elicotteri sui quali erano stati caricati. Nello scontro a fuoco trovarono la morte anche cinque fedayn e un poliziotto tedesco” (pag. 82 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021).

La successiva operazione “ira di Dio”, lanciata ufficialmente a scopo vendicativo e su scala internazionale dal governo israeliano, diretto a quel tempo dalla signora Golda Meir, contribuirono a far sviluppare il conflitto israelo-palestinese anche in Italia.

Non a caso, il primo teatro dell’operazione “ira di Dio” fu Roma.

Qui, il 16 ottobre 1972, due uomini del Mossad, il servizio segreto israeliano, piazzarono dodici pallottole Beretta calibro 22 nel corpo del palestinese, nato trentotto anni prima a Nablus, Wael Zwaiter che secondo Israele avrebbe avuto la responsabilità nell’organizzazione del fallito attentato di due mesi prima sul Boeing 707 della compagnia israeliana El Al (vedasi: pag. 191 e 192 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano” di Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2014).

Otto mesi dopo l’uccisione di Wael Zwaiter, precisamente il 17 giugno del 1973 e nella romana piazza Barberini, si verificò la deflagrazione accidentale di una Mercedes 200 carica di esplosivo e ciò provocò il ferimento di due arabi che vi si trovavano a bordo (Abdel Hamidi Shilj, 28 anni, con passaporto giordano, e Abdel Hadi Nakaa, 34 anni, con passaporto siriano).

Subito dopo quest’ultimo evento, l’ambasciatore statunitense John Volpe criticò lo Stato italiano. Secondo il suo rapporto inviato a Washington, la “politica antiterroristica” dell’Italia si basava «sul coordinamento con gli altri Paesi europei, intese informali con i fedayin e gli israeliani, la disponibilità a pagare riscatti quando siano in gioco vite umane, dando la precedenza alla sicurezza nazionale» (vedasi “Nixon: «L’Italia troppo amica di arabi e cinesi»” di Angelo Bitti, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Per l’ambasciatore statunitense l’Italia «continuerà ad appoggiare le nostre misure internazionali, ma con espedienti che le consentano di soddisfare le sue esigenze interne e non ledano i suoi rapporti con gli arabi e Israele» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Sulla base delle informazioni da lui ricevute dai servizi segreti italiani, gli attentatori nel territorio italiano «non appartengono alle grandi organizzazioni palestinesi, che si sono impegnate a non colpirla, ma sono schegge impazzite» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004). Inoltre l’Italia «tollera operazioni antiterroristiche israeliane sul suo territorio» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Queste osservazioni di John Volpe, espresse quando il governo italiano in carica era quello denominato ‘Andreotti II’ (26/6/1972 – 7/7/1973), denotano l’esistenza di una palese contraddizione della politica estera italiana. Le intese informali dello Stato italiano con i fedayin e gli israeliani fanno ancora parte di una strategia che, essendo composta da accordi segreti privi di interdipendenze regolatrici, non riesce ad evitare le attività sanguinarie degli uni e degli altri nel Bel paese.

La gestazione e la nascita di un diverso approccio strategico – quello che chiamiamo “lodo” fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi – si hanno invece con i due governi successivi, il Rumor IV (7/7/1973-14/3/1974) e il Rumor V (14/3/1974-23/11/1974), quando in entrambe le circostanze Aldo Moro è Ministro degli Esteri.

Il lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, in base al quale per diversi anni viene garantita una tregua israelo-palestinese sul territorio italiano, nasce infatti dopo una serie di eventi specifici verificatisi dall’estate del 1973 ai primi mesi del 1974.

Tanto per essere più chiari, vediamone alcuni fra i più rilevanti.

Partiamo dalla Norvegia.

Il 21 luglio 1973, nella città di Lillehammer, il cameriere marocchino Ahmed Bouchiki, considerato erroneamente un “terrorista palestinese”, viene ucciso in strada da una squadra del Mossad mentre sta tornando a casa dopo il cinema insieme alla moglie norvegese incinta. Nei giorni successivi la polizia riesce però a catturare sei degli agenti segreti israeliani partecipanti a quell’operazione e la notizia fa subito il giro del mondo.

Passiamo all’Italia.

Il 13 agosto 1973, durante il quarto governo Rumor, si viene a sapere ufficialmente della scarcerazione di alcuni arabi: “Il giudice istruttore Giuseppe Pizzuti, su richiesta degli avvocati difensori, ha concesso la libertà provvisoria ai due arabi proprietari della «Mercedes» che il 17 giugno scorso, saltò in aria a piazza Barberini per l’esplosione di alcuni ordigni nascosti sulla vettura. Gli imputati – Abdul Shiblj, giordano, e Abdel i Nakaa, siriano – sono stati assegnati al soggiorno obbligato.

