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Perché va sostenuta la resistenza del popolo argentino contro il personaggio Milei

Bisogna essere grati all’obbrobrioso personaggio che risponde al nome di Javier Milei e che ricopre attualmente, speriamo ancora per poco, il posto di presidente dell’Argentina, per aver dimostrato senza ombra di dubbio che il neoliberismo sfrenato finisce per trasformarsi in fascismo bell’e buono.

Milei, colle sue incontenibili smanie distruttive, che lo hanno spinto a scegliere la motosega come suo strumento iconico, mi ricorda le imprese di Leatherface, il serial killer capo di una famiglia di assassini psicopatici protagonista di Non aprite quella porta, noto film horror cult statunitense del 1974.

Costui fa a pezzi con la motosega d’ordinanza tutti gli sventurati che circolano dalle sue parti per rispondere all’emarginazione sociale e culturale di cui è vittima.

Una vocazione alla violenza e al massacro che pare singolarmente in sintonia coi peggiori e senza dubbio mortiferi spiriti del capitalismo nella sua fase attuale, contrassegnata non solo dalla fase putribonda dell’imperialismo (che Lenin aveva definito a suo tempo fase suprema del capitalismo), ma anche dall’importanza centrale e strategica assunta dal complesso militare-industriale nel quadro del rafforzamento senza precedenti della finanza, dei settori ad alta tecnologia e dei monopoli in genere.

Non a caso il leader prediletto di Milei è quel Netanyahu le cui criminali pulsioni genocide, che si sono tradotte già nella morte di oltre trentacinquemila palestinesi in gran parte bambini e minacciano di trascinare il mondo intero nell’abisso della guerra nucleare, rendono un emulo indiscusso di Leatherface su scala planetaria.

L’altro elemento che ricollega le vicende di Milei a quelle narrate dal film horror di cinquanta anni fa che abbiamo ricordato è poi rappresentata dal ruolo chiave svolto dall’emarginazione sociale che nutre sentimenti distruttivi di rivalsa nei confronti del sistema che paradossalmente alimentano il sistema stesso. Infatti il successo elettorale di Milei è in gran parte dovuto alla sua capacità di intercettare i sentimenti di frustrazione sociale molto diffusi in settori giovanili e popolari che vivono le contraddizioni del capitalismo e sono rimasti delusi dalla sostanziale incapacità del peronismo e di altre forze che hanno governato l’Argentina negli ultimi anni a farsi carico delle loro problematiche, data la loro sostanziale subalternità al sistema.

Forte di questo consenso e dei difetti strategici altrui, Milei si è lanciato a testa bassa nella demolizione di qualsiasi intervento pubblico e di ogni sentimento di solidarietà umana e sociale, tentando addirittura di annientare la cultura dei diritti umani e la memoria dell’immane massacro compiuto negli Anni Settanta dalla dittatura militare, che inaugurò la prassi criminale delle sparizioni di massa, provocando la morte violenta, spesso a seguito di indicibili torture, di oltre trentamila persone.

Ma questa impresa sciagurata potrebbe rivelarsi superiore alle sue possibilità e tutti quanti dobbiamo auspicare che la parte migliore del popolo argentino riesca a porre fine a questa mostruosità antistorica che lo vorrebbe riportare a uno stato di amnesia e di totale assenza di identità.

Per questo è importante oggi sostenere con ogni mezzo la resistenza del popolo argentino a Milei: l’obbligo si impone in primo luogo a noi italiani che coll’Argentina abbiamo un fortissimo legame culturale e di sangue dato che buona parte della sua popolazione è di origine italiana.

Un’importante iniziativa in questo senso è stata il conferimento alla leader delle Madri ora Nonne di Plaza de Mayo, Estela Carlotto, da sempre provare protagonista della lotta per la verità e giustizia sui desaparecidos, del dottorato ad honorem dell’Università Roma Tre, avvenuta mercoledì scorso 17 aprile, così come la produzione letteraria e memorialistica in merito, che ha visto di recente la pubblicazione di un importante podcast dal titolo Nieto 133 sulla famiglia Santucho che fu vittima della repressione fascista, scritto da Claudia Gatti, Riccardo Cocozza e Florencia Santucho.

La pianta della memoria va coltivata e resa sempre più rigogliosa affinché mai in futuro si possano riproporre atrocità come quelle. Parte fondamentale di un indispensabile processo pedagogico rivolto alle giovani generazioni e alla società nel suo complesso, oggi sottoposte dagli apparati ideologici del capitalismo, dalla scuola all’università, dai giornaloni alle televisioni a un vero e proprio lavaggio del cervello, una tendenziale lobotomizzazione volta a prepararci tutti a vecchi e nuovi orrori.

* dal suo blog su Il Fatto Quotidiano

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1 Commento


  • m

    Dalle mie parte si assiste a un rientro in Patria di argentini ex emigranti. Pur nella marginalità assoluta della mia osservazione dei comportamenti, gli argentini non sembrano (purtroppo) pulsare così tanto di sentimenti democratici, onesti eccetera. Se a parere della Redazione ho scritto una scemenza, cancellate il commento.

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