Un discorso elettorale. Un classico, nel genere. Vero è che le elezioni statunitensi ci sono già state all’inizio di novembre, un secolo fa… Ma The Donald – come Berlusconi, come il resto della destra internazionale – non può fare altro. Così come i suoi avversari sedicenti «democratici», del resto…
Ma una differenza c’è. I suoi discorsi elettorali sono molto meno vaghi, diretti, pieni di problemi reali ovviamente stravolti quanto basta per tornare utili. Il che li rende più potabili del vuoto ciacolare «democratico», quello che persino una non avversaria come Lilli Gruber ha dovuto qualche tempo fa recensire molto negativamente («ho ascoltato tutto il discorso – di Elly Schlein – e alla fine il foglio di appunti era vuoto»).
Nel primo discorso sullo «stato dell’Unione» della sua nuova presidenza Trump ha potuto inserire una sola novità: il fatto che Zelenskij, solo tre giorni dopo lo strapazzo subito in diretta mondovisione, sembra aver accettato quel che prima rifiutava. Ovvero farsi dire da Trump come metter fine alla guerra, che gli piaccia o no la soluzione che verrà trovata.
Per certificare la sua buonafede, intanto, firmerà ad occhi chiusi il contratto che concede a società statunitensi l’esclusiva di sfruttamento delle (presunte, fin qui) «terre rare» ucraine.
Del resto, “Abbiamo ricevuto forti segnali dalla Russia, sono pronti per la pace. Non sarebbe bellissimo? Dobbiamo porre fine a questa guerra insensata“. Passare dalle disponibilità a trattare ai risultati concreti è in genere un processo lungo e travagliato, ma chissenefrega, diamolo per fatto e non se ne parli più…
Il resto è roba già metabolizzata. Anche i dazi, che pure stanno agitando parecchio le borse (europee e statunitense, bisogna dire; quelle asiatiche vanno benone, stamattina), sono ormai un argomento ripetuto fino alla noia.
Certo, Cina, Canada, Messico sono pronti a ritorsioni uguali e simmetriche, ma ai due confinanti Trump sconsiglia la mossa promettendo il raddoppio se oseranno reagire. Non c’è alcuna argomentazione «etica», come avrebbe fatto un Biden o un Obama. Solo «interesse nazionale» e una brutale potenza di fuoco superiore.
Ha promesso di guidare l’America verso quella che ha definito “la nuova età dell’oro“, potendo contare su una folla di creduloni che quotidianamente fanno invece i conti con l’impoverimento progressivo, che non sanno però spiegarsi.
Per ora funziona promettere contemporaneamente fortissimi tagli alla spesa pubblica – non solo agli «sprechi», per cui ha scelto di citare alcuni milioni fin qui destinati alla promozione degli Lgbt+ nel Lesotho («un paese di cui nessuno ha sentito parlare») – e lo sconvolgimento del commercio mondiale, che lui stesso ammette «creerà qualche problema all’inizio» anche per i consumatori Usa.
Funziona perché la dinamica macroeconomica segue altre strade rispetto al tran tran quotidiano per arrivare a fine mese, e dunque si può promettere molto oggi con la certezza che quando la realtà comincerà a mordere molto sarà stato dimenticato.
Così i dazi possono essere presentati come “necessari per difendere i lavoratori americani” e rilanciare l’economia interna: “Per troppo tempo gli Stati Uniti sono stati derubati da quasi tutti i paesi del mondo. Questo tempo è finito. Proteggeremo i posti di lavoro americani e l’anima del nostro Paese“, ha dichiarato.
Silenzio, ovviamente, sul fatto che i suoi amici delle multinazionali – primo fra tutti quell’Elon Musk che ha voluto ringraziare, citandolo, anche se le Tesla vengono da sempre costruite in Cina, mica a Detroit – quei «posti di lavoro» li hanno delocalizzati altrove già da decenni, desertificando industrialmente gli Usa.
Ha ammesso che questa politica potrebbe causare “qualche scompiglio” nel breve periodo, ma ha ribadito che il prezzo da pagare sarà ampiamente compensato dai benefici a lungo termine: “Non solo proteggeremo i lavoratori americani, ma proteggeremo l’anima della nostra nazione“.
Un’anima da vellicare con «successi» facili, come la «riconquista» del canale di Panama – in realtà venduto per 17,5 miliardi di dollari dalla cinese Hutchinson Wanpoa ad un un consorzio composto dalle società d’investimento statunitensi BlackRock e Global Infrastructure Partners (Gip) e dalla Terminal Investment Ltd (Til), gruppo con sede in Svizzera che fa capo alla compagnia marittima Msc dell’armatore italiano Gianluigi Aponte.
Oppure con la promessa di prendersi la Groenlandia – anche lì, terre rare e altre risorse minerarie – ma pacificamente, comprando il consenso dei suoi pochi abitanti (meno di 60mila, quanto un piccolo quartiere di Roma) per un referendum che sancisca il passaggio dalla Danimarca agli Stati Uniti.
Epoi vai con la saga contro l’immigrazione – quasi una vendetta della Storia, per un paese fatto di immigrati responsabili del genocidio dei nativi – in un trionfo di dati falsi e luoghi comuni indimostrabili (“Negli ultimi quattro anni sono entrate negli Stati Uniti 21 milioni di persone, molte di loro assassini, trafficanti di esseri umani e membri delle gang“).
Con qualche scempiaggine clamorosa, come la costruzione di un Iron Dome (il sistema antimissile israeliano) per proteggere il confine meridionale, in quella che dipinge come una guerra senza quartiere contro i cartelli della droga messicani.
E qualche bestilità altrettanto clamorosa, come la pena di morte federale ripristinata come obbligatoria in caso di omicidio di un poliziotto o la fine del «politicamente corretto» (che è certamente una fogna di ipocrisia, ma difficile da abolire per decreto).
Ma non voleva essere un discorso realistico, nonostante abbia toccato diversi problemi concreti. Trump è in modalità elettoralistica h24. Parla per autocelebrarsi e far sognare gli spettatori: “Tenetevi pronti per un incredibile futuro, perché l’età dell’oro dell’America è appena cominciata e sarà come qualcosa che non si è mai visto. Dio vi benedica“.
E intanto beccatevi i licenziamenti, l’aumento dell’inflazione (come conseguenza immediata dei dazi) e un bel po’ di repressione in più se non ci credete.
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