I due si trovavano a bordo della «Mercedes» con targa tedesca, la mattina del 17 giugno, quando la vettura saltò in aria incendiandosi ed essi rimasero feriti. Secondo i loro avvocati difensori sono vittime di un attentato. Scarcerati anche i due arabi arrestati, nell’aprile scorso, all’aeroporto dl Fiumicino, dopo essere stati sorpresi con sei bombe a mano e due pistole. I due – Gholan Mirzaga e Shirazl Bahrami Risa – erano stati condannati a 4 anni ciascuno” (“Esplosione di piazza Barberini: in libertà i due arabi”, Unità, pagina 8 di Roma-Regione, del 14 agosto 1973).

In seguito, precisamente il 5 settembre, a Ostia viene arrestato Ghassan Avienehmed Al Hadith, nella cui abitazione presa in affitto vengono trovati due missili terra-aria, e nel centro di Roma, all’hotel Atlas di via Rasella, sono arrestati Gabriel Khouri, Amin el Hindi, Mahmoud Nabil Mohamed e Al Tayeb Al Fergani.

I cinque arabi, oltre ad essere accusati di detenzione aggravata di armi e falso in documenti, sono sospettati di aver introdotto in Italia delle armi da guerra e di voler compiere un attentato ad un aereo della El Al in decollo da Fiumicino.

Questo episodio, come si saprà molti anni dopo, è l’esito di una trappola orchestrata da Ashraf Marwan, un diplomatico egiziano che fa la spia per conto del Mossad.

A febbraio del 1973, nel Sinai, alcuni caccia israeliani avevano abbattuto un aereo civile libico provocando la morte di centinaia di persone. A quel punto il leader libico “Gheddafi giurò vendetta. (…) Il presidente Sadat aveva deciso di dare manforte alla Libia e aveva incaricato Marwan di far avere ai terroristi due missili Strela di fabbricazione sovietica. Marwan inviò i due terra-aria a Roma con la valigia diplomatica.

A Roma li caricò sulla sua auto, incontrò Al-Hindi in un lussuoso negozio di scarpe di via Veneto, acquistò due grandi tappeti, se ne servì per avvolgere i due missili e li trasportò personalmente in metropolitana fino al covo dei terroristi in città. I terroristi si prepararono a lanciare i missili, ignari del fatto che Marwan aveva già allertato il Mossad, che a sua volta aveva avvertito gli italiani” (pag. 228 e 229 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano”, di Michael Bar-Zohar, Nissim Mishal, editore Feltrinelli, 2012).

Il 6 ottobre, all’inizio della guerra dello Yom Kippur, Israele si trova in difficoltà. Come si saprà solo nel 1987 sulla base delle indagini del giudice Mastelloni, la mattina di quel giorno l’addetto militare israeliano incontra a Roma l’ammiraglio Vitaliano Rauber, allora capo del IV Reparto dello Stato Maggiore della Difesa, e gli chiede “se era possibile ottenere d’urgenza dei pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara”.

Come aggiunge il generale Piovano, quella mattina “gli israeliani chiesero munizioni” e “furono invitati in mia presenza dal sottocapo di stato maggiore a rivolgersi al ministero degli Esteri tramite l’ambasciatore israeliano a Roma” (vedasi: “Israele? Amici anche loro”, di Antonio Carlucci, in Panorama, 9 luglio 1989).

Il governo italiano, con il beneplacito del ministro degli Esteri Aldo Moro, fa consegnare a Israele, in segreto e scavalcando i divieti legislativi per il traffico di armi con i paesi in guerra, sia i pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara che le munizioni per quei cannoni.

A livello pubblico mostra invece una diversa posizione rispetto alla guerra del Kippur.

Sulla scia di quanto succede nei principali paesi europei dell’Alleanza Atlantica, l’Italia nega agli Usa la possibilità di usare il proprio spazio aereo per inviare armi e rifornimenti a Israele, poiché il conflitto risulta esterno alle competenze della Nato (vedasi: 160 Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit., pp. 1226 sg.; M. Del Pero, Distensione, bipolarismo e violenza: la politica americana nel Mediterraneo durante gli anni Settanta. Il caso portoghese e le sue implicazioni per l’Italia, in Tra guerra fredda e distensione, cit., p. 129; Tosi, La strada stretta. Aspetti della diplomazia multilaterale italiana (1971-1979), cit., p. 250).

Solo il regime neofascista portoghese concede parte del proprio territorio per il “ponte aereo” degli aiuti statunitensi a Israele.

