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Forum Cina-Africa, per una cooperazione paritaria a favore del Sud Globale

A Changsha, nella Cina meridionale, si è svolto l’11 giugno il decimo Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC). Questo format ha festeggiato da poco il suo 25esimo anniversario, e quest’anno ha ampliato i risultati raggiunti al precedente summit, segnando un importante salto di qualità nei rapporti tra Pechino e il continente africano dentro la cornice della crescente competizione globale.

All’incontro hanno partecipato 53 paesi africani e i rappresentanti della Commissione dell’Unione Africana. L’unico assente tra gli stati del continente era il piccolo eSwatini, un tempo Swaziland, che ancora riconosce ed è legato diplomaticamente a Taiwan. L’aspetto più interessante è che la dichiarazione finale esprime una profonda cooperazione strategica funzionale agli interessi del Sud Globale.

Innanzitutto, tutti i partecipanti al forum sono stati concordi nel condannare la guerra commerciale che Washington ha aperto con tutto il mondo, che colpisce in maniera unilaterale gli interessi dell’interna comunità internazionale. Al contrario, il Dragone ha deciso di fare un passo ulteriore verso un più stretto legame con i paesi africani: cancellare quasi tutte le tariffe con l’intero continente.

Misue simili erano già state decise per 33 paesi nel 2024, ma ora un’altra ventina di paesi potranno avvantaggiarsi, e dunque anche quelli meno sviluppati. Ma il sostegno cinese non si fermerà solo all’abbattimento della barriere: Pechino si è infatti resa disponibile a introdurre programmi di formazione di personale locale in vista di una promozione dell’importazione di prodotti di qualità da tali nazioni.

La dichiarazione finale sottoscritta dai vari paesi mostra il cementificarsi del fronte dell’opposizione ai dazi imposti dall’amministrazione Trump, ricordando anche il loro pesante impatto sulle politiche per la liberazione dal sottosviluppo. “L’unilateralismo, il protezionismo e l’intimidazione economica – è stato scritto nella dichiarazione – hanno creato gravi difficoltà allo sviluppo economico e sociale nei paesi africani“.

Bisogna ricordare che il programma commerciale preferenziale statunitense per l’Africa, definito dall’African Growth and Opportunity Act (AGOA), scadrà il prossimo settembre, e non ci sono state ancora conferme sulla volontà o meno di rinnovarlo. Mentre in questi giorni, a seguito del FOCAC, si sta tenendo anche la quarta edizione del China-Africa Economic and Trade Expo.

Vi partecipano i rappresentanti di 44 paesi africani, quelli di 23 regioni cinesi e sei organizzazioni internazionali, nonché all’incirca 2.800 aziende. Il tipo di cooperazione economica che si va delineando punta anche al miglioramento delle infrastrutture, attraverso un approccio di complementarietà e parità, al contrario di quello da sempre usato dalle potenze occidentali, fortemente segnato dal retaggio coloniale.

Inoltre, tale cooperazione va ben oltre la semplice dimensione economica. Riguarda anche la partecipazione comune alla creazione di un nuovo ordine internazionale. La Cina ha ribadito il sostegno all’Agenda 2063 dell’Unione Africana, mostrando il rispetto necessario verso le prospettive di sviluppo e definizione autodeterminata del futuro del continente, senza legittimare ingerenze esterne interessate.

A sua volta, i paesi africani sostengono le iniziative cinesi verso un differente multilateralismo rispetto a quello usato e poi abusato dagli stati occidentali. Tutti i partecipanti al summit hanno concordato sul fatto che questo nuovo ordine vedrà al centro un ruolo centrale del Sud Globale, e soprattutto che la sua crescita rappresenti “la tendenza dei tempi e il futuro dello sviluppo“.

La dichiarazione continua così: “Invitiamo tutti i paesi, in particolare quelli del Sud del mondo, a collaborare per costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, promuovere una cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road Initiative e attuare la Global Development Initiative, the Global Security Initiative and the Global Civilization Initiative“.

Si tratta delle tre iniziative lanciate dal Dragone, la prima pensata per favorire il raggiungimento degli obiettivi dell’agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile, la seconda che vuole essere un quadro di principi per un’architettura di sicurezza globale che eviti le precipitazioni delle tensioni, e infine la terza che vuole sfidare sul piano culturale il colonialismo e il suprematismo, in funzione del mutuo rispetto delle differenze delle varie civiltà, ma anche con lo scopo della cooperazione e dello scambio tra di esse.

Si tratta di una serie di proposte ragionate appositamente per modellare un sistema di relazioni internazionali che possa essere considerato come un’alternativa a quello definito come “basato su regole“, che è in realtà una formula usata per indicare l’egemonia occidentale e l’assoluta impunità con cui Stati Uniti, UE e suoi alleati, dentro e fuori dalla NATO, si muovono tutti i giorni.

L’adesione dei paesi africani a questa cornice promossa dalla Cina, in relazione al ruolo crescente del Sud Globale nelle relazioni internazionali (anche attraverso soggetti come i BRICS), parla di un notevole sforzo verso il rinsaldamento del multipolarismo contro l’unilateralismo che vuole essere imposto dall’Occidente. Per questo tali incontri non devono passare inosservati.

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