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Un pezzo di Groenlandia e tutti a cuccia

Ma insomma… a Davos, Donald Trump ha fatto una marcia in avanti oppure indietro? A leggere i giornali italiani è impossibile saperlo. Quelli “democratici” – nel senso filo-statunitense del termine – giurano che ha dovuto recedere dall’intento di mangiarsi la Groenlandia, quelli para-fascisti – in senso universale – garantiscono il contrario.

Dopo il diluvio di insulti e perculamenti agli europei, la questione è stata affrontata in un privè riservato tra il tycoon e il cosiddetto segretario della Nato, l’olandese Mark Rutte. Alla fine Trump ne è uscito trionfante garantendo che Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo, è un intesa che durerà per sempre“, “con Mark Rutte abbiamo definito la cornice” che riguarda di fatto “l’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Usa e per tutte le nazioni Nato. Sulla base di questa intesa, non imporrò i dazi doganali che sarebbero dovuti entrare in vigore il primo febbraio“.

Se 40 anni fa il presidente dell’Unione Sovietica avesse annunciato di aver “raggiunto un accordo con il Patto di Varsavia” – da lui diretto – nelle redazioni occidentali sarebbero scoppiati tutti a ridere. A parti invertite tutti l’hanno presa sul serio…

In molti hanno trovato comunque “intollerabile” che gli interessi e i confini di un Paese europeo membro della Nato (la Groenlandia è federata alla Danimarca) fossero maneggiati da un olandese che figurativamente guida un’alleanza militare che vede nella “controparte” Usa anche la guida indiscussa. E quindi il poveretto ha dovuto spiegare – dopo – che “sì, l’incontro è stato positivo, ma non si è discusso della sovranità della Groenlandia”.

E quindi? Sono bastati pochi minuti per capire che l’isola-continente è di fatto stata “promessa” agli Stati Uniti, ma con la preghiera di trovare le forme retoriche per non far apparire la posizione europea come una resa totale.

Il New York Times ha ben presto riferito che, secondo le solite “fonti coinvolte nella discussione”, il compromesso raggiunto sulla Groenlandia prevederebbe che la Danimarca conceda agli Stati Uniti la sovranità su piccole porzioni di territorio groenlandese, dove gli Usa potranno costruire basi militari.

L’idea, hanno riferito i funzionari, era stata promossa dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla falsariga delle basi britanniche a Cipro, considerate a tutti gli effetti territorio della Corona. Insomma: la Groenlandia può dire che resta “sovrana” benché amputata della parte che gli Usa sceglieranno, la Danimarca idem, l’Unione Europea sorriderà fottuta e soddisfatta.

Ora bisognerà vedere come la prenderanno i “locali” che in questi giorni hanno ricevuto dal loro governo istruzioni su come prepararsi all’invasione statunitense, con tanto di scorte di cibo da accantonare e armi da nascondere. Ma sono meno di 60mila, non è che possano spostare granché…

Un po’ la situazione in cui sta precipitando il Canada – ennesimo obbiettivo dichiarato del nuovo “espansionismo trumpiano”, il cui esercito – altro pilastro della Nato! – ha preparato i piani per far fronte all’identica eventualità, prevedendo di essere conquistati dagli Usa in appena una settimana, ma predisponendo una attività di guerriglia tale da far pagare un prezzo altissimo agli invasori.

Si può e si deve certo ironizzare sui futuri “mujaheddin canadesi” e/o groenlandesi, considerati pronti a ripetere le gesta degli iracheni o degli afgani, senza peraltro aver nessuna esperienza – né cultura – di “resistenza all’occupante” (ormai neanche quella delle tribù originarie di pellerossa e inuit che qualche secolo fa si trovarono davanti inglesi e francesi), ma proprio il fatto che queste “mostruosità” siano diventate cronaca corrente costringe a capire cosa stia accadendo nel vecchio e ignobile Occidente euro-atlantico.

Ventiquattrore prima di Trump il presidente canadese Mark Carney, tranquillo gentleman anglosassone che era stato persino governatore della banca centrale britannica, aveva spiegato alla platea di affaristi e governanti lì riunita che no, stavolta non ci troviamo davanti ad un normale “aggiustamento” nella governance del pianeta, come tante altre volte era accaduto.

Abbiamo la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è”.

Ed è un mondo di merda, ovviamente, con una sola novità: il trattamento riservato dal paese dominante ai sottoposti occidentali sarà praticamente identico a quello riservato di solito ai “popoli coloniali”. E certo questo comporta una differenza per chi era abituato a vivere come un “vassallo felice” e si ritrova già ora nella posizione del “servo maltrattato” (i 72 minuti di sproloquio trumpiano hanno fatto alzare ed andar via più d’uno, nel solco dell’uscita di scena della solitamente giuliva Christine Lagarde, il giorno prima).

Detto da un presidente canadese fa davvero effetto:

Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi, abbiamo beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a ciò, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico, e sapevamo che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima.

Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina [riferimento alla citazione di Vaclav Havel, dissidente ceco poi presidente, fatta all’inizio del discorso, ndr]. Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Sarò diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

I “vassalli felici” dell’Occidente euro-atlantico ci hanno guadagnato per 80 anni. Ora è finita. Devono trovare un altro “ordine”, contribuire a crearlo, rischiando di far incazzare l’Irascibile potenza egemone. Ma non hanno altra possibilità

Persino uno squalo “normale” come Gavin Newsom, governatore dem della California e probabile candidato alle presidenziali del 2028, un alter ego più giovane e meno rimbambito dell’ultimo Biden, ha rimproverato gli europei di non aver capito cosa è successo in America e cosa cambia perciò per loro.

Diplomazia, con Trump? È un T-Rex. O ti allei con lui o ti divora, non ci sono vie di mezzo. La gente deve reagire. Avete visto cosa sta succedendo con l’Ice, la polizia segreta, le persone che scompaiono? Svegliatevi. Dove diavolo siete stati tutti? Smettetela con questa diplomazia del c… fatta di convenevoli. Smettetela di dire una cosa in privato e un’altra in pubblico. Abbiate un po’ di spina dorsale”.

Sembra chiaro che l’establishment Usa, che Newson rappresenta al meglio, stia disperatamente cercando qualcosa o qualcuno che interrompa la resistibile ascesa di un “ordine” che distrugge il proprio sistema di interessi consolidati. Un po’ come – a specchio – i “dem” europei e specie quelli italiani sperano che l’establishment statunitense torni presto a comandare, liberandoli dalla necessità di inventare e rischiare un altro “sistema di regole”.

Non si tratta di scegliere tra due modi d’essere dell’imperialismo, ovviamente. Si tratta di rendersi conto che, finito il vecchio “ordine” e cadute nel dimenticatoio le vecchie “regole”, non si può andare avanti facendo finta che non sia cambiato molto. Prima di essere spediti in Groenlandia (la “nostra” Siberia euro-atlantica)…

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