Lo stesso ministro degli Affari Esteri Aldo Moro, celando la verità ben sapendo di celarla, il 17 ottobre 1973 afferma quanto segue al Senato: “Da parte italiana ci si è sempre astenuti e ci si astiene da ogni intervento, in particolare da forniture di armi, che possa aggravare la situazione nelle zone di tensione, in particolare per quanto riguarda il Medio Oriente.” (vedasi: pag. 50 di “Testi e documenti sulla politica estera dell’Italia” del Ministero degli Affari Esteri, 1973).

Questi sono alcuni dei fatti principali che precedono la nascita del lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, ma alcuni storici e i giornalisti non riescono ad inquadrarli nel loro preciso contesto e nemmeno a capirne il significato.

Dell’omicidio del giovane marocchino Ahmed Bouchiki, compiuto il 21 luglio 1973 in Norvegia dallo stesso gruppo di fuoco che nel 1972 uccise a Roma il palestinese Zwaiter, non ne fa cenno quasi nessuno. Dell’arresto dei 5 palestinesi se ne parla invece in modo enfatico, senza far capire che quell’operazione fu l’esito di una trappola del Mossad e, come poi vedremo, senza far conoscere le caratteristiche della sentenza emessa nei loro confronti il 27 febbraio 1974.

Della guerra dello Yom Kippur (6–25 ottobre 1973) e dell’importante aiuto italiano a Israele molti non sembrano tenerne in debito conto anche se la vera politica estera di un paese si esprime nei periodi di guerra, anche e in particolare in segreto. Alcuni invece, senza fornirne prove sufficienti e logiche, sostengono che il «lodo Moro» nacque in un giorno preciso, col solo avallo politico da parte di Aldo Moro e proprio mentre la situazione risultava essere molto incandescente nei rapporti fra israeliani e arabi.

Il «lodo Moro» secondo Miguel Gotor

Secondo il “Memoriale della Repubblica” (Einaudi, 2011) di Miguel Gotor, il «lodo Moro» sarebbe “un accordo segreto stipulato il 19 ottobre 1973 tra Moro, allora ministro degli Esteri e i rappresentanti dell’Olp, nei giorni in cui infuriava la guerra dello Yom Kippur tra Israele ed Egitto”.

A pagina 417 , nella nota 9, si legge:

Per la data dell’accordo si veda l’informazione tratta da un appunto del Sid, classificato «Riservatissimo», proveniente da II Cairo e utilizzato nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di Venezia, procedimento penale n. 204 del 1983, pp. 1161-63 (Flamigni, La tela del ragno, 2005, pp. 197-98).”

Dalle parole scritte da Gotor e dalla semplice nota da lui riportata sulla fonte informativa si potrebbe giungere alla conclusione che il 19 ottobre 1973 Moro abbia incontrato “i rappresentanti dell’Olp” a Il Cairo e che, di conseguenza, abbia fatto un accordo segreto con i palestinesi appena una quarantina di giorni dopo l’avvio del processo di riconoscimento internazionale dell’Olp determinatosi nella Conferenza di Algeri dei paesi non allineati (5-9 settembre 1973), con largo anticipo rispetto alla riunione della Lega Araba svoltasi ad Algeri il 26 novembre 1973 con cui l’Olp è riconosciuto come unico rappresentante del popolo palestinese.

In realtà, il 19 ottobre 1973 il ministro degli Esteri Aldo Moro non incontra nessun rappresentante dei palestinesi nella capitale egiziana. Si trova a Roma ed ha un significativo impegno politico a cui non può certo sottrarsi. Deve partecipare ad una riunione (di circa 3 ore) della Direzione della Dc nel corso della quale presenta una relazione “sull’attività del governo italiano per far cessare la guerra nel Medio Oriente. Quest’azione è stata pienamente apprezzata e condivisa dalla direzione Dc, che ha chiesto che i 9 paesi della Comunità Europea parlino “con una voce sola” e che sia applicata la risoluzione dell’ONU (22 novembre 1967) per garantire l’esistenza di Israele e per risolvere il problema palestinese, così da giungere ad un “vero assetto di pace” …” (vedasi: “Fanfani ha mandato due ispettori a Napoli”, di Lamberto Furno, La Stampa, sabato 20 ottobre 1973).

Quella data ha una certa importanza in quanto, grazie a Fanfani e all’avvio di una attenzione multilaterale ai problemi del Medio Oriente da parte dei dirigenti della Democrazia Cristiana e anche di quelli del Partito Socialista Italiano, si caratterizza come uno dei momenti della travagliata gestazione del «lodo Moro».

L’appunto del Sid proveniente da Il Cairo parlava infatti di un incontro diplomatico presso l’ambasciata italiana fra due funzionari del ministero degli Esteri – il ‘primo consigliere’ Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano – e il rappresentante dell’Olp Said Wasfi Kamal.

Quest’ultimo, in cambio dell’impegno che nessuna azione dei fedayin avrà più luogo in Italia, chiede la liberazione dei cinque arabi arrestati il 5 settembre 1973.

La proposta, secondo Sergio Flamigni, sarebbe poi stata esaminata “il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi».

La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere” (pagine 197-198 del libro “La tela del ragno. Il delitto Moro” di Sergio Flamigni, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003).

Questa narrazione risulta però imprecisa per quattro motivi.

Prima di tutto, la riunione del 25 ottobre 1973 dimostra che il Ministero degli Esteri, allora guidato da Aldo Moro, intende trovare una soluzione “per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi” e dai “pericoli di ritorsione da parte israeliana”, ma per tale scopo non basta certo un’intesa con l’Olp.

Serve, come minimo, anche un’intesa con lo stato israeliano, in particolare col Mossad che a quel tempo ha già stabilito degli stretti rapporti con l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, ridefinito Servizio informazioni generali e sicurezza interna (Sigsi) nel 1970 e diretto da Federico Umberto D’Amato a partire dal novembre 1971.

In secondo luogo, a differenza di quanto potrebbe far pensare la ricostruzione di Sergio Flamigni, il 25 ottobre 1973 non è una data come un’altra. Quel giorno, alle ore 9 italiane e per la prima volta dopo la crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962, le forze armate statunitensi passano allo stato di allarme atomico – compresa la base della Maddalena che nel 1972 il governo Andreotti aveva concesso agli Usa raggirando gli art.11-80-87 della Costituzione – e poi, alle ore 12 italiane, lo comunicano alla Nato (vedasi: “Morire per gli altri” di Tino Neirotti su Stampa Sera del 26 ottobre 1973; “Medio Oriente. Truppe USA in Europa in preallarme” in Lotta Continua del 26 ottobre 1973; “La giornata della tensione atomica Urss-Usa. La Nato apprese l’allarme dalle notizie dei quotidiani” di Giorgio Fattori su La Stampa del 4 novembre 1973).

La pressione orchestrata dal segretario di Stato Usa Henry Kissinger spinge l’Urss sulla difensiva e fa in modo che, nel pomeriggio, il Consiglio di sicurezza dell’Onu prenda la decisione di mandare i caschi blu in Medio Oriente, senza la partecipazione di grandi potenze, per garantire la tregua fra Egitto e Israele (vedasi: “Forze dell’ONU nel Medio Oriente”, L’Unità, 26 ottobre 1973).

In terzo luogo, il 25 ottobre 1973 Moro non partecipa alla riunione convocata presso il Ministero degli esteri. Nella tarda mattinata del 23 ottobre 1973, infatti, il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il ministro degli Esteri Aldo Moro partono per un viaggio diplomatico nei paesi del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e rientrano in Italia la sera del 31 ottobre (vedasi: “Leone e Moro in Olanda”, Stampa Sera, notizia Ansa del 23 ottobre 1973: “Iniziativa europea proposta all’Aja da Leone e Moro” di Orazio Pizzigoni, l’Unità, 25 ottobre 1973; “Il presidente Leone a Bruxelles accolto da Baldovino e Fabiola” di Nicola Adelfi, La Stampa, 30 Ottobre 1973; “Leone: trasformare il Mec in una comunità di popoli” di Nicola Adelfi, La Stampa, 31 Ottobre 1973).

In quarto luogo, il 25 ottobre 1973 su diversi quotidiani si parla di nuovo dell’omicidio del palestinese Wael Abdel Zwaiter avvenuto a Roma il 16 ottobre 1972: “Da Oslo la conferma: fu un commando di killers israeliani ad uccidere Zuaiter” (Zwaiter, ndr; ), Lotta Continua; “Da Oslo investigatori per il caso Zwaiter. Sei arrestati per l’assassinio di un marocchino in Norvegia, indiziati per il secondo delitto a Roma”, L’Unità.

Il sospetto, avanzato una settimana prima, che ci sia una connessione fra l’omicidio di Zwaiter e quello del giovane marocchino ucciso in Norvegia il 21 luglio 1973 trova delle clamorose conferme (“Rintracciati i killers che uccisero Zwaiter?”, L’Unità, 18 ottobre 1973).

Dire o lasciar intendere perciò che il 25 ottobre 1973 Moro avrebbe fatto qualcosa direttamente a Roma, ad esempio presso il ministero degli Esteri, è un’informazione non rispondente al vero. L’allora ministro degli Esteri, oltre a non avere il dono dell’ubiquità, era abituato a riflettere a lungo prima di prendere una decisione molto delicata.

La riunione del 25 ottobre 1973 presso il ministero degli Esteri, si svolge senza la presenza diretta di Aldo Moro e proprio il giorno dell’allarme atomico delle forze armate degli Usa e delle nuove notizie sulle “operazioni speciali” del Mossad; affronta alcuni problemi di politica estera e interna particolarmente intrecciati.

In questo ambito cerca di valutare la proposta dell’Olp e, nonostante il parere contrario di Silvano Russomanno a qualsiasi forma di soluzione politica a tale riguardo, si conclude senza rifiutare a priori l’idea lanciata da Said Wasfi Kamal sei giorni prima.

La stessa partecipazione di Russomanno, personaggio del Servizio informazioni generali e sicurezza interna (SIGSI), è particolarmente significativa. Tale personaggio che, pur sapendo bene come stiano le cose e non “stranamente” come invece dichiara Sergio Flamigni, nega che si possano manifestare delle azioni sanguinarie in Italia da parte dei servizi segreti israeliani.

Sul piano politico ciò significa che la riunione coinvolge nel dibattito anche una fazione particolarmente filo-israeliana del Ministero degli Interni, in quanto servirebbe un accordo sia con l’Olp che con Israele per evitare il ripetersi nel territorio italiano del sanguinoso conflitto fra israeliani e palestinesi.

In sintesi: l’evento del 19 ottobre 1973 a Il Cairo e quello del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli esteri italiano sono soltanto due fra i momenti della lunga e triangolare attività diplomatica fra Italia, Israele e forze combattenti arabo-palestinesi che, come un work in progress, tende a far nascere il «lodo Moro» in maniera compatibile rispetto al preesistente lodo Italia-Israele.

Il «lodo Moro» secondo Cossiga

Il 30 ottobre 1973 Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan vengono scarcerati grazie ad un provvedimento di libertà provvisoria “perché, secondo il giudice istruttore, hanno avuto un ruolo secondario nella operazione che fortunatamente non fu realizzata” (vedasi: “È rinviato il processo agli arabi del missile”, La Stampa del 29 dicembre 1973).

Secondo una ricostruzione fatta molti anni dopo dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, «Moro intervenne personalmente sul presidente del tribunale, con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie e fece concedere ai terroristi la libertà provvisoria» (vedasi pag. 26 di “Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di settembre nero” di Annalisa Giuseppetti e Salvatore Lordi, editore Rubbettino, 15 giugno 2010).

In altre parole, fra il 25 e il 30 ottobre 1973 Aldo Moro sarebbe intervenuto personalmente per favorire quella specifica opzione, ma la ricostruzione di Cossiga è basata solo su alcuni vaghi ricordi e qualche sentito dire che non risultano compatibili rispetto ai più elementari metodi relativi ad una buona e onesta ricerca storica.

In quei giorni – come si è detto – il Ministro degli Esteri Aldo Moro non si trova in Italia. Non può intervenire direttamente sul magistrato competente ed è molto improbabile che, perfino dopo lo scandalo delle intercettazioni telefoniche emerso in Italia l’8 febbraio 1973, abbia comunicato con lui telefonicamente per discutere una questione così delicata.

Infine, tanto per confermare quanto si è già accennato, il provvedimento di libertà provvisoria per Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan, concomitante rispetto al deposito della sentenza di rinvio a giudizio, non viene emesso dal “presidente del tribunale” ma dal giudice istruttore. Il nome di quest’ultimo è Leonardo Zamparella (vedasi: “Processo ai cinque arabi del missile di Roma”, La Stampa del 14 dicembre 1973).

Torniamo perciò ai fatti acclarati.

Il 30 ottobre Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan escono dal carcere di Viterbo, sono presi in consegna da alcuni dirigenti del Sid e trovano alloggio in un appartamento di Roma gestito dai servizi segreti. Il giorno successivo, accompagnati dal colonnello Giovan Battista Minerva, dal capitano Antonio Labruna, dal colonnello Stefano Giovannone e dal tenente colonnello Enrico Milani, salgono a bordo di un aereo Douglas C-47 Dakota dell’Aeronautica Militare italiana, denominato Argo 16, che da Ciampino li porta in Libia dopo una sosta a Malta.

Nemmeno un mese dopo troviamo Argo 16 nelle cronache di un episodio a dir poco inquietante.

Proprio quell’aereo, che fra l’altro aveva svolto missioni speciali per il SIOS ed effettuato le misure elettroniche nell’Adriatico contro la rete radar jugoslava (vedasi: audizione dell’ammiraglio Fulvio Martini del 27 luglio 1999 di fronte alla Commissione parlamentare sulle stragi), il 23 novembre 1973 esplode in volo.

Precipita nelle vicinanze di svariate industrie chimiche di Marghera, facendo correre il rischio di una colossale catastrofe ecologica. Per questo motivo muoiono cinque persone dell’equipaggio: il tenente colonnello Borreo Enano, il maresciallo Luigi Bernardini, il tenente colonnello Mario Grandi e il maresciallo Aldo Schiavone.

Come si andrà a ipotizzare pubblicamente solo negli anni ’80, da parte del giudice Carlo Mastelloni, Argo 16 potrebbe essere stato sabotato dal Mossad.

D’altra parte, difficilmente il Mossad avrebbe potuto assumersi tale compito senza l’avallo o la diretta complicità delle forze militari statunitensi presenti nel Veneto.

Il divieto agli Usa di usare lo spazio aereo italiano per inviare armi e rifornimenti a Israele durante la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la liberazione di Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono fatti che, in primis, non piacciono al presidente e repubblicano statunitense Richard Nixon e al governo israeliano di Golda Meir.

In quella situazione, già di per sé ingarbugliata, il governo italiano continua a mantenere segreta la verità, conosciuta fra gli altri dall’ambasciatore Usa a Roma John Volpe, sulla tolleranza verso le azioni omicide dei servizi segreti israeliani sul territorio dell’Italia.

In questo modo, com’è logico che sia, la politica italiana risulta inaffidabile agli occhi del mondo arabo.

Il 26 novembre 1973, in particolare, la Lega Araba riunitasi ad Algeri non inserisce l’Italia “fra i Paesi amici o neutrali cui veniva garantito un trattamento di favore nella fornitura di greggio” (pagina 194, “Mediterraneo e Medio Oriente nella politica estera italiana” di Francesco Perfetti, in La Comunità Internazionale, fasc. 2/2011, Editoriale Scientifica srl) e al tempo stesso riconosce l’OLP come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese.

Il governo italiano cerca allora di essere più “diplomatico” col mondo arabo per evitare delle nefaste conseguenze economiche e politiche per l’Italia.

In tale situazione, venerdì 14 dicembre 1973 inizia il processo ai palestinesi arrestati il 5 settembre, ma viene rinviato al 17 dicembre.

In quest’ultima data, alle nove di mattina, avviene la strage di Fiumicino con i suoi 32 morti, un episodio attribuito indistintamente alla Libia e all’Iraq dalla stampa israeliana e condannato da tutte le forze politiche italiane, comprese quelle della sinistra extraparlamentare, dalla quasi totalità dei paesi arabi e dall’Olp, fra cui l’Fplp di Habash che da almeno un anno, pur non rinunciando a svolgere azioni armate nei territori controllati da Israele, ha deciso di abbandonare la via delle azioni «esemplari» e dei dirottamenti aerei in Europa (“L’OLP annuncia che renderà pubblica l’inchiesta sul Boeing 737”, in Lotta Continua, 19 dicembre 1973) “perché l’internazionalizzazione della lotta non aveva portato «alcun reale beneficio» (pag. 10 di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986” di Valentine Lomellini, 2022, Edizioni Laterza, Bari-Roma, e la connessa nota 45: Comunicazione Watt 6013. FPLP – Linea politica relativa agli attacchi all’estero, 20 maggio 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.; Watt 6025. Oggetto: questione araba – Attività insidiose del PFLP, 12 giugno 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.).

Lo stesso governo italiano, da parte sua, sospetta una responsabilità libica, ma ufficialmente la nega perché da un lato non intende aggravare la tensione internazionale e dall’altro non ne ha le prove certe.

Al contrario di quanto narra la vulgata di svariati dietrologi, che enfatizzano il contributo italiano nel riuscito golpe di Gheddafi del 1969, i rapporti fra la Libia e l’Italia non sono buoni negli ultimi mesi del 1973.

Esistono diversi motivi di attrito: il regime di Gheddafi – secondo il giornalista di Epoca Piero Zullino – è irritato per l’acquisto da parte dell’Eni di dieci milioni di barili di greggio dall’Arabia Saudita anziché da Tripoli; solo Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono stati liberati e consegnati alla Libia; in quello stesso periodo c’è ancora una situazione di grave crisi diplomatica (nata nel 1970 con l’espropriazione e l’espulsione dei coloni italiani presenti nel territorio libico) che viene superata nel febbraio del 1974 per mezzo di un trattato bilaterale (“L’espulsione degli italiani dalla Libia nel 1970” di Arturo Varvelli, in “I sentieri della ricerca”, rivista di storia contemporanea, Edizioni Centro Studi “Piero Ginocchi” Crodo, giugno 2007).

Il movente della strage non è però connesso ai motivi di attrito della Libia con l’Italia. Sembra dettato dal persistere della volontà di vendicare, come si è accennato in precedenza, le centinaia di persone uccise a febbraio del 1973, nel Sinai, a causa dell’abbattimento dell’aereo civile libico da parte di alcuni caccia israeliani.

Lunedì 17 dicembre 1973, una volta che si diffonde la notizia della strage di Fiumicino, l’udienza del processo agli arabi subisce un nuovo rinvio.

Il commando venne arrestato il 5 settembre dal servizio di controspionaggio quando nella villetta a Ostia presa in affitto dal libanese Ghassan Ahmed Al Hadith furono trovati due missili terra-aria di fabbricazione sovietica, chiusi in scatoloni: un metro e trenta centimetri di lunghezza. Le armi hanno una gittata di cinque chilometri.

Secondo l’accusa, gli arabi avevano intenzione di abbattere un aereo israeliano in occasione del primo anniversario della strage di Monaco. I tre imputati nella scorsa udienza hanno dichiarato di essere innocenti e di non avere avuto alcuna intenzione di attaccare un aereo israeliano. Oggi, colui che potrebbe essere il capo del commando, Gabriel Khouri ha voluto aggiungere qualcos’altro.

«Rinneghiamo l’attentato criminale compiuto a Fiumicino, ha detto, non abbiamo nulla in comune con coloro che hanno incendiato il “Boeing” e dirottato l’aereo tedesco. L’atto terroristico costituisce un gesto di barbarie che nuoce alla causa araba e gli autori sono nostri nemici». «Vogliamo essere processati subito, ha aggiunto, anche perché abbiamo fiducia che il tribunale non si lascerà influenzare dalla forte pressione di alcuni giornali: anche se riteniamo che il rinvio dell’udienza deciso il giorno della strage di Fiumicino sia da mettersi in collegamento con l’attentato». (“È rinviato il processo agli arabi del missile” di g.g., La Stampa del 29 dicembre 1973, pag. 10).

Poi il presidente dispone l’esame dei periti balistici, ma decide anche che i chiarimenti dei tecnici siano ascoltati dal tribunale a porte chiuse. Infine, il rinvio del dibattimento al 20 febbraio.

Nella serata di mercoledì 27 febbraio 1974 si conclude il processo contro i cinque arabi arrestati a Roma il 5 settembre 1973.

Ciascuno degli imputati è condannato a 5 anni e due mesi di reclusione. A tre di loro, quelli rimasti in carcere (il giordano Azmicany, l’algerino Amin El Hendi e il siriano Gabriel Khouri), viene concessa la libertà provvisoria dietro cauzione di 20 milioni di lire a testa. Gli altri due imputati (l’iracheno Ahmed Ghassan Al Hadithi e il libico Ali Al Fargani Tayeb) hanno già ottenuto a libertà provvisoria durante la fase istruttoria e si trovano fuori del territorio italiano.

La sentenza del tribunale accetta in sostanza le richieste avanzate dal pubblico ministero.

Nella sua requisitoria, che si svolge nel corso della mattinata, il Pm Giorgio Santacroce da un lato fornisce le prove rispetto ai reati di detenzione di armi e falso in documenti; dall’altro nega l’esistenza di prove certe rispetto ai reati di introduzione di armi da guerra e tentata strage.

Il Pm infatti ricorda che l’accusa di introduzione in Italia di armi da guerra non può avere certezza di prova in quanto gli imputati avrebbero potuto anche non essere stati loro a trasportare il materiale nel territorio italiano. Inoltre esclude che i cinque imputati abbiano progettato di dirigere, dalla terrazza dell’appartamento di Ostia, un missile contro un aereo che si fosse levato in volo dall’aeroporto di Fiumicino.

«Tra l’altro – ha sostenuto il dott. Santacroce – la posizione di quella casa non lo avrebbe permesso e quindi l’appartamento di Ostia deve essere considerato soltanto una base per il gruppo degli arabi» (“La sentenza sulla clamorosa vicenda a Ostia. Cinque anni agli arabi presi col lanciamissile” di F.S. , L’Unità, giovedì 28 febbraio 1974).

Molti anni dopo, Miguel Gotor scrive che quegli arabi sarebbero stati arrestati “mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino ai danni di un aereo della El Al Israel Airlines” (pagina 338, “Il Memoriale della Repubblica”).

Analogamente Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio Sid dal 1970 al 1974, in una trasmissione televisiva di “La storia siamo noi” dedicata ad Argo 16, dichiara che la terrazza dell’appartamento di Ostia sarebbe perpendicolare alle linee di decollo da Fiumicino degli aerei israeliani. (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/video/il-terrorismo-palestinese/1940/default.aspx)

Miguel Gotor e Ambrogio Viviani ripetono in sostanza un’ipotesi già chiaramente smentita il 27 febbraio 1974 dal Pm Giorgio Santacroce.

L’apparenza tattica e la realtà strategica

La memoria dominante relativa al «lodo Moro» è andata sempre più deformandosi nel tempo fino a diventare del tutto incompatibile in rapporto ad alcune evidenze giudiziarie.

Il «lodo Moro» ha una caotica gestazione nel corso del 1972-1973, in particolare negli ultimi quattro mesi del 1973, e durante il primo trimestre del 1974.

Necessita infatti, fra le varie precondizioni soggettive, il superamento della crisi diplomatica fra Italia e Libia, la liberazione di tutti gli arabi arrestati il 5 settembre 1973 e condannati solo per i reati di detenzione di armi e documenti falsi, lo scioglimento di Settembre Nero da parte dei palestinesi (evento che avviene nell’autunno del 1973), un fattivo riconoscimento politico italiano dell’OLP, ricompense agli informatori palestinesi ed eventuali aiuti umanitari alla popolazione palestinese tramite il servizio segreto militare italiano, l’integrazione nella politica estera italiana della linea diplomatica avviata dallo statista democristiano Alcide De Gasperi prima e dopo la nascita dello Stato di Israele, gli aiuti militari segreti a quest’ultimo da parte dell’Italia, una maggiore collaborazione fra il servizio segreto interno italiano e il Mossad, e la fine della “guerra dell’ombra” da parte degli agenti segreti israeliani in Italia.

Di fatto, nel mese di maggio del 1974 Nemer Hammad inizia ad essere ospitato nella capitale italiana come rappresentante dell’Olp.

Mai e poi mai l’Italia avrebbe accolto Nemer Hammad, dando così all’OLP un riconoscimento politico de facto, senza una preventiva garanzia di tregua nel proprio territorio sia da parte degli israeliani che dei palestinesi.

Ciò significa che la cosiddetta linea “filoaraba” dei governanti italiani della Prima Repubblica aveva dei limiti, era qualcosa di apparente e tattico mentre contemplava la difesa strategica del sionismo e dello Stato israeliano.

Alcuni fatti avvenuti fra il novembre del 1974 e lo stesso mese dell’anno successivo lo dimostrano in maniera esaustiva.

L’attenzione verso il movimento nazionale palestinese fu confermata nel novembre 1974 quando il governo di Roma votò a favore dell’iniziativa d’invitare una delegazione palestinese a partecipare alla sessione dell’Assemblea generale dell’ONU: in tale sede però l’Italia si astenne quando si votò l’OLP di Arafat quale rappresentante del popolo palestinese e si diede a tale organizzazione lo status di osservatore permanente.

Il governo di Roma, comunque, non abbandonò mai la sua linea di difesa del diritto di Israele ad esistere come Stato indipendente e rifiutò ogni forma di equiparazione del sionismo al razzismo. Ciò si vide chiaramente in occasione del dibattito all’Assemblea generale dell’ONU circa la proposta di risoluzione che condannava il sionismo come forma di razzismo e di discriminazione razziale.

Il 10 novembre 1975 la risoluzione contro il sionismo fu approvata dalla maggioranza degli Stati dell’Assemblea con il massiccio voto favorevole dei paesi comunisti e di quelli non allineati, ma l’Italia votò contro.(vedasi: “Dalla Puglia nel mondo. Appunti sul pensiero politico internazionale di Aldo Moro” di Luciano Monzali, a pag.104 “Aldo Moro e l’Università di Bari fra storia e memoria”, a cura di Angelo Massafra, Luciano Monzali, Federico Imperato; prefazione di Antonio Felice Uricchio; Cacucci Editore, Bari, 2016).

Il «lodo Moro», del cui periodo iniziale si è parlato qui, trovò un epilogo nel 1985 con il sequestro palestinese del transatlantico “Achille Lauro” e il connesso scontro diplomatico fra il governo diretto da Bettino Craxi e gli Usa.

Nel corso della Prima Repubblica, il «lodo Moro» durò infatti circa una decina di anni.

Come hanno dimostrato Paolo Persichetti e Paolo Morando (vedasi: https://insorgenze.net/2023/03/11/), si manifestò pure a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 e quindi, a differenza di quanto sostengono alcuni fra i discendenti politici del neofascista Movimento Sociale Italiano, le forze palestinesi non avevano alcun motivo per compiere una strage come quella di Bologna del 2 agosto 1980.